venerdì 17 gennaio 2014
giovedì 16 gennaio 2014
ELEZIONI 2014: Europee, Amministrative e Politiche anticipate...
Tra pochi mesi si andrà a votare per le importantissime elezioni europee e, molto probabilmente, anche per elezioni politiche anticipate ma la destra sociale italiana è ancora divisa, ripiegata su se stessa, assolutamente inconsistente ed impreparata.
Il Comitato Destra per Milano, a prescindere dal quadro politico nazionale ed europeo, si prepara, autonomamente, per le elezioni amministrative che si terranno in tantissimi comuni della Provincia di Milano e della Regione Lombardia. Presenteremo nostri candidati nella coalizione di centro-destra ed abbiamo deciso di sostenere, in Provincia di Milano, il nuovo movimento civico-popolare Controcorrente per il Territorio, fondato dall’amico consigliere provinciale Giuseppe Russomanno (già dirigente del Movimento Sociale Italiano e poi di Alleanza Nazionale) e, in Provincia di Varese, il Movimento Italia Nazione dell'amico Avv. Gianpiero Maccapani (storico esponente missino, già capolista de La Destra al Senato in Lombardia, alle scorse elezioni politiche).
Per le elezioni europee, se non ci sarà una lista unitaria anti-Euro della destra, sosterremo l’amico, eurodeputato uscente, On. Mario Borghezio, autentico combattente anti-mondialista e promotore della nuova alleanza fra la rinnovata Lega (di Matteo Salvini e Flavio Tosi) ed il Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Stesso discorso e stesse alleanze, in mancanza di alternative, anche per eventuali elezioni politiche anticipate.
Contemporaneamente ci stiamo preparando per le elezioni primarie del centro-destra per la scelta del prossimo candidato Sindaco di Milano, sostenendo, insieme ad altre realtà politiche e sociali (comitati di quartiere, associazioni culturali e di volontariato, esponenti delle categorie professionali), il nostro presidente Roberto Jonghi Lavarini.
Basta aspettare le decisioni altrui, basta con la destra terminale, basta con il centralismo romano, basta con la casta dei mestieranti della politica che pensano solo a salvare le loro poltrone: “Marciare per non marcire”!
Informazioni, adesioni, proposte di candidatura:
"Oltre l'Euro, per una nuova Italia" convegno politico-economico internazionale a Londra
Invito al Convegno
OLTRE L’EURO PER UNA NUOVA ITALIA
Le origini della crisi. I Trattati UE. Il Fiscal Compact. Il Mes. Come uscire dalla moneta unica
SABATO 25 GENNAIO 2014 – ORE 14:00
presso la
LONDON SCHOOL OF ECONOMICS AND POLITICAL SCIENCE
ROOM STC.S75 (Ground Floor), ST CLEMENTS BUILDING, HOUGHTON STREET, LONDON
*** INTERVERRANNO ***
PROF. CLAUDIO BORGHI AQUILINI
Economista (Università Cattolica, Milano)
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PROF. ANTONIO MARIA RINALDI
Economista (Università G. d’Annunzio Chieti-Pescara e Link Campus University, Roma)
Sondaggio sull’Euro tra gli italiani nel Regno Unito
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ING. LUCA BOSCOLO
Movimento per l’uscita dall’Euro
Dal Piano Funk alla sesta fase del Ciclo di Frenkel
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DOTT. STEFANO FUGAZZI
ABC Economics e Investire Oggi
Disoccupazione come metodo di governo per l’Eurozona ed Euro-luoghi comuni
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DOTT. JEAN SEBASTIAN S.L.
Attivista M5S e blogger
Fiscal Compact, MES e diritto dello Stato ad abbandonare l’Eurozona
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DOTT. GIUSEPPE PACCIONE
Esperto di diritto internazionale e dell’Ue e giornalista freelance
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Europa unita tramite scambio di cultura invece che di sola finanza
ANDREA MASCIAVÈ
Pro Europa Una
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SEGUIRÀ TAVOLA ROTONDA APERTA AGLI INTERVENTI DEL PUBBLICO
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L’evento sarà trasmesso in diretta streaming su http://www.italynews.org.uk/
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Evento gratuito. Per poter partecipare è necessario registrarsi inviando una email a: abc.economics@yahoo.com
SICUREZZA a MILANO !
Intervista a Roberto Jonghi Lavarini (Destra per Milano) sulla sicurezza a Milano
mercoledì 15 gennaio 2014
ELEZIONI 2014: europee, amministrative e, forse, anche politiche anticipate...
Tra pochi mesi si andrà a votare per le importantissime elezioni europee e, molto probabilmente, anche per elezioni politiche anticipate ma la destra sociale italiana è ancora divisa, ripiegata su se stessa, assolutamente inconsistente ed impreparata.
Il Comitato Destra per Milano, a prescindere dal quadro politico nazionale ed europeo, si prepara, autonomamente, per le elezioni amministrative che si terranno in tantissimi comuni della Provincia di Milano e della Regione Lombardia.
Presenteremo nostri candidati nella coalizione di centro-destra ed abbiamo deciso di sostenere il nuovo movimento civico-popolare
"Controcorrente per il Territorio", fondato dall'amico consigliere provinciale Giuseppe Russomanno (già dirigente del Movimento Sociale Italiano e poi di Alleanza Nazionale).
Il Comitato Destra per Milano, a prescindere dal quadro politico nazionale ed europeo, si prepara, autonomamente, per le elezioni amministrative che si terranno in tantissimi comuni della Provincia di Milano e della Regione Lombardia.
Presenteremo nostri candidati nella coalizione di centro-destra ed abbiamo deciso di sostenere il nuovo movimento civico-popolare
"Controcorrente per il Territorio", fondato dall'amico consigliere provinciale Giuseppe Russomanno (già dirigente del Movimento Sociale Italiano e poi di Alleanza Nazionale).
Per le elezioni europee, se non ci sarà una lista unitaria della destra, sosterremo l'amico, eurodeputato uscente, Mario Borghezio, autentico combattente anti-mondialista e promotore della nuova alleanza fra la Lega ed il Fronte Nazionale di Marine Le Pen.
"Marciare per non marcire"
Informazioni, adesioni, richieste di candidatura:
destrapermilano@gmail.com
Informazioni, adesioni, richieste di candidatura:
destrapermilano@gmail.com
lunedì 13 gennaio 2014
"Rompere la gabbia" è possibile!
... IL RIPRISTINO DELLA SOVRANITA' MONETARIA NON E' UNA FANTASIA ESTREMISTA, MA E' LA VIA PERCORRIBILE E NECESSARIA PER BLOCCARE LA CRISI E INVERTIRE LA TENDENZA
- Presentazione del libro -
"Che il dibattito sulla crisi e su come uscirne giri a vuoto, è sensazione diffusa: “la ripresa è dietro l’angolo”, ci dicono. Ma intanto ad ogni tentativo concreto di rilanciare l’occupazione, diminuire le tasse, rendere più tollerabile la vita quotidiana alla stragrande maggioranza degli italiani, fa da contraltare un altro ritornello: “mancano le risorse”. Se si tira la coperta da un lato, se ne lascia scoperto e irrisolto un altro, un altro problema. A meno, come da ‘rivelazioni’ degli ultimissimi giorni, di svendere di nuovo quel che resta del patrimonio pubblico dopo le privatizzazioni dell’industria di Stato del 1992.
I due dogmi da abbattere: Signoraggio privato e Debito
Questo accade perché si parte da due dogmi: l’emissione monetaria in mano alle Banche private e il Debito gravato da interessi senza fine, gli interessi sugli interessi che rendono nel tempo lo stesso debito insolvibile. Una situazione senza sbocchi. La fine dell’indipendenza degli Stati, e dunque la fine della democrazia, come denunciava 80 anni fa per il suo paese il primo ministro canadese (e liberale) William Mackenzie King e come dimostra il rapporto istauratosi tra l’Unione Europea e gli Stati membri entrati nell’eurozona, sotto l’incontrollato controllo della privata Banca Centrale Europea.
Molti economisti, non troppi in verità, si battono contro questo stato di cose. Tantissimi cittadini, gruppi, associazioni si muovono nello stesso senso, con prese di posizione che vengono presentate spesso come estremiste, ma in realtà sono quasi sempre solo “radicali” e cioè, nella situazione data, “realiste”, perché capaci di andare alla radice del problema che impedisce la ripresa dell’economia italiana.
Questo libro vuole essere un contributo di analisi a questa esigenza di chiarificazione e di cambiamento. In particolare sul terreno dei fatti storici.
Questo libro vuole essere un contributo di analisi a questa esigenza di chiarificazione e di cambiamento. In particolare sul terreno dei fatti storici.
Da Giulio Cesare a George Soros, il signoraggio è
sempre esistito ed è sempre stato fonte di reddito
sempre esistito ed è sempre stato fonte di reddito
E’ la storia infatti che ci insegna alcune verità utili a comprendere e a trasformare il presente sul terreno cruciale del Debito e del Signoraggio: l’interesse sul denaro, il denaro che al contrario di quello investito nel ciclo produttivo crea “dal nulla” altro denaro (Maurice Allais), né è un fenomeno moderno o contemporaneo né tanto meno un fatto ‘naturale’. Lo si ritrova infatti anche nell’età antica e medievale, dalla Bibbia alla Roma antica, dalle banconote cartacee del Basso medioevo a quelle del XVII secolo, ed ha spesso suscitato conflitti e segnato svolte storiche cruciali: le vicende di Giulio Cesare e Nerone, un assassinio e una leggenda nera, lasciano trasparire dietro le quinte il nodo degli interessi sui debiti, con la figura di Marco Bruto ricordato da autorevoli studiosi come ‘usuraio’, e con i famigerati Pubblicani che utilizzavano il loro ruolo di esattori per rapinare sistematicamente beni altrui.
Del resto, sul debito e le regole per la sua quantificazione, ci si è sempre scontrati tra diversi ‘partiti’, un tempo in chiave solo religiosa (le critiche cristiane e musulmane all’usura-“riba”) e in epoca recente da un punto di vista anche laico, ideologico e umanitario. Così suona assurdo il dogma del Debito italiano (il debito è quello, e nessuno può discuterlo), a fronte della sua rinegoziazione tentata appena una trentina di anni fa dai Paesi in via di Sviluppo, in conflitto col sistema bancario e finanziario occidentale e aiutati da personalità internazionali quali Papa Giovanni Paolo II, Fidel Castro o Thomas Sankarà. Un percorso difficile, ma lungo il quale si può ottenere una inversione di tendenza se si ha il coraggio e l’intelligenza di avviarlo.
Del resto, sul debito e le regole per la sua quantificazione, ci si è sempre scontrati tra diversi ‘partiti’, un tempo in chiave solo religiosa (le critiche cristiane e musulmane all’usura-“riba”) e in epoca recente da un punto di vista anche laico, ideologico e umanitario. Così suona assurdo il dogma del Debito italiano (il debito è quello, e nessuno può discuterlo), a fronte della sua rinegoziazione tentata appena una trentina di anni fa dai Paesi in via di Sviluppo, in conflitto col sistema bancario e finanziario occidentale e aiutati da personalità internazionali quali Papa Giovanni Paolo II, Fidel Castro o Thomas Sankarà. Un percorso difficile, ma lungo il quale si può ottenere una inversione di tendenza se si ha il coraggio e l’intelligenza di avviarlo.
Quanto al potere di emissione di banconote sono stupefacenti le fantasie ‘negazioniste’ del signoraggio e del connesso reddito, che hanno segnato per anni il dibattito in Italia: da una parte minoranze coraggiose, gli auritiani e altri gruppi radicali, e dall’altra presunti esperti che sui grandi mass media ne contestano a vuoto la ‘banale’, perché ovvia, teoria.
In effetti il signoraggio e il suo reddito, eccome se esistono: esistono per un mero principio di logicità attinente al microprocesso di produzione della singola banconota (costo pochi centesimi, valore quello stampigliato sul rettangolo di carta: la banconota è la merce che dà il più alto profitto); esistono per le ammissioni di studiosi o personalità protagoniste del fenomeno, da Maurice Allais a Paul Krugman, da George Soros a Beniamino Andreatta. Ed esistono per le tante prove storiche sul conflitto che il controllo dell’emissione monetaria ha suscitato tra diversi gruppi di potere dentro uno stesso Stato: tra Imperatori e aristocrazia senatoriale nell’antica Roma, tra il Consiglio dei X e il Senato nella Repubblica di Venezia, tra i banchieri privati e l’indebitato Guglielmo III d’Orange negli anni precedenti la fondazione della Banca d’Inghilterra (1694).
Se il signoraggio-potere di emissione monetaria non desse reddito, perché tanti conflitti attorno ad esso? E perché oggi la oggi privata Banca d’Italia non lo restituisce allo Stato italiano, anche fosse nella quota-parte di euro assegnatale dalla BCE?
Fino al 1992 e sin dall’epoca fascista, l’Italia ha goduto di sovranità monetaria.
Qui veniamo ad una seconda verità, un fatto storico recente e tuttavia spesso obliato persino da molti sostenitori della sovranità popolare sull’emissione di banconote. Lo Stato italiano ha goduto infatti di una sostanziale sovranità monetaria dal 1936 – il regio decreto che ha trasformato la Banca d’Italia in ente di diritto pubblico – al 1992, quando l’onda tangentopolista ha favorito, col governo Amato, la privatizzazione dell’industria di Stato: tra cui l’IRI con le sue Banche di interesse Nazionale, e dunque la stessa Banca d’Italia di cui le BIN erano azioniste.
La continuità tra Fascismo e Repubblica potrebbe dar fastidio e dunque essere messa in discussione da una parte e dall’altra. Ma è comunque un dato di fatto inconfutabile che la crescita abnorme del Debito nell’ultimo ventennio (o trentennio, se si fa riferimento al ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981) sia da mettere in relazione anche e soprattutto con la perdita della sovranità monetaria, sancita definitivamente dal decreto 333 dell’11 luglio 1992.
Si puo’ cambiare la situazione? L’obbiettivo è certo difficile ma non impossibile, per le cose fin qui dette e per altri elementi che di nuovo la narrazione storica e l’analisi della realtà odierna ci consegnano: tra le questioni affrontate nel libro, tre sono importanti, perché dovrebbero far comprendere che l’ “utopia è possibile”.
La prima riguarda le radici storiche della debolezza del pensiero di sinistra su finanza e banche: un capitolo è dedicato a Marx, e un altro ai sindacati. Ma Marx non è solo quello del Terzo Libro de Il Capitale e dell’assurda marginalizzazione del capitale finanziario dall’analisi sociale e storica del suo tempo: è anche quello, di opposto paradigma, de Le lotte di classe in Francia del 1848 dove “borghesia” e “proletariato” si ritrovano nei fatti sulla stessa barricata, contro l’ “aristocrazia finanziaria” dominante nell’epoca di Luigi Filippo. E nella lontana memoria della sinistra non c’è solo Hilferding, ma anche Hobson e altre tendenze, al cui interno si possono mettere persino gli appelli del PCI degli anni Sessanta a una convergenza dei ceti produttori contro la ‘rendita parassitaria’ dell’epoca: che non era quella finanziaria, ma che comunque richiamava quel fenomeno speculativo che oggi sta schiacciando l’economia reale, l’economia delle produzione di beni materiali.
La storia non si fa con i “se”, ma cosa accadrebbe se si creasse una trasversalità
sociale lavoratori-impresa, e una trasversalità politica in Parlamento?
Un fronte comune dei Produttori di ricchezza reale
contro l’anarchia del capitale bancario e finanziario
Cosa accadrebbe se nella dialettica tradizionale imprenditori-lavoratori dipendenti, si inserisse la questione del terzo protagonista della crisi attuale, largamente egemone sugli altri due, e cioè la grande finanza transnazionale e le Banche? Cosa accadrebbe se gli imprenditori mettessero temporaneamente in sordina la polemica pur legittima sull’art. 41 della Costituzione, e i sindacati entrassero in una logica di convergenza sull’obbiettivo comune di contrastare il sistema bancario privatistico che sta distruggendo tutto il mondo della produzione e sta creando milioni di disoccupati in Italia e in Europa? Cosa accadrebbe se il centrodestra, sin qui poco attento al progetto scellerato di una nuova svendita del patrimonio pubblico da parte del governo Letta, recuperasse veramente ‘lo spirito del ’94’, nella parte relativa all’idea di un capitalismo diverso da quello che sposta capitali da “una cassaforte all’altra”, e dunque non produce ricchezza, ma accumula denaro lungo i binari della speculazione pura?
Ecco dunque le altre due questioni. Da una parte l’Unione Europea e l’eurozona: questa Europa non va, deve essere trasformata alla radice, perché è espressione non del mondo del lavoro, né della libera impresa produttiva. E’ l’Europa della grande finanza privata, è il Nuovo Leviatano che lede in continuazione la sovranità degli Stati membri e dunque dei Popoli che essi, nel bene e nel male, rappresentano.
La trasversalità sociale e politica della questione del ‘signoraggio’
e la necessaria rideclinazione del liberismo
e la necessaria rideclinazione del liberismo
Dall’altra, e questa volta in positivo, dalla storia emerge chiaramente l’oggettiva trasversalità delle questioni signoraggio e sovranità monetaria. La prescrizione netta del premio Nobel dell’economia Maurice Allais, che deve essere lo Stato e non i banchieri privati, a detenere il potere di emissione monetaria, ha trovato e trova riscontri e consensi ovunque, non solo nel pensiero cattolico, ma anche in quello liberale e laico. Questa mera constatazione è molto importante. Occorre fare uno sforzo teorico per rideclinare la questione del liberismo, anche da parte di chi non è liberista. Un conto è il liberismo di impresa produttiva, un conto è il liberismo finanziario. Questo – l’anarchia della finanza transnazionale - rappresenta la morte sicura di quello, e lo si è visto nel dicembre 2011, quando la BCE ha regalato 419 miliardi alle banche private al tasso dell’1%, mentre le piccole e medie imprese italiane stavano chiudendo a migliaia i battenti.
Il liberismo dell’impresa produttiva porta con sé la fisiologica contraddizione tra imprenditori e lavoro dipendente. Il liberismo finanziario uccide entrambi. Per questo la battaglia per il ripristino della sovranità monetaria e per la rinegoziazione del Debito è assolutamente trasversale, non solo dal punto di vista sociale ma anche politico: negli ultimi due secoli, negli Stati Uniti e in Europa, molti statisti e personalità squisitamente liberali si sono schierati a favore del controllo statale dell’emissione monetaria, anche per salvare la libera impresa capitalista. Tra questi il terzo presidente degli Stati Uniti Jefferson e il primo ministro canadese degli anni Trenta William MacKenzie.
Il liberismo dell’impresa produttiva porta con sé la fisiologica contraddizione tra imprenditori e lavoro dipendente. Il liberismo finanziario uccide entrambi. Per questo la battaglia per il ripristino della sovranità monetaria e per la rinegoziazione del Debito è assolutamente trasversale, non solo dal punto di vista sociale ma anche politico: negli ultimi due secoli, negli Stati Uniti e in Europa, molti statisti e personalità squisitamente liberali si sono schierati a favore del controllo statale dell’emissione monetaria, anche per salvare la libera impresa capitalista. Tra questi il terzo presidente degli Stati Uniti Jefferson e il primo ministro canadese degli anni Trenta William MacKenzie.
La trasversalità è dunque possibile. Lo dimostrano anche i diversi progetti di legge avanzati da un ampio spettro di partiti politici italiani a partire dal 1995: AN, Rifondazione comunista, Italia dei Valori, Destra di Storace, PDL, partito quest’ultimo che riuscì nel 2005 a far approvare una legge - mai però applicata - a favore del ripristino della maggioranza del capitale pubblico tra gli azionisti della B d’I.
La via d’uscita dunque c’è, l’importante è avviarne il percorso, partendo da una analisi a tutto campo e trasferendola sul piano del concreto operare. Larghe intese, vere, non sotto l’egemonia del Nuovo Leviatano e dei suoi rappresentanti in Italia ma di una Politica - anch’essa oggi in crisi perché quasi tutta egemonizzata dalle Banche e dalle grandi catene mediatiche legate alla finanza transnazionale - capace di interpretare e concretizzare le esigenze profonde del popolo italiano.
Prof. Claudio Moffa (novembre 2013)
venerdì 10 gennaio 2014
L'aristocrazia della Guerra: Drieu La Rochelle
di Mario M. Merlino
Il 23 agosto 1914 muore in battaglia, a Charleroi, André Jéramec, l’amico più caro di Drieu La Rochelle, caporale all’inizio della Grande Guerra. Un amico così a lui caro che ne sposerà la sorella, Colette, di ricca famiglia ebrea. Venti anni dopo pubblicherà una raccolta di novelle dall’indicativo titolo La Commedia di Charleroi. E il libro è ben più che una sorta di debito da pagare alla memoria dell’amico scomparso e non è soltanto la capacità di mettersi a nudo tra esaltazione eroica e istinto di sopravvivenza espresso con la fuga. È un libro di guerra e sulla guerra, la disanima di un evento eterno – la guerra quale misura delle forze umane messe in gioco – e nuovo al contempo, l’irrompere, ‘di ferro e di gas’, della modernità.
E la “festa crudele”, per usare la felice espressione di Franco Cardini, si rende in commedia, dove l’orrore e la morte si stendono con il loro manto tragico sul senso degenerato del conflitto ove, di fatto, non vi è esito di vincitori e di vinti. «La guerra moderna è una malefica rivolta della materia asservita dall’uomo’ perché in essa il ferro ha sostituito i muscoli, la tecnica l’arte e, al posto di capi, generali… Insomma ‘questa guerra fatta da tutti salvo da quelli che la facevano un tempo’».
Drieu, potremmo dire, si colloca tra coloro che della guerra hanno colto la distruzione e l’orrore (scrive, ad esempio, Giuseppe Ungaretti “Di tanti – che mi corrispondevano – non è rimasto – neppure tanto – ma nel cuore –nessuna croce manca – è il mio cuore - il paese più straziato”) e da essa si ritraggono folli e disperati. In precedente articolo sul medesimo argomento ho citato Barbusse e Remarque. E non se ne vergogna. E non può essere diversamente perché senza la presenza della morte “la vita sarebbe un frutto molliccio e troppo maturo”. Semmai, ci si può chiedere, in che modo coabitare con questa presenza. Drieu vi dialogherà e ne scriverà, tramite la tentazione del suicidio, per tutta la vita – leggasi Racconto Segreto - fino a quel 15 marzo del ’45 quando la sfida si trasformerà in atto. Sempre dalla Commedia di Charleroi: «Fuggivo allegramente, fra lo scoppiettio delle pallottole».
Se ci volgiamo a queste pagine, potremmo formulare il medesimo giudizio espresso da Philippe Burrin, ne La deriva fascista, ove si spinge a definirlo sostanzialmente un intellettuale pacifista. E Drieu potrebbe coabitare, pur con tratti tutti suoi, con gli Ezra Pound i Louis-Ferdinand Céline i Robert Brasillach, che disdegnano ogni forma di conflitto in quanto negazione e sfruttamento della vita – e s’è scritto. Già, e abbiamo aggiunto come la convinzione della necessità di mantenere il punto sui valori che spingono l’uomo verso la grandezza di sé, fra cui va collocato il sano istinto verso la lotta, quel ‘barbaro dall’alto’ come insegnava il padre di Zarathustra, che, contrapposto a Marx, gli è figura di forte fascino e di costante riferimento, non equivale ad esaltare la guerra tout-court (e qui riportiamo dal Discorso ai Triestini, 1909, di Filippo Tommaso Marinetti come essa sia «…nobile bagno di eroismo, senza il quale le razze si addormentano nell’egoismo accidioso, nell’arrivismo economico, nella taccagneria della mente e della volontà»).
Eppure Drieu La Rochelle si spinge oltre, va verso quello spazio ove trova, pur nella diversità della fredda analisi da futuro entomologo e, soprattutto, fautore del dominio delle forme espresse dalla Grande Guerra (si ricerchi l’esile saggio su La Mobilitazione totale), lo scrittore Ernst Jünger. Come la terra di nessuno che divide e, al contempo, unisce i soldati delle opposte trincee. Ho scritto ‘trova’ e non ‘riconosce’, si badi bene… perché non v’è affinità fra i due se non nel riconoscimento di aver combattuto quella che, proprio lo Jünger, definisce ‘guerra di materiali’ – l’irrompere, cioè, della tecnica e delle masse a cui il Novecento dovrà dare risposta e lo farà anche tramite il totalitarismo. Termine oggi aborrito e schiacciato ma che, allora, indicava il compito prioritario di risolvere i problemi della realtà nel loro organico e complesso manifestarsi e non esaurendosi come affermava – falsamente – il liberalismo di fronte alla sfera privata dei diritti (ipocrisia) e dei bisogni (irrisolti). Fascismo e comunismo…
A Charleroi egli scopre come la guerra non corrisponda ai sogni della sua infanzia (e chi, fra i miei lettori, è cresciuto sognando ad occhi aperti nel mondo di Emilio Salgari, sa cosa ciò vuol dire), la differenza tra il sentirsi travestito da “un capo, un uomo libero che comanda e rischia la vita solo in una grande azione” e il grigio la noia la stupidità della caserma – “caserma, se ti ritroveremo al fondo della nostra strada, distruggeremo la tua facciata e sradicheremo le tue fondamenta”. E, a maggior ragione il crepitare feroce e anonimo della mitragliatrice, delle bombe assassine incapaci di guardare negli occhi coloro di cui straziano il corpo (Drieu ha conosciuto l’immane carnaio che fu la battaglia di Verdun, dove ancor più l’uomo gli apparve un essere inutile a confronto del dispiegarsi dell’industria bellica…). Come scrive Pol Vandromme, in un utile saggio edito nel 1965: «Drieu aveva una visione aristocratica della guerra, ma il servizio militare obbligatorio l’istinto da gregario il mondo industriale la democrazia hanno ucciso tutto quanto si volgeva all’eroismo, rendendola una mischia senza gloria, invece di essere una lotta leale come un duello». Ecco perché egli guarda con ammirazione il soldato che si batte sulle trincee, quell’aviatore, che ingaggia scontro mortale volteggiando nel cielo, quell’essere l’uno contro l’altro e ‘la morte a paro a paro’. Figure quali il Richthofen, il leggendario Barone Rosso, o Francesco Baracca, nel suo immaginario, sono i legittimi e soli emuli del cavaliere medievale.
C’è uno spazio geografico e ideale, fra le due guerre, che gli dà – e non solo a lui: si pensi a Robert Brasillach e, sul versante opposto, a Bernanos o ad André Malraux, che fu fra l’altro intimo di Drieu - il senso di un rinnovato spirito guerriero: la guerra civile spagnola. Scrive Robert Brasillach: «la Spagna doveva trasformare in vera e propria lotta materiale, in un’autentica crociata, l’opposizione che da secoli covava contro il mondo moderno. L’opposizione allo spirito borghese e al marxismo». E, in terra di Spagna, va a dare senso alla propria esistenza combattere e morire Gilles, il protagonista dell’omonimo romanzo, il più compiuto e altrettanto autobiografico («Dunque sarò sempre eresiarca. Gli dei che muoiono e che rinascono: Dioniso, Cristo. Niente si fa senza sangue. Bisogna morire incessantemente per rinascere incessantemente. Il Cristo delle cattedrali, il grande dio bianco e virile. Un re, figlio di re. Trovò un fucile, andò a una feritoia e si mise a sparare, mirando»). Al cavaliere tutto di ferro vestito, a cui bastava il cavallo la spada e l’onore, qui vi è il ‘partigiano’(secondo la definizione di Carl Schmitt, ovviamente, che ‘l’altro’ conosce solo il colpo alla schiena e la ferocia comoda e vile del branco), cioè colui che ha scelto di porsi al servizio di una idea e per essa donare tutto se stesso.
Essa, la guerra, ti marca stretta ti penetra dentro non te ne liberi facilmente – come la tigre che s’annida in ciascuno di noi, a balzare all’improvviso e sbranare e sbranarci (Nietzsche docet prima delle smanie e delle manie del dottor Freud) o del ‘fanciullino’ eterno che è in noi. Ne La suite dans les idées rivela e lo riporta nel saggio l’amico suo Pierre Andreu: «Guerra, specie di solitudine, mi ha ossessionato, mi tieni ancora. Ecco il tuo assalto supremo. Devo abbandonarmi a te, anima e corpo. Tu hai scatenato in me un amore incurabile; non potrò più vivere fuori di te. Mi hai colmato di un amore strano. Sono un ragazzo affascinato e sperduto. Riuscirò a risvegliarmi da questo sogno mistico?».
No, Drieu non si ridesterà mai, anche se non indosserà più alcuna divisa di panno spesso. Egli combatte l’oscena modernità della guerra, ma è troppo profondo amaro inquieto sincero con se stesso tentato dall’Assoluto, una sorta di ‘cavaliere dell’ideale’ come avrebbe potuto riconoscerlo il filosofo Hegel, da rinnegare il guerriero che è in lui (gli ultimi studi letture sono di stampo orientale, la copia delle Upanishad aperta sulla scrivania il giorno del suo suicidio, comprendono di certo la Bhagavad Gita). Darsi la morte per non essere sporcato da mani indegne non rappresenta lo sfuggire alla paura, alle proprie responsabilità, ma sottrarsi – idealmente arma in pugno (poco più di un mese dopo un altro ‘Capo’, sotto il ritratto del re Federico Secondo di Prussia, sceglierà il medesimo rito purificatore nel bunker di Berlino) – alla volgarità del presente, alla macelleria posta in essere dalla plebe sempre in cerca di sangue a cui abbeverarsi…
"Ali infrante" di Orazio Ferrara
“Ali infrante / Storie dimenticate della Regia Aeronautica” di Orazio Ferrara
In una certa Italia dell’ultimo dopoguerra parlare o scrivere delle vicende di uomini in divisa, che avevano combattuto con onore, spesso a prezzo della vita, per la Patria, era oltremodo difficile e scomodo nel migliore dei casi, nel peggiore ciò era considerato una provocazione. Eppure ancora oggi non è facile. E’ il vecchio dramma dell’Italia, del passato che non passa. Mai. Dove non si riesce ancora a storicizzare eventi accaduti decine e decine di anni fa. Dove molti, da destra e da sinistra e anche dal centro, non riescono a fare con serenità i conti con la nostra Storia nazionale, che si vuole a forza ingabbiare nelle trincee contrapposte della quotidianità della fazione politica. Eppure a quegli uomini settant’anni fa fu data loro una consegna, giusta o sbagliata, combattere per l’Italia. A quest’ultima consegna non vennero mai meno, anche a costo delle loro giovani vite. Per questo essi sono degni di memoria. Ogni comunità nazionale, nella sua interezza, dovrebbe essere fiera di annoverarli quali figli, in quanto uomini che trascendono la stessa trincea in cui si battono, e che pertanto diventano un esempio di lealtà, di dedizione e di coraggio, valido per tutti in ogni tempo. Dunque una comunità umana merita questo nome, quando ricorda con orgoglio i suoi figli migliori, anche se questi emergono da pagine buie e drammatiche, che l'inconscio vorrebbe rimuovere, come quelle della seconda guerra mondiale. Quest'ultima intima convinzione ha guidato l’Autore nello scrivere il presente libro.
Un libro che racconta di storie di uomini con le fascinose e belle mostrine della Regia Aeronautica. Di storie dimenticate e di ali spezzate. Come quella del pilota legionario e medaglia d’oro Federico Cozzolino, uno che suscita ammirazione per il non tirarsi mai indietro, costi quel che costi. Un gigante nella sua ora più tragica quando, ancora sanguinante per le gravi ferite riportate a seguito del lancio col paracadute, viene preso dai miliziani repubblicani spagnoli ed egli non abiura la causa per cui combatte, pur di fronte alla minaccia dei fucili spianati. Abiura che gli avrebbe permesso di aver salva la vita. Anzi fa di più, testimonia la sua appartenenza col grido di Arriba Italia per meglio farsi comprendere e viene, all'istante, barbaramente trucidato, e ciò in spregio a tutte le leggi di guerra. Per sessantacinque anni Federico Cozzolino ha aspettato in silenzio in quella scarna tomba di un cimitero spagnolo. Ma troppo grande era l’amore per la sua terra e infine, malgrado i faziosi e perduranti veti, è tornato finalmente a casa, avvolto in un tricolore a mo’ di sudario e in un’atmosfera non greve né triste, ma di silenziosa gioiosità come si conviene per il ritorno delle spoglie di un coraggioso, mentre qualcuno riandava con la mente a versi già scritti per Federico un giorno lontano: com’aquila / con la fronte nel sole.
O come la storia del filosofo volante o del pilota matto ovvero di Vittorio Beonio Brocchieri, un pilota della Regia veramente fuor dall’ordinario. Filosofo, professore universitario, scrittore, giornalista, pilota d’aerei, trasvolatore, capitano della Regia Aeronautica, guerriero. D’altronde lui stesso si era definito uomo prismatico, sintetizzando così quel suo vivere pericolosamente tra mille luci e bagliori nell’azzurro dei cieli. Dunque un uomo d’azione e di pensiero al massimo grado. Una figura davvero dannunziana a tutto tondo. Fu nella guerra d’Etiopia che iniziò per Beonio Brocchieri la leggenda del pilota matto. E l’appellativo non gli fu affibbiato a caso da Indro Montanelli. In diuturna avanscoperta sulle ambe abissine, per segnalare, in collegamento radio, eventuali agguati alle nostre colonne in rapida avanzata. Azzardati decolli e rocamboleschi atterraggi su inesistenti piste, che gli costarono più di un velivolo malamente scassato. E veramente in quei momenti il coraggio rasentava la pazzia. L’azione lo coinvolgeva totalmente giorno e notte, eppure non si dimenticava affatto di scrivere succose corrispondenze di guerra per i suoi affezionati lettori del Corriere della Sera.
Ma il libro narra anche di figure che, pur non offrendo alcun episodio di eclatante eroismo, sono tutte intrise di quel silenzioso, quotidiano, minimale eroismo, quello più difficile da mettere in atto perché richiede una continua tensione ideale nella vita di ogni giorno. Come quella del sergente marconista Mario Mancusi, caduto col suo aereo in missione di guerra, una vita per l’Italia il cui migliore epitaffio resta quello del desolato e vecchio padre, che in una lettera, datata 4 novembre 1942, così scriveva: … nulla mai chiese, tutto sempre dando, prodigandosi fino al possibile ed anche oltre, per la sua Patria che egli voleva grande, temuta e rispettata.
O come quella dell’ing. Michele D’Amico e del suo diario di guerra, quand’era, nell’anno 1943, giovane sottotenente della Regia Aeronautica di stanza all’aeroporto della Margana nella piazzaforte aeronavale di Pantelleria. Passato alla storia patria per la famosa frase Ma perché ci siamo arresi?, quando da Radioponte Pantelleria parlò col generale Monti del Comando Aeronautica Sicilia di base a Catania. Il D’Amico fu testimone chiave nel dopoguerra nel famigerato processo degli ammiragli contro lo scrittore Antonino Trizzino, reo di aver rivelato nel suo libro Navi e poltrone, tra l’altro, anche gli squallidi retroscena della resa di Pantelleria per viltà dei capi. Anche per merito suo quel processo diventò poi processo agli ammiragli, salvando il Trizzino da un’ingiusta condanna e ristabilendo così la verità storica.
Una costante del libro è quella di aver saputo bandire dalle sue pagine la retorica, anche perché scrivere degli uomini in guerra, c'è facilmente il rischio di scadere in essa, d’altronde sempre in agguato in storie del genere. L'orripilante retorica delle belle parole altisonanti, che alla fine finisce per sporcare tutto e tutti, perfino i caduti. Il vero eroismo fugge la retorica come la peste.
Orazio Ferrara - Ali infrante / Storie dimenticate della Regia Aeronautica - IBN Editore, Roma, 2014
162 pp., con numerose foto, € 15
IBN Editore, Via dei Marsi, 57 - 00185 Roma, Tel & Fax: 0039 06 4452275 - 0039 06 4469828 - e-mail: info@ibneditore.it
giovedì 9 gennaio 2014
Il "barone nero" Roberto Jonghi Lavarini
Roberto Jonghi Lavarini ha 40 anni, è felicemente sposato con Veronica ed ha due figlie di 11 e 6 anni, Beatrice e Ludovica. Laureato in Scienze Politiche alla Università Statale di Milano, lavora come consulente immobiliare (compravendita e ristrutturazioni) nella società di famiglia ed è iscritto a diverse associazioni di categoria. Cristiano Cattolico praticante, fedele alla Tradizione, è Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e Volontario del Corpo Italiano di Soccorso del Sovrano Militare Ordine di Malta. Appassionato di storia, cultura, araldica, tradizioni religiose e popolari, enogastronomia e sagre paesane, è molto legato alle radici ed alla identità Walser (tedesco-vallese) della propria famiglia e fa parte del gruppo folkloristico del suo paese di origine, Ornavasso. Da sempre coerente militante di destra, è stato: Segretario del Fronte della Gioventù di Milano, Dirigente Provinciale del Movimento Sociale Italiano, Dirigente Regionale di Alleanza Nazionale e della Fiamma Tricolore della Lombardia, Consigliere Circoscrizionale e Presidente della Zona Porta Venezia, per due volte candidato alla Camera dei Deputati come Indipendente ne La Destra. Attualmente, per scelta, non ricopre alcuna carica politica e non è iscritto a nessun partito ma collabora con svariate associazioni culturali e testate giornalistiche, partecipando a diverse trasmissioni televisive come opinionista.
Antica famiglia Walser (tedesco-vallese) della Vall d’Ossola, gli Jonghi Lavarini sono i legittimi discendenti dei nobili carolingi Crussnall primi signori feudali di Ornavasso, poi trasferitisi in Svizzera. Il Capostipite di questa importante Sippe germanica, storicamente presente in tutte le valli del Monte Rosa, è Jocellino I von Urnavas, citato nel 1275 come Visdomino di Naters. Da suo nipote Jocellino II “Jung” (il giovane), discendono appunto gli Jonghi von Urnavas che furono fra i promotori della colonizzazione walser delle Alpi, spingendosi, oltre il passo del Sempione, fino a fondovalle, a Casaleccio, Ornavasso e Migiandone, rivendicando la titolarità su quelle terre. Nel 1486, il Vescovo di Sion, Iodico von Syllinen, Signore del Vallese e Principe del Sacro Romano Impero, rivendicando il legittimo dominio su quelle terre, nominò, suo Curatore, il Ritter (Cavaliere) Theodorus Jongh, riconoscendolo erede dei primi signori di Ornavasso (poi trasferitisi nel Vallese) con lo spettante titolo di Freiherr von Urnavas. Già nel 1495, però, il Ducato di Milano ed i Visconti rientrarono definitivamente in possesso della Baronia di Ornavasso, accordandosi con le “locali genti alemanne” (Walser), alle quali venne concessa una larga autonomia. Da allora i “todeschi Jonghi di Urnavas” sono sempre citati negli eventi storici della valle. In particolare, nel 1575, Pietro ed Angelino Jonghi, partecipano alla costituzione degli Statuti di Ornavasso in quanto “cardenzari et uomini particolari di detto luoco”. Nel 1605, gli Jungen Urnavas sono citati nel “Wappenbuch des Heligen Romischen Reichs” (registro degli stemmi del Sacro Romano Impero). Nel corso dei secoli possedettero molte terre agricole, pascoli, boschi, cave di marmo e palazzi signorili (ancora esistenti come quelli di Ornavasso, Vogogna e Piedimulera), imparentandosi con le più importanti famiglie del Verbano-Cusio-Ossola. Dal 1738 gli Jonghi furono sempre presenti nel Consiglio Generale dell’Ossola come Patriziato Aggregato. Nel 1900, S.M. Re Umberto I concesse al Nob.Cav.Ing. Cesare Jonghi di aggiungere al proprio cognome ed al proprio stemma anche quelli materni dei nobili Lavarini (famiglia di remota origine veneta, di medici ed impresari, decurioni e sindaci, citata fin dal 1575).
Intervistiamo Roberto Jonghi Lavarini (41 anni, noto esponente della destra milanese, opinionista radio televisivo, ex dirigente del MSI e di AN, già presidente della zona Porta Venezia): uno "politicamente scorretto e senza tanti peli sulla lingua". D (domanda) – R (risposta) D - Ti abbiamo sentito alla Zanzara sotto il fuoco incrociato di Cruciani e Parenzo… R - Si, è un bel ring anche se alla radio è impossibile spiegare bene i concetti, difendersi e replicare. Mi dispiace solo essere stato obbligato a parlare solo del passato e non del presente, tantomeno del futuro. Comunque, sia chiaro: non mi vergogno affatto delle mie idee e non ho certo paura di esprimerle liberamente. Io non rinnego nulla e non mi tiro indietro davanti ad una sfida. Il mio giudizio storico sul Fascismo e Mussolini rimane assolutamente positivo. Anzi, a dirla tutta, di fronte alla attuale crisi dell’occidente, causata dalle speculazioni della plutocrazia internazionale, incomincio anche a capire ed a rivalutare certe scelte politiche ed economiche della Germania Nazional-Socialista. La storia del secolo scorso è tutta da riscrivere... D - Ti abbiamo anche letto sui giornali parlare di Grillini e Lepenisti… R - Ho semplicemente riportato dei fatti assolutamente noti: Marine Le Pen, in vista delle prossime elezioni europee del 2014, vuole giustamente costituire un fronte europeo dei popoli e delle nazioni, e, attraverso tutta una serie di contatti ed incontri, cerca degli interlocutori affidabili anche in Italia. Mi hanno però assicurato, dalla sua segreteria politica, che non vi è e non vi sarà mai alcun accordo con il Movimento 5 Stelle. Ad oggi, quindi, gli unici referenti ufficiali del Front National francese, rimangono solo la Fiamma Tricolore e La Destra che, non a caso, hanno ripreso ed accelerato il processo di riunificazione della destra sociale italiana. D - Infatti, sabato sarai a Roma alla rifondazione di AN lanciata da Storace… R - Quella di riesumare la vecchia Alleanza Nazionale è evidentemente solo una provocazione politica, rivolta soprattutto agli amministratori della omonima fondazione (che gestisce il patrimonio del MSI) ed ai Fratelli d’Italia: l’obbiettivo è, finalmente, quello di riunire, rinnovare e rilanciare la destra italiana, partendo dall’appello lanciato, a suo tempo, da Marcello Veneziani e dal progetto Itaca. Urge un nuovo movimento anti-mondialista che difenda veramente l’identità, la sovranità, i sacrosanti interessi del nostro popolo e della nostra nazione. Bisogna fare massa critica, voltare pagina, chiudere con vecchi rancori e polemiche. Su questa strada obbligata (non solo dallo sbarramento elettorale del 4%), i nostri primi e naturali interlocutori non possono che essere gli amici di Officina per l’Italia. D - Veniamo a Milano, quale è il tuo commento sul Far West di Quarto Oggiaro? R - Conosco bene quel quartiere difficile e, durante la campagne elettorali, in mezzo a centinaia di cittadini assolutamente perbene, ho incrociato anche diversi pregiudicati, alcuni dei quali cercavano veramente di cambiare vita ma non è facile. Lo stato deve fare sentire tutta la sua autorità ed autorevolezza, innanzitutto dando risposte concrete (case popolari, asili nido, spazi per i giovani, sussidi per gli anziani, istruzione e supporto al mondo del lavoro) e secondariamente con una presenza costante e visibile delle forze di polizia. Per sradicare la criminalità ed il degrado, servono “il bastone e la carota”, ovvero legge ed ordine (anche “il pugno di ferro” quando serve) ma insieme a giustizia sociale. Ma in quella zona, è giusto ricordare che ci sono anche tanti esempi positivi: parrocchie, centri sportivi, associazioni culturali e di volontariato e tanta solidarietà. D - Quale è il tuo giudizio sui governi locali di Pisapia, Podestà e Maroni? R - Quello sulla giunta rossa del radical-chic Pisapia è assolutamente pessimo: ha diminuito fortemente la sicurezza ed il benessere dei milanesi, tartassato famiglie e commercianti, abbandonato le periferie, difeso solo zingari e leonkavallini, riempito di consulenze e soldi pubblici i propri compagni di merende. La giunta provinciale ha lavorato benino ma, contando veramente poco, non se ne è accorto nessuno. E dalla Regione Lombardia, dopo tutte le incoraggianti promesse elettorali di cambiamento di Maroni e della sua lista civica, sinceramente, mi sarei aspettato di più, ma è ancora presto per giudicare, diamogli ancora qualche mese. La verità è che in questa crisi sistemica della democrazia, i partiti e le assemblee elettive contano sempre meno e la classe dirigente selezionata è sempre più mediocre e meno autonoma. Bisogna tornare alla grande e buona Politica, fatta con disinteresse e passione, per la propria comunità, ognuno con le proprie idee. D - Ma quali sono le tue proposte concrete per uscire da questa grave crisi sociale? R – Grazie della domanda, finalmente parliamo di cose concrete! Le famiglie e le imprese italiane sono soffocate dalle tasse e dalla burocrazia, non si riesce più a lavorare e, in certi casi, nemmeno a sopravvivere. E per abbassare questa vessatoria e insopportabile pressione fiscale, oltre a fare tagli (e di carrozzoni inutili e sprechi ce ne sono ancora tantissimi), bisogna rivoluzionare il sistema economico dello stato, rivedere i trattati europei, riprenderci la nostra piena sovranità monetaria, nazionalizzare la Banca d’Italia, vietare e punire severamente le infami speculazioni dell’alta finanza privata internazionale che sono la principale causa di questa crisi. D - Ora arriva il giochino del botta e risposta. Ad ogni nome che faccio voglio un definizione sintetica o un tuo commento veloce. D - Erich Priebke: R - Un soldato tedesco che ha ubbidito ad ordini superiori. Pace all’anima sua. D - Papa Francesco: R - Simpatico, comunicativo, nazionalpopolare ma io preferivo Benedetto XVI. D - Silvio Berlusconi: R - Un sincero anticomunista. Un grande uomo, con più pregi che difetti. D - Alba Dorata: R - Onore ai due giovani patrioti greci ammazzati dai sicari del mondialismo. D - Primavera Araba: R - Una tragedia. Io difendo i cristiani perseguitati ed in Siria sostengo Assad.
mercoledì 8 gennaio 2014
martedì 7 gennaio 2014
GENNAIO 2014: il punto della situazione...
GENNAIO 2014: il punto della situazione...
Abbiamo attivamente sostenuto, insieme ad agricoltori ed allevatori, artigiani e commercianti, la sacrosanta protesta dei Forconi contro questo governo delle tasse e contro questa Europa delle banche. Continueremo a farlo, insieme al Centro Studi Patria e Libertà di Fernando Crociani Baglioni ed alla Fondazione per l’Europa dei Popoli di Mario Borghezio.
Rimaniamo affezionati alla eterogena area della "destra radicale", in particolare alla Fiamma Tricolore di Attilio Carelli ed alla "nuova" Destra Sociale di Luca Romagnoli ma, sinceramente, vogliamo costruire qualcosa di più grande, solido e politicamente incisivo.
Siamo invece sempre più distanti dagli ex Colonnelli di Alleanza Nazionale che pensano solo a conservare se stessi. E fra questi, forse, i peggiori sono proprio i quarantenni che hanno sempre vissuto solo di politica, e che ora parlano di rinnovamento.
In questo momento, guardiamo con attenzione e crescente interesse al nuovo movimento civico milanese "Controcorrente per il Territorio" (promosso da Giuseppe Russomanno), alla rinnovata Lega, identitaria e "lepenista", di Matteo Salvini ed alla Fondazione Ricostruiamo il Paese di Flavio Tosi (peraltro, sostenuta dal movimento politico Progetto Nazionale di Piero Puschiavo).
Per ora, quindi, continuiamo ad essere apartitici: uomini liberi, indipendenti, autonomi, trasversali, senza padrini e senza padroni!
Comitato DESTRA PER MILANO
martedì 24 dicembre 2013
Ci ha lasciati Mamma ANITA Ramelli.
Mamma ANITA Pozzoli RAMELLI ha raggiunto il suo SERGIO. Donna Anita era genuinamente lombarda, forte quanto schiva, rimasta sempre fedele, non solo al ricordo del figlio martire, ma, anche nei momenti più difficili, alla vecchia Fiamma, alle idee ed ai valori di Sergio. Mamma Anita si preoccupava sempre per i giovani militanti come fossero tutti figli suoi, invitandoli a stare uniti e sereni, e tale spontaneo affetto materno era ovviamente ricambiato, creando così un profondo ed autentico legame di comunità e di cameratismo. La destra sociale italiana ha perso uno dei più importanti simboli della propria martoriata storia di militanza e fedeltà. Per tutta la nostra comunità sarà un Natale più triste. RIP
venerdì 20 dicembre 2013
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