CCP

lunedì 24 giugno 2013

Manifesto per la Costituente.


 
 
1.    La situazione attuale.

La situazione politica dell’Italia, interna ed esterna, sotto ogni profilo istituzionale, economico e culturale è bloccata. Anche coloro che cercano, costruttivamente e con sincera volontà di far uscire il Paese dallo stallo, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sentono che ciò non è più possibile.

 

1.1.       Fine di un ciclo storico

Tutti si rendono conto che la spiegazione della situazione si trova nella impossibilità del Sistema giuridico-politico di continuare a funzionare.

Non si tratta di criticare o condannare un sistema costituzionale che per molti versi ha bene meritato della Nazione, per il suo equilibrio, per la capacità di conciliare valori in sé assoluti, come l’individuo, il corpo sociale intermedio e la collettività dello Stato nazionale, per le potenzialità interpretative che lo hanno reso duttile alle esigenze dei tempi.

Ciononostante quel principio di filosofia della storia detto della eterogenesi dei fini, per il quale qualsiasi sistema politico e istituzionale ha un suo ciclo vitale, nasce, ha un’acme e si esaurisce storicamente, non ammette eccezioni. I tempi possono essere storicamente più o meno lunghi ma alla fine tutto ha un termine.

Anche le norme di revisione di un testo costituzionale hanno una loro storicità, alla fine del ciclo non sono più funzionali.

 

1.2.       Le soluzioni parziali.

Le soluzioni di riforma parziale non sono pertanto più in grado di fornire strumenti funzionali ad uscire dallo stallo politico e istituzionale. L’ultimo tentativo di nominare una Commissione di giuristi con funzioni di consulenza costituzionale sta destando molti interrogativi e perplessità e pochi entusiasmi. Il nodo sta nella rappresentatività di chi dovrebbe elaborare le riforme: l’attuale Parlamento non rappresenta, a causa della legge elettorale, la società italiana, e questo deficit di rappresentatività si riflette nella stessa scelta dei consulenti il cui equilibrio di orientamento nella Commissione non fa che riflettere criteri e misure della classe politica in Parlamento. Criteri e misure che a loro volta renderanno problematico il lavoro del Comitato dei Quaranta che dovrebbe elaborare i testi.

Un’altra dimostrazione della impossibilità di risolvere i problemi con questi strumenti lo dimostra il fatto che nell’attuale bipolarismo sussistono temi intoccabili. Mentre il Capo dello Stato, nel ricevimento al Quirinale dei magistrati di nuova nomina, afferma che bisogna rivedere “gli assetti” del nostro sistema (il che significa forma di Governo), temi come il presidenzialismo continuano a mantenere divergenze insanabili fra gli schieramenti del sistema che dovrebbe autoriformarsi. Quando Epifani, Segretario del PD, sostiene la necessità “di fermarsi un attimo e discutere seriamente nelle sedi competenti con gli argomenti giusti, con tempi giusti e nell’ordine giusto”, o dice una cosa ovvia e inutile oppure ammonisce che le sedi attuali, gli argomenti attuali i tempi e l’ordine non sono giusti [1].

Tre costituzionalisti, Antonio D’Andrea, Aldo Lo Iodice e Andrea Morrone, sono stati intervistati in merito da “il Fatto quotidiano”. Secondo D’Andrea l’impegnare Governo e Camere sulle riforme è una “patetica scusa” per non impegnarsi nelle questioni di indirizzo politico; non di “spirito costituente” si può parlare in questi momenti ma di “compulsione riformista” che si risolverebbe in un “inganno deprecabile per la comunità politica”; in sintesi si tratterebbe di una truffa “che copre il vuoto di un sistema politico da ricostruire totalmente”. Secondo Lo Iodice non sussiste “un effettivo spirito costituente tale da ribaltare l’intero costrutto costituzionale”. Secondo Morrone infine le riforme sono richieste sia dal Paese sia dal Capo dello Stato ma non possono essere “fatte da una classe dirigente dimostratasi non all’altezza della situazione” come dimostra la debolezza delle politiche nazionali fin qui adottate. Alla fine dell’intervista Morrone conclude che non si deve “continuare a illudere i cittadini che tutto ciò che abbiamo è (ancora) ‘la costituzione più bella del mondo” [2].

Inoltre alcuni dei costituzionalisti della stessa Commissione per le riforme sono addirittura contrari alle riforme, per quanto riguarda sia la Presidenza della Repubblica sia la forma di governo, come la Carlassare che, dichiarandosi pronta a dimettersi, conclude: “Cambi alla forma di governo assolutamente no, perché non si possono scaricare sulla Costituzione le incapacità della classe politica, i partiti hanno perso la bussola …” [3].

Tuttavia, se consideriamo in sintesi le avversioni di una parte delle classi intellettuali e politiche ad una revisione totale, e anche parziale, dell’attuale ordinamento costituzionale possiamo scorgere una intima contraddizione; da un lato si riconosce l’inadeguatezza della attuale classe politica espressa dall’attuale sistema, dall’altra si teme che proprio questa classe politica peggiori il sistema allontanandolo dalle originarie basi democratiche e pluralistiche per avviarsi alle derive leaderistiche, già in atto, di concentrazione del potere.

In altri termini si riconosce la natura dilemmatica del problema di fondo: l’attuale sistema produce una classe politica incapace di difendere il sistema stesso. In effetti le ultime riforme costituzionali hanno dato luogo ad un sistema poliarchico e liederistico insieme che ha esautorato progressivamente lo stesso Parlamento e ha lasciato degenerare i tradizionali protagonisti della politica: i partiti politici. Le conseguenze si sono immediatamente riverberate sull’economia e sul lavoro.

Di qui la proposta di Costituente.

 

2.    La proposta di Costituente

La Costituente, come tutti sanno ma non tengono presente, è una fonte giuridica intrinsecamente extra ordinem, cioè è una fonte che trae la legittimazione non dai poteri costituiti in atto ma direttamente dalla base sociale, dalla costituzione materiale in atto.

Se si vogliono difendere quei principi che stavano alla base della Costituzione del 1948, in quanto fondamenti metastorici della natura Repubblicana dello Stato in sé, allora occorre tornare veramente alle origini, ma in senso procedurale, cioè costituente. Qualche studioso riconosce che l’attuale situazione italiana è analoga, e forse peggiore, di quella di Weimar dalla quale nacque quel che nacque.

 

3.    Caratteri della proposta

Eccoci dunque al nostro Manifesto. Si tratta di un complesso di analisi e di proposte insieme che cercano di riportare gli italiani ad un dialogo di fondo quale forse, nella storia della Nazione italiana, quella nata nel I secolo avanti l’Era volgare, con l’incontro di Roma e delle popolazioni italiche in un programma comune e unitario di civiltà, non si verificò più dalla caduta dell’Impero romano.

Un dialogo di fondo, un dialogo che sappia relativizzare le eterne polarità (guelfi e ghibellini, sinistra e destra) e strapparle alla assolutizzazione assurda che rende le componenti di un popolo impossibilitate a pervenire a conclusioni condivise sui problemi della propria sussistenza e della propria esistenza.

Per questo nella prima parte del Manifesto che presentiamo ci si interroga sulle definizioni di concetti e nozioni fondamentali, come per esempio Stato, ordinamento giuridico e politico, Nazione, classe politica, classe dirigente, classe sociale, ceto, attività politica, attività amministrativa, cultura, lavoro.

In una seconda parte si propongono i valori di principio sui quali dovrebbe fondarsi un nuovo ordinamento, partendo dall’esperienza della crisi in atto.

 

3.1.       I Principio: l’Unità

Il primo principio è dato dall’unità dello Stato Nazione proiettato verso l’unità dell’Europa come momento dell’unità della famiglia umana. Corollari dell’Unità sono l’eliminazione della poliarchia autonomistica in senso politico che impedisce al governo di programmare la vita della Comunità. Come si constata in Europa e fuori le autonomie hanno dimensioni solo amministrative, cioè inerenti ai mezzi e non politiche, cioè inerenti ai fini. Le autonomie politiche producono la superfetazione di classi politiche infrastatuali che portano direttamente al secessionismo.

Un altro corollario è costituito dall’elezione diretta del Capo dello Stato, il cosiddetto, tanto temuto presidenzialismo. La nostra proposta mantiene la figura del Capo dello Stato come organo super partes chiamato a fornire gli indirizzi fondamentali alla Nazione ma distinto dal Capo del governo.

La sua legittimazione popolare serve solo a fornirgli quella autorevolezza e quella forza di intervento nei momenti di crisi che gli attuali Capi dello Stato italiani derivano solo dalla inefficienza degli altri ordini di poteri fondamentali anziché dalle loro effettive funzioni formali.

Pericoli di liderismo? A parte il fatto che ogni istituto con il tempo può degenerare, teniamo presente che una delle piaghe che il sistema costituzionale attuale non ha evitato è proprio il liderismo che caratterizza i partiti e che ha finito per esautorare proprio quel Parlamento che i timorosi di una riforma basilare del sistema vogliono difendere. Il Capo dello Stato eletto dalla base sociale non comporta una concentrazione di potere ma un riferimento ultimo e puntuale della base sociale per difendersi dalle degenerazioni oligarchiche nella loro manifestazione peggiore costituita dalla poliarchia territoriale. È la degenerazione del Partito che porta i leader al populismo demagogico.

 

3.2.       II Principio: la Partecipazione

Il secondo Principio è costituito dalla partecipazione della base sociale alla gestione della politica nazionale intesa non solo e non tanto come un diritto di tutti e di ciascuno ma come un dovere di tutti e di ciascuno a partecipare.

Questo principio assolve innanzitutto una funzione culturale pedagogica che riconcilia l’individuo con la politica, che attenua le contrapposizioni, che agevola il ricambio sociale e limita le differenze e gli squilibri economici e sociali. Partecipando si impara, si comprendono i problemi nella loro reale portata, ci si immunizza contro la demagogia e contro l’incomprensione fra i gradi di potere, perché gli individui sono messi in grado di percorrerli.

 

3.3.       III Principio: la Rappresentanza politica pluralistica.

Il terzo principio è costituito dalla pluralità della rappresentanza politica. L’attuale Costituzione, all’art. 49 recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Si dice dunque: concorrere, concorrere significa correre insieme, si presuppongono pertanto più soggetti titolari del potere politico. Ma chi sono gli altri soggetti oltre i Partiti? La Costituzione attuale non lo dice. Noi proponiamo le categorie produttive, quelle mortificate attualmente nel Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, istituzione della quale il sistema partitico ha voluto bloccare quella che sarebbe stata la sua naturale evoluzione.

Il sistema bicamerale attuale è universalmente condannato per l’identità di funzioni. In realtà non è l’identità di funzioni che rende sterile l’attuale bicameralismo ma l’identità di rappresentatività. La soluzione che si offre alla discussione è che il pluralismo partitico mentre da un lato viene salvato nella sua funzione di far politica sulla base di scelte di valore, dall’altro viene decondizionato dai problemi di natura tecnica e scientifica per i quali i rappresentanti della produzione, sia economica che culturale, si assumono le loro debite responsabilità anch’esse politiche.

Come si vede, se a qualcuno venisse in mente la restaurazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, può constatare che nulla è più lontano dal sistema caratterizzato dal Partito unico e dall’autocrazia come la nostra proposta.

L’altro carattere che si propone per un nuovo Parlamento è la relativizzazione dello schieramento bipolare. Destra e Sinistra sono nella loro ultima sostanza delle differenti accentuazioni di valori che non possono essere contrapposti e istituzionalizzati formalmente in formazioni sociali, quali i Partiti, i quali per giustificare la propria esistenza si sono contrapposti anziché rendersi complementari in nome dell’interesse della Nazione.

Ultimo corollario della riforma della rappresentanza politica è la riscoperta dell’art. 67 dell’attuale Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Si tratta di ridimensionare da un lato la cosiddetta disciplina di partito e dall’altro la natura formalistica dei gruppi parlamentari.

 

4.    Appello all’unione

Come credo di aver evidenziato, una assemblea Costituente si rende indispensabile anche per salvare i valori e quegli istituti che del presente ordinamento debbono e possono essere salvati. Il presente ordinamento ha prodotto gli esiti negativi ai quali esso non può rimediare. La situazione, ripeto, è dilemmatica. Il dilemma è un problema che presenta due soluzioni alternative ciascuna delle quali non risolve ma aggrava il problema portandolo alle ultime conseguenze.

Il caso del Movimento a 5Stelle è paradigmatico. Questo movimento, che costituisce la più recente disperata creazione del sistema attuale, si trova nel dilemma: o disapplicare al proprio interno quei principi per il quale è nato e ha ricevuto il consenso e insieme rinnegare perciò se stesso; oppure applicare al proprio interno quei principi per il quale è nato e ha ricevuto il consenso e perdere quella capacità operativa con la quale ha conquistato il consenso e che gli sarebbe indispensabile per attuare la sua strategia di palingenesi.

 

 

 

5.    Il momento internazionale

Cari amici che avete raccolto il nostro invito ciò che noi proponiamo è un itinerario imposto dalla situazione in atto e dalla natura delle cose. Ci rivolgiamo non soltanto alla base sociale indifferenziata, al mondo della produzione e della cultura che in questa situazione non è più in grado di operare né economicamente né culturalmente, né scientificamente, per cui stanno riprendendo alla grande sia le dislocazioni delle aziende sia la fuga dei cervelli, non ci rivolgiamo soltanto ai cittadini che non vanno a votare e ai disoccupati senza programmi esistenziali.

Ci rivolgiamo anche alla classe politica e dirigente, ai Partiti sia dentro che fuori il Parlamento. Una Assemblea costituente, come tale può essere porsi solo fuori degli attuali poteri costituiti, se no non sarebbe costituente, ma anche i partiti attuali, come quelli nuovi che potrebbero formarsi o riformarsi, sono chiamati ad inserirsi nel movimento rigeneratore per acquisire quella legittimazione necessaria che adesso non hanno e che l’attuale sistema non potrà più loro conferire.

È cosa saggia per essi partecipare ad un movimento che si rafforzerà tanto più quanto più lo si avverserà. È meglio partecipare subito. Il nostro messaggio sta ricevendo sempre più adesione dagli esclusi del sistema, tanto più pericolosi in quanto si tratta di autoesclusi. Assenteismo elettorale e disoccupazione costituiscono una miscela micidiale che purtroppo le classi politiche giunte al capolinea continuano a sottovalutare credendo che più o meno tutto continuerà come prima.

Un richiamo storico: quando in Francia, nel 1789, il Terzo stato lasciò l’Assemblea degli Stati Generali e si autoproclamò Assemblea Costituente, gli altri due Stati, visto che il Terzo Stato faceva sul serio si decisero a entrare nella nuova Assemblea per una nuova legittimazione.

Vedete, tutte le fasi costituenti si verificano in contesti differenti e in situazioni differenti, ma hanno anche dei denominatori comuni: incoscienza della classe politica al potere, distacco profondo della base sociale dalla politica, disoccupazione che della crisi economica costituisce la dimensione più tragica perché costituisce il massimo dell’esclusione.

 

6.        Conclusione.

Quello che, concludendo, mi preme fare presente e non solo a chi fa politica e a chi non la fa, non solo a chi si trova in grave sofferenza economica e di ogni altro genere, ma a chi sente preoccupazione per il destino dell’Italia, della Nazione italiana, dello Stato nazionale italiano, per la sua esistenza. Il pericolo peggiore non è la guerra civile cruenta, c’è di peggio. Al tempo della cruentissima e feroce guerra civile della fine della Seconda Guerra Mondiale le parti contrapposte degli italiani si combattevano senza negare l’Italia ma rivendicandola ciascuna a sé.

Il pericolo più grave, in questi drammatici momenti, è la scissione del nostro Stato nato dal Risorgimento, con il sangue di tanti eroi, per tornare un aggregato di popolazioni divise e conflittuali e sottomesse a qualche potenza d’oltralpe che attende la nostra deflagrazione per tornare a dominarci in modo più duro e irreversibile di quanto non abbia fatto nei secoli passati.

 

 



[1]) Vedi: lettera43.it.politica/riforme-costituzionali, 18.06.13
[2]) Vedi: Thomas Mackinson, ‘Riforme istituzionali, è il momento giusto?’. Accademici divisi, in “il fatto quotidiano.it”, 7 giugno 2013.
[3]) Vedi: “lettera43.it”, 6 giugno 2013.

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