CCP

martedì 30 luglio 2013

Ricco di idee e non di soldi!

 
Alcuni compagni pseudo-giornalisti mi hanno recentemente diffamato, e non è la prima volta, dipingendomi come un “ricchissimo aristocratico, senza scrupoli ed evasore fiscale, finanziatore della estrema destra”. Sono, quindi, obbligato, ad una netta smentita (alla quale seguirà una precisa denuncia per diffamazione, aggravata a mezzo stampa) ed a un pubblico chiarimento, perché, io, a differenza di altri, non ho nulla da nascondere! E’ vero, discendo da due antiche famiglie della piccola nobiltà alpina (walser-piemontesi i baroni Jonghi Lavarini von Urnavas e lombardo-veneti i conti Ganassini di Camerati di Lumiago) che, nei secoli, hanno unito le proprie tradizioni contadine al sano spirito imprenditoriale tipico della laboriosa e produttiva borghesia milanese (i primi nel settore edile-immobiliare, i secondi in quello industriale-farmaceutico). I miei nonni possiamo dire che erano “ricchi”, i miei genitori sono sicuramente benestanti ma io, invece, oramai da tempo, faccio parte di quel “povero” ceto medio italiano che deve difendersi quotidianamente dalle tasse, dalla burocrazia, dalla inefficienza dello stato, dalla mala giustizia e dalla usura del sistema bancario che soffoca le nostre famiglie e le nostre imprese. La mia dichiarazione dei redditi media degli ultimi anni è di 25mila euro, faticosamente guadagnati, come impiegato-consulente, e tutti spesi (e nulla risparmiato) per mantenere la mia famiglia, pagare le scuole private cattoliche delle mie figlie e finire di pagare il mutuo per la ristrutturazione di casa, unica mia proprietà, insieme ad una vecchia macchina e ad un malconcio motorino che uso tutti i giorni per lavoro. Conduco, complessivamente, una vita spartana, senza mode e lussi. Miei unici “sfizi”, ai quali non rinuncio, sono la cultura ed i libri, la partecipazione ad iniziative sociali e benefiche, la frequentazione di ordini cavallereschi e qualche birra con amici e camerati. Fin da ragazzino, sia per le mie origini che per le mie note convinzioni politiche, mi porto il soprannome di “Barone Nero” ma, in realtà, anche se la mia famiglia è citata fin dal 1275, per le autorità italiane competenti in materia, sono semplicemente un “decurione di campagna”. Diciamo che sono orgoglioso della corretta traduzione letterale dello spettante titolo di “freiherr” che, secondo la tradizione germanica, significa “uomo libero”. Ed è con questo spirito libero, aristocratico e nazional-popolare, con tante idee e pochi soldi, che ho sempre affrontato la vita, il lavoro e la politica.
 
ROBERTO JONGHI LAVARINI (Milano, 29 luglio 2013)


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