CCP

venerdì 22 marzo 2013

Cameratismo e goliardia, Onore e Fedeltà.


Cena cameratesca milanese, da sx: Maurizio Mariano (storico sindacalista CISNAL e consigliere di zona del MSI), Mauro Zoia (consigliere comunale della Lega Nord ad Inveruno), Sergio Spinelli (già Volontario nelle Fiamme Bianche della RSI), Roberto Jonghi Lavarini, Diego Zoia (presidente del circolo del Regno Lombardo Veneto) e Giuseppe Costi (medico pediatra, già dirigente della destra missina a Parma).

Un lume di speranza da Fiumicino...

 
Interessante esperimento politico a Fiumicino dove, fra poco, si andrà a votare per il sindaco ed il rinnovo del consiglio comunale. I locali dirigenti di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni, de La Destra di Francesco Storace e della Fiamma Tricolore di Luca Romagnoli, hanno deciso di presentare una lista unitaria: finalmente, era ora, vedremo, seguiremo con attenzione, speriamo in bene...


DESTRA PER MILANO


Destra per Milano, attualmente, è solo un piccolo gruppo di amici,“quattro aristogatti neri”, che gestiscono l’omonimo blog che si occupa di politica, cultura ed informazione. Destra per Milano, in particolare, sostiene le iniziative patriottiche delle storiche associazioni d’arma (Arditi ANAI, Combattenti UNC-RSI e X Mas), quelle culturali promosse dalla Ritter (Edizioni e Libreria) e quelle politiche rivolte alla unità dell’area. L'obbiettivo, morale prima che politico, della "comunità militante" di Destra per Milano rimane sempre l'unità ed il rilancio della autentica destra europea, in un grande "Fronte Nazionale" (popolare, sociale, identitario ed antimondialista) sul modello di quello francese di Marine Le Pen. Per questo: nel 2012, ha aderito al Progetto Itaca di Marcello Veneziani e Renato Besana, sostenendo attivamente l’ipotesi di un congresso unitario e costituente della destra sociale italiana e, candidando, alle elezioni politiche del 2013, Roberto Jonghi Lavarini, alla camera dei deputati, come indipendentenelle liste de La Destra di Francesco Storace.



Il comitato Destra per Milano viene fondato, nel 2000, da una ventina di militanti missini, guidati dai tre consiglieri di zona della Fiamma Tricolore di Pino Rauti: “il giovane falco” Riccardo Falcone, “il barone nero”Roberto Jonghi Lavarini (già presidente di zona 3, Porta Venezia) che viene designato portavoce ed il “vecchio camerata” Sergio Spinelli (ex Volontario nelle Fiamme Bianche della RSI) che viene acclamato presidente. Inizialmente, il gruppo sostiene l'ambizioso progetto denominato "Movimento Sociale Europeo" promosso, con il sostegno di Jean Marie Le Pen (capo carismatico del Front National francese) , dall'eurodeputato missino On.Roberto Bigliardo, da Nicola Cuccullo (Sindaco di Chieti), da Guido Mussolini (nipote del Duce) e da Marco Valle. L’idea, purtroppo, non decolla, allora, Destra per Milano, si trasforma in "coordinamento degli indipendenti di destra", collaborando, trasversalmente, per anni, con tutte le realtà politiche e culturali d'area, promuovendo, insieme a tanti altri, anche l'esperimento Cuore Nero (primo centro sociale di destra a Milano), e sostenendo, alle elezioni, candidati locali del centro-destra (sopratutto di Alleanza Nazionale, ma anche della Lega Nord e di liste civiche e minori). Alle elezioni politiche del 2008, Destra per Milano (con Jonghi presidente, “il cileno” Lorenzo Castello vice, la mitica Ausiliaria SAF-RSI Amelia Bighelli presidente onoraria e la "principessa" Silvia Comneno d'Otranto come addetta stampa), è, convinta ed attiva, promotrice della lista unitaria "La Destra - Fiamma Tricolore -Daniela Santanchè". Dopo questa breve esperienza unitaria, purtroppo fallimentare, il gruppo (guidato dal triumvirato Jonghi, Francesco Filippo "Franz" Marotta e “o lione” Mario Mazzocchi Palmieri) si avvicina al neonato Popolo della Libertà e fonda, insieme ad altri (sopratutto dirigenti della ex AN) il movimento di opinione Destrafuturo che, con il tempo, si trasforma in vera e propria corrente interna. Quindi, nel 2011, il comitato, per decisione unanime, si scioglie, lasciando libertà di militanza politica ed adesione partitica ai propri simpatizzanti. Rimane attivo il blog come mezzo di informazione e formazione politica e culturale e luogo di dibattito e confronto interno alla destra milanese, lombarda ed italiana.
Informazioni e contatti: destrapermilano@gmail.com

giovedì 21 marzo 2013

ROBERTO JONGHI LAVARINI


Agenzia ITALIA INFORMA: Chi è ROBERTO JONGHI LAVARINI

Milano, 21 marzo 2013


Roberto Jonghi Lavarini ha 40 anni, è felicemente sposato con Veronica ed ha due figlie di 11 e 6 anni, Beatrice e Ludovica. Laureato in Scienze Politiche alla Università Statale di Milano, lavora come consulente immobiliare nella società di famiglia ed è iscritto a diverse associazioni di categoria. Cristiano Cattolico praticante, fedele alla Tradizione, è Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e Volontario del Corpo Italiano di Soccorso del Sovrano Militare Ordine di Malta. Appassionato di storia, cultura, araldica, tradizioni religiose e popolari, enogastronomia e sagre paesane, è molto legato alle radici ed alla identità Walser (tedesco-vallese) della propria famiglia e fa parte del gruppo folkloristico del suo paese di origine, Ornavasso. Da sempre coerente militante di destra, è stato: Segretario Provinciale del Fronte della Gioventù di Milano, Dirigente Provinciale del Movimento Sociale Italiano, Dirigente Regionale di Alleanza Nazionale della Lombardia, Consigliere Circoscrizionale e Presidente della Zona Porta Venezia, per due volte candidato alla Camera dei Deputati come Indipendente ne La Destra. Attualmente, per scelta, non ricopre alcuna carica politica e non è iscritto a nessun partito ma collabora con diverse testate giornalistiche e partecipa a diverse trasmissioni televisive come opinionista.

INFO: www.robertojonghi.it CONTATTI: robertojonghi@gmail.com

mercoledì 20 marzo 2013

Con il popolo, contro il sistema: un grande Fronte Nazionale contro la plutocrazia mondialista!

 
 
 
 


 


 

Grande Borghezio: "La Boldrini? Una fancazzista sulla pelle dei poveracci..."

“La Boldrini? E’ un tipico rappresentante del fancazzismo buonista internazionale che sproloquiava a destra e sinistra senza capire un accidente, né dell’immigrazione, né della situazione dei clandestini”. Sono le parole di Mario Borghezio, intervistato da Giuseppe Cruciani a “La Zanzara”, su Radio24. L’europarlamentare del Carroccio col suo solito linguaggio ruspante stronca in toto il nuovo Presidente della Camera. “Organizzazioni come l’Onu” – afferma – “spendono il 70-80% dei fondi per mantenere questi funzionari fancazzisti inutili che fanno finta di interessarsi dei poveri del mondo e intanto soggiornano comodamente negli alberghi a cinque stelle, creandosi, come questa signora, i presupposti di una carriera politica a spese dei poveri“. E aggiunge: “La Boldrini parla degli immigrati usando la più trita demagogia terzomondista e buonista che neanche un vendoliano o un esponente di estrema sinistra ha mai utilizzato”. Borghezio è ormai incontrollabile e accusa: “A Lampedusa non faceva un cazzo, ma faceva continuamente propaganda, demagogia e lacrimucce sulla pelle dei veri poveracci senza andare a indagare le cause vere dell’immigrazione”. E non solo. Secondo Borghezio, che cita ad esempio positivo papa Francesco il quale “portava reale aiuto ai poveri neri”, il neopresidente della Camera “incentivava l’arrivo dei clandestini con la sua politica buonista: andate in Italia che c’è sempre qualche stronza di turno che ricatta i governi per farvi accogliere con il traffico degli esseri umani“. Borghezio concorda con l’opinione del deputato leghista Gianluca Pini (“La Boldrini pisciava in testa a Maroni un giorno sì e l’altro pure”) e rincara: “Ci facessero vedere i bilanci questi fancazzisti dell’Onu e della Fao. La Boldrini è come i trafficanti di esseri umani, ha una responsabilità morale gigantesca, non ha mai fatto un cazzo per contrastare il traffico”. E sottolinea: “Mentre i nostri militari si privavano dell’acqua per darla ai profughi questi stavano negli alberghi a cinque stelle”

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/03/18/borghezio-boldrini-fancazzista-a-spese-dei-poveri-stronza-propagandista/225245/

L'AESPI ricorda le italianissime terre di Istria, Fiume e Dalmazia; le foibe slavo-comuniste e l'esodo.


ITALIANI TUTTI DALMATI TUTTI ISTRIANI

Cari amici,

venerdì 22 marzo alle ore 18, presso la sede di “Io amo l’Italia” di via Benedetto Marcello 26 Milano gentilmente concessaci per la circostanza, sarà presentato il libro dal titolo: Italia, confine orientale, foibe edito da Solfanelli.
Si tratta di un’opera scritta a più mani, alla quale hanno cooperato diversi dirigenti e iscritti dell’Associazione Europea Scuola e Professionalità Insegnante, fra i quali mi preme citare il Presidente Angelo Ruggiero, Giuseppe Manzoni di Chiosca, Rossana Mondoni, Matteo D’Amico, Glauco Casarico. Non mancano gli interventi di penne prestigiose come quelle dello storico Luciano Garibaldi e del politologo e storico Giorgio Galli, nonché le testimonianze di persone che hanno sperimentato personalmente la tragedia degli infoibamenti e dell’esodo da quella che Foscolo chiamava “materna mia terra”: cito fra gli altri Tito Lucilio Sidari e Gianni Godeas.
Nel partecipare a questa iniziativa culturale l’AESPI mette a frutto una lunga storia di vicinanza spirituale a luoghi, persone ed eventi, storia che ha visto l’Associazione organizzare e patrocinare convegni, corsi, seminari, manifestazioni di vario genere dedicati alle vicende dei confini orientali.
La novità delle ultime iniziative in proposito (come il convegno recentemente moderato allo spazio Oberdan dall’amico Gianluca Kamal – è che con esse la questione delle foibe trascende la – pur sacrosanta – ritualità legata al “Giorno del ricordo” (10 febbraio) e viene proposta nel suo interesse sempre attuale e sempre vivo. Spero possiate intervenire numerosi, e porgo cordiali saluti a tutti

Alfonso Indelicato

responsabile Relazioni Esterne AESPI
 
 

ANCIS: Associazione Nazionale Combattenti Italiani in Spagna.



COMUNICAZIONE ANCIS

L’A.N.C.I.S., associazione Nazionale dei Combattenti Italiani in Spagna, insieme alla Fondazione Hispano Latina di Partecipazione, celebreranno il 74° anniversario della conclusione della Guerra Civile Spagnola 1936 / 1939.

A Roma, sabato 6 aprile 2013, alle ore 11.30,sarà offerta la rituale corona d’alloro al Sacello del Milite Ignoto sull’Altare della Patria; seguirà, nella BASILICA DI SAN MARCO, in Piazza San Marco, alle ore 12.00, la Solenne Messa di suffragio e Onori ai Caduti.

Al termine della celebrazione, sarà offerto un rinfresco nel colonnato antistante la Basilica.

Successivamente, chi vorrà, potrà salire in autobus alla Piccola Caprera (Desenzano del Garda), alle condizioni e con le modalità nell’allegato programma, per partecipare con gli Alpini della Monterosa e le Ausiliarie al raduno di domenica 7 aprile nel Comprensorio Storico dei “Ragazzi di Bir el Gobi”.

Si chiede la disponibilità di volenterosi energici, possibilmente giovani, che si offrano quali Alfieri per le Bandiere durante la cerimonia: giacca e cravatta blu, pantalone blu o grigio; copricapo d’Arma per chi abbia prestato servizio militare.

Chi può, ci porti o ci invii qualche soldo per la vuota “cassa militare”! Anche un soldo fa la guerra! IBAN:IT 58 C 03002 05075 00000 8399531

Si confida nella buona volontà di tutti per la maggior diffusione possibile della cerimoniae per il suo buon esito!

D’ordine del Presidente di ANCIS,

Magg. Generale Comm. (Cong.) Dott. Cosimo Anglani

il segretario nazionale Juan Carlos Gentile

INFO: tel. / fax: 06.86322594; 349.5706302; 349.0850258;

martedì 19 marzo 2013

Raduno della "destra identitaria" ad Ornavasso.


Le genti di Ornavasso (Urnafasch in lingua Walser) sono veramente liete di ospitare l'Assemblea Annuale 2013 dei Soci della benemerita Associazione Culturale Terra Insubre che, da tempo, difende le tradizioni e l'identità del nostro popolo.






FARE VERDE Milano: "natura e tradizione"...


Ciao a tutti,
per Mercoledì 27 Marzo
è convocata la riunione del gruppo di Fare Verde Milano,
vi aspettiamo alle ore 21 presso il circolo di via Cadamosto 2
Ordine del giorno:
· Tesseramento 2013
· Organizzazione banchetto di distribuzione di sacchetti di compost per informare i cittadini sulla raccolta differenziata della frazione umida
· Organizzazione evento di pulizia e recupero di un litorale lacustre
· Aggiornamento riguardo la creazione del gruppo locale fare Verde Milano
· Programma di uscite
· Questione sede
· Varie ed eventuali
Vi aspettiamo!
Un caro saluto
 
Gaetano Matrone 3384671467
Gianpaolo Persoglio 347/5807396                   


 

Conferenza allo Spazio Ritter.


Libraria: Arditi X Mas.


lunedì 18 marzo 2013

Le macerie della destra sociale italiana...

Fratelli d'Italia, di La Russa e Meloni, sono politicamente spaesati e muti. La Destra di Storace, da sola, ha appena lanciato la sua piccola costituente. La Fiammella Tricolore continua ad andare avanti (?) da sola, come se niente fosse. Forza Nuova e Casa Pound dicono di non essere andati così male e confermano la loro marcetta solitaria, ovviamente divisi anche fra di loro. Progetto Nazionale di Puschiavo, oramai, pensa solo al Veneto e guarda a Flavio Tosi. Marcello Veneziani e Renato Besana, dopo le loro saccenti ramanzine intellettuali, si sono eclissati.
 
Insomma: questa sonora batosta elettorale, sembra non avere insegnato e cambiato proprio nulla! La destra sociale italiana è oramai ridotta ad un cumolo di macerie, ad una "torre di Babele", dove ognuno continua a dire la sua, senza ascoltare gli altri e, sopratutto, senza capire che la stragrande maggioranza dei nostri militanti, simpatizzanti ed elettori, stufi di queste penose divisioni, ci hanno già abbandonato. Riusciremo mai a recuperarli, dando loro un vera speranza, un serio progetto ed una valida alternativa? Persino io, che sono un romantico idealista, incomincio seriamente a dubitarne… Roberto Jonghi Lavarini

venerdì 15 marzo 2013

Roberto Jonghi in Televisione.

Il nostro presidente, Roberto Jonghi Lavarini, sarà ancora ospite, come libero opinionista di destra, alla trasmissione di approfondimento politico "Forte e Chiaro", condotta dal noto giornalista televisivo Roberto Poletti, su Antenna 3 Lombardia: mercoledì 20 marzo, dalle ore 21.00 alle ore 23.00

mercoledì 13 marzo 2013

Centro Studi CESI.

 

 

L’Appello del CESI ai candidati nelle recenti elezioni per un “Patto sulla partecipazione” ha avuto un vasto eco sia in adesioni personali che in riscontri in documenti ed articoli riguardanti i positivi aspetti sociali ed economici.

E’ ora che le forze politiche della cosiddetta “Destra Sociale” e comunque provenienti da mature esperienze politiche Msi, Msi-dn e An si mobilitino in forma unitaria ed identitaria anche a proposito dell’istituto della cogestione.

L’individuazione dei ponti nodali per il nostro sviluppo di Nazione nell’ambito europeo e la conseguente necessaria mobilitazione di alternativa, sono ormai obiettivi ineludibili in previsione dell’imminente crollo del sistema del parlamentarismo partitocratico. La cogestione, come motore del progresso sociale ed economico, è uno dei punti nodali come obiettivo sul quale raccogliere consensi.

Il CESI pubblica qui di seguito due articoli: uno del Presidente Rasi che riassume la documentazione in materia, sia per quanto riguarda i precedenti storici, sia per quanto riguarda i recenti, significativi indirizzi di importanti organismi di categoria e di imprese italiane che hanno anticipano al loro interno l’introduzione dell’istituto della partecipazione dei lavoratori ai risultati economici dell’impresa.

Un secondo articolo, di notevole interesse, è quello dell’esponente del nostro Centro Studi, il dott. Gian Galeazzo Tesei, un manager di vaste esperienze aziendali e di forte sensibilità politica, il quale, fa una rapida, ma incisiva panoramica della problematica pendente.

"Il sistema corruzione", il nuovo libro di Laura Marinaro.

 

Il sistema corruzione

Come rubano i nosrtri soldi e perché dobbiamo dire basta

 
Il nome di Piero Di Caterina balza all’attenzione della cronaca alla fine del 2009 quando viene scoperchiato il Sistema Sesto, ossia si comincia a fare luce su anni di mala politica e corruzione nel comune dell’hinterland milanese. L’inchiesta, tuttora in corso, chiama in causa i massimi vertici della politica locale e apre scenari sconcertanti sull’uso del denaro pubblico. Laura Marinaro è una giornalista che segue la vicenda per il quotidiano «Libero» cercando di far chiarezza sui meccanismi di questa brutta storia di soldi e politica. Dall’incontro con Di Caterina nasce l’idea di scrivere un libro che, senza fardelli ideologici, provi a spiegare come funzionano i meccanismi della corruzione, al di là dell’eclatante caso lombardo, ma all’interno di un sistema che coinvolge tutto il Paese. I cittadini non sanno come si ruba, dove lo si fa, quali sono i trucchi usati per sviare la magistratura, né sanno come difendersi e ribellarsi. Per questo sono necessarie nuove e più forti consapevolezze: Il sistema corruzione ci dà gli strumenti per farlo.

Memoria viva: Sergio Ramelli sempre nei nostri cuori!

 
 
Nella Milano degli anni piombo si consuma uno dei delitti piú assurdi di quel periodo. Sergio milita nel MSI. Viene ammazzato senza pietá da un gruppo di "compagni" di Avanguardia Operaia. La sua colpa è quella di aver criticato le Brigate Rosse in un compito in classe. Dopo l'agguato subito sotto casa, la sua agonia dura per 47 giorni. Quando muore, Ramelli ha solo 19 anni È bella Milano in Primavera. A marzo, per esempio, quando il grigio dell’inverno lascia lo spazio ad un pallido sole che scalda la città. È bella Milano. Anche in quel marzo della metà degli anni ’70. Perché nonostante scontri, cariche, manifestazioni, cortei, omicidi, c’è ancora un briciolo di normalità. Almeno questo deve pensare Sergio Ramelli, vent’anni ancora da compiere, che in quell’ultima stagione della sua vita, ha una voglia matta di dare libero sfogo a tutte le sue passioni. Adora Adriano Celentano. Le sue canzoni, a detta di sua mamma Anita, le canta a squarciagola per tutta casa. Ma non basta. Gli piace anche il calcio, tifa l’Inter, proprio come Celentano. Quei colori nerazzurri lo hanno conquistato fin da quando è piccolo. Ma non è un fanatico. È andato allo stadio solo qualche volta. La sua fede se la porta dentro. Come molte altre cose. È riservato Sergio. Riservatissimo. Non dice mai una parola di troppo. Gli piace cavarsela da solo, senza dover dare preoccupazioni ai suoi genitori. Che, infatti, non ne hanno. Sì perché i Ramelli hanno cresciuto un figlio come ce ne sono pochi. È diligente, studioso, mette passione in tutto ciò che fa. Frequenta l’istituto tecnico Molinari. A Milano. La sua classe è la V J. “Aveva scelto quella scuola perché amava la matematica e la chimica. Era bravo a scuola e qualche volta a casa avevamo anche parlato del suo futuro: avrebbe voluto iscriversi proprio alla facoltà di Chimica. Aveva sempre avuto dei bei voti, anzi, a dire il vero, qualche volta gli avevano anche annullato dei compiti di matematica perché li aveva passati ai compagni. Anche questo nessuno lo ha mai detto. Sergio era generoso, allegro, aveva degli ottimi rapporti con i compagni di classe…” Lo ricorda così suo figlio, Anita Ramelli, nell’unica intervista rilasciata in anni e anni. Quella da cui Guido Giraudo, insieme ad AndreaArbizzoni, Giovanni Butti, Francesco Grillo e Paolo Severgnini, ha preso ispirazione per il suo Sergio Ramelli: una storia che fa ancora paura. Ha una ragazza, Sergio. Si chiama Flavia. Si vogliono bene. Si amano, come ci si ama a vent’anni, completamente. Non vanno a scuola insieme. Flavia, figlia di un preside, ha dovuto cambiare istituto perché ha avuto non pochi problemi con i ragazzi di sinistra. Ma questo, per Sergio e Flavia, non è un problema. Porta i capelli lunghi Sergio. Non solo perché in quegli anni va di moda così. A lui quella chioma scura, che gli arriva praticamente alle spalle, piace proprio. Cosa importa se ogni tanto lo scambiano per uno di sinistra? I suoi amici, quelli che lo conoscono veramente, sanno benissimo lui come la pensa. È iscritto al Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile del MSI). È di destra Sergio Ramelli. Un ragazzo di destra che ama il calcio, la musica, lo studio. Maquando un gruppo di esponenti di Avanguardia Operaia lo massacra a colpi di chiave inglese, “regalandogli” un’agonia di 47 giorni, prima di vederlo morire in un letto d’ospedale, Sergio non è nient’altro che un “fascista” da eliminare. Anche se non si sa in che modo, a nemmeno vent’anni, si possa rappresentare un nemico che va annientato. Senza pietà. Ma ciò che porterà alla morte di Sergio Ramelli è un lungo periodo di persecuzione, minacce, soprusi. E tutto per un tema. Sì, si può dire che quel ragazzo studioso, con la passione per Celentano e per la matematica, sia stato ucciso per le frasi scritte in un compito in classe. Comincia tutto all’inizio del 1975. È gennaio. Il professore di lettere della V J, Giorgio Melitton, è un simpatizzante della sinistra extraparlamentare. Nulla di sorprendente. Anzi, si potrebbe dire che in quegli anni (e non solo), essere docente e “compagno”, è la regola. Melitton, però, non è un esaltato come molti dei suoi colleghi e, probabilmente, quando assegna quel tema in cui chiede ai suoi alunni di parlare di attualità, non vuole fomentare l’odio fra i ragazzi. Forse, ha solo la curiosità di sapere come la pensano. Non può immaginare che, in pratica, sta firmando la condanna a morte di un ragazzino di 19 anni. Sergio, ovviamente, sceglie quella traccia. Vuole parlare delle Brigate Rosse. Racconta di come il duplice omicidio di un anno prima deimissini di Padova, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, sia stato l’inizio della spirale di odio e terrore in cui i terroristi di sinistra stanno trascinando l’Italia. È la prima volta in cui le BR uccidono. E uccidono due militanti di destra. È la logica del sangue e della destabilizzazione che porterà, nell’apice della follia, all’uccisione di Aldo Moro. Ma questo Sergio non lo può sapere. Però ha compreso perfettamente la pericolosità di quell’organizzazione, armata e violenta, che con i suoi omicidi riscuote così tanto successo, perfino fra i suoi compagni di scuola.Non se lo può immaginare, Sergio, che quelle frasi saranno la sua condanna. Sì, perché quel tema, il professor Melitton, non lo correggerà mai. Al termine del compito, infatti, uno dei compagni di classe di Ramelli viene incaricato di raccogliere tutti gli elaborati della V J. Quando è nel corridoio, però, un gruppetto di rappresentanti di Avanguardia Operaia, il collettivo più “forte” del Molinari, strappa di mano al ragazzo tutti i temi. I “compagni”, i “rossi”, dentro l’Istituto si possono permettere di fare tutto quello che vogliono. Si mettono a leggere e controllare tutti i compiti. Spulciano ogni frase. Un paio di ore più tardi, i due fogli protocollo scritti da Sergio Ramelli vengono esposti nella bacheca all’entrata della scuola. Tutte le frasi, o quasi, sono sottolineate. E, sopra, una scritta rossa impressa a caratteri di fuoco: “ecco il tema di un fascista”. Da questo momento in poi Sergio diventa un bersaglio con il quale giocare al tiro a segno. E, grazie ad un gruppo di docenti disinteressati e omertosi, la persecuzione non è poi così difficile. Gli insegnati assistono passivamente ad una serie di episodi raccapriccianti. Durante una lezione, per esempio, Sergio Ramelli viene prelevato di forza dal suo banco, portato nel corridoio. Sputi, insulti. Gli urlano in faccia “sei un fascista! Vergognati!”. Nessuno interviene. Nessuno interrompe. “Ramelli, con te abbiamo appena iniziato”. È un avvertimento. E, infatti, a quell’episodio ne seguono molti altri. Una mattina di gennaio, lo aspettano sotto casa. Il gruppo è composto da ragazzi che sono tutti più grandi di lui. Sergio, molti di loro neppure li conosce. Non vanno al Molinari, ma lo obbligano comunque a riverniciare i muri dell’Istituto. Lo “sbiancamento”, lo chiamano. In realtà è solo l’ennesima umiliazione. Ottanta “compagni” (questo racconteranno alcuni testimoni ai magistrati durante le indagini per la morte di Ramelli), contro un ragazzino di neppure vent’anni. Ancora una volta, tutti vedono, nessuno interviene. Per non far preoccupare sua madre, Sergio non le racconta nulla. Tiene i genitori all’oscuro delle vessazioni continue cui lo sottopongono i membri del collettivo a scuola. Eppure, le minacce cominciano a non limitarsi solamente alle ore in cui Sergio sta a lezione. Poco prima dell’aggressione, cominciano le telefonate anonime a casa. Dall’altra parte della cornetta nessuno parla, si sente soltanto l’inequivocabile motivetto di Bandiera Rossa. Poi compaiono le scritte sotto casa: “Ramelli, fascista, sei il primo della lista”. Tutti leggono. Ma nessuno pensa di dover proteggere quel ragazzo letteralmente perseguitato dagli autonomi che dettano legge nella sua scuola. Ma, d’altra parte, Milano è sempre la stessa città che ha assistito inerme alla morte annunciata di Luigi Calabresi. Condannato, senza appello, da Lotta Continua, perché ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli. Il 13 marzo del 1975 cade di giovedì. Quella mattina Sergio va a scuola come tutti i giorni. Segue le lezioni. Aspetta come al solito il suono della campanella. È l’ora di pranzo quando riprende il suo vecchio motorino (usato), quello che gli hanno regalato mamma e papà, per dimostrargli che si fidano di lui, perché sanno che è un ragazzo responsabile e diligente. Questo non basterà a salvargli la vita. Sì, perché qualche giorno prima, Roberto Grassi, uno dei capibastone di Avanguardia Operaia ha deciso che Ramelli deve essere l’obiettivo della loro prima aggressione. E dietro l’agguato, c’è un disegno ben preciso, un’idea molto chiara. Nonché la consapevolezza di una probabile impunità. C’è uno slogan della sinistra extraparlamentare di quegli anni che, a rileggerlo oggi, fa venire i brividi: “Hazet 36. Fascista dove sei?” La Hazet 36 è una chiave inglese. È lunga quarantacinque centimetri. Pesa quasi tre chili e mezzo. Un colpo inferto con quella è letale come il proiettile sparato da una pistola. Ma laHazet è molto più facile da trovare. Basta andare in un ferramenta.Avanguardia Operaia usa le chiavi inglesi come strumento per il servizio d’ordine durante le manifestazioni. Ma vanno benissimo anche per frantumare il cranio ad un ragazzino di 19 anni che torna da scuola. Quando Sergio parcheggia il suo “Ciao” sotto casa, lo aggrediscono in quattro. Uno resta a fare il palo. Lo colpiscono a ripetizione. Con una violenza inaudita. Senza pietà, come belve feroci e assetate di vendetta. È il loro battesimo del sangue. L’azione dura pochi minuti. Sergio rimane a terra, in un lago di sangue. È ancora vivo. Per altri quarantasette giorni combatterà con la morte, in un letto dell’ospedale Maggiore di Milano. Poi, dopo un’agonia senza paragoni, anche il suo cuore si arrende. I responsabili della sua morte sono stati individuati. Il processo farsa che è seguito alla barbara aggressione contro Ramelli, merita di essere raccontata a parte e “il Giornale d’Italia” lo farà, in occasione dell’anniversario della morte di Sergio, il 29 aprile. “La morte di un tempo aveva la falce, la morte di oggi ha pure il martello, lasciò la sua firma su quel muro di calce, proprio di fronte al tuo cancello.” In realtà, per Sergio Ramelli, la morte ha nelle mani una chiave inglese e il volto di un drappello ragazzi, poco grandi di lui. Che lo massacrano senza pietà. Vigliacchi fino alla fine. Forti del fatto che spaccare la testa a un “fascista”, non è un reato. Nemmeno se è un ragazzo di 19 anni.
 
Micol Paglia
 
 

lunedì 11 marzo 2013

In ricordo di Gabriele D'Annunzio.


Quel Vate per tutti e per nessuno

Creò la liturgia fascista senza essere fascista e disegnò una nuova estetica politica. Ma in fondo fu fedele solo a se stesso

Articolo di MARCELLO VENEZIANI

Gabriele D'Annunzio fu il più grandioso nocchiero che traghettò l'Italia dall'Ottocento al Novecento, dalla piccola borghesia di provincia alla nazionalizzazione delle masse, dalla Belle Époque alla guerra, dalla galanteria all'eros, dalla morale all'estetica, dal cavallo al velivolo e al sommergibile, dal culto romantico del genio e dell'eroe al culto moderno del superuomo, ardito trascinatore delle folle.
Restano in lui vivi i tratti del secolo in cui nacque, quel 12 marzo di 150 anni fa, e restano le tracce di quell'Italia provinciale che sognava il passaggio dalla piccola borghesia alla nobiltà imperiale di Roma o di Parigi, dal decoro alla gloria. D'Annunzio trasfigura quelle origini borghesi e ottocentesche nella modernità impetuosa e guerriera.
«In Italia ci sono soltanto tre uomini che possono fare la rivoluzione: Mussolini, D'Annunzio e Marinetti», disse il massimo intenditore di rivoluzioni, Vladimir Illich Ulianov, detto Lenin. Era finita da poco la prima guerra mondiale e il leader del comunismo mondiale aveva ricevuto a Mosca una delegazione socialista italiana. Ma nessuno dei tre indicati da Lenin era socialista e tutti e tre potevano definirsi, in varia misura, figli di Nietzsche più che di Marx. Ma gli altri due erano poeti e artisti... Questo spiega perché fu Mussolini a fare quella (mezza) rivoluzione. D'Annunzio fu il più famoso anticipatore del fascismo, il suo «san Giovanni Battista». Ma ne fu anche il più grande dissidente. Non si comprende il fascismo, l'estetizzazione della politica, il rituale fascista, il saluto romano, il culto della bella morte e la retorica militare e cameratesca, senza D'Annunzio. Non si può capire la sintesi tra radicalismo di destra e radicalismo di sinistra, tra sindacalismo rivoluzionario e nazionalismo eroico, senza passare per l'opera, i discorsi e la vita di D'Annunzio (che fu parlamentare di destra, poi passò a sinistra - vado verso la vita - e non fu rieletto).
La fusione tra paganesimo e cristianesimo della liturgia fascista è di stampo dannunziano; l'eja eja alalà, il discorso dal balcone, il superuomo affacciato sulle folle, gli arditi, il mito del duce (che D'Annunzio rilanciò nel 1912 in un saggio su Cola di Rienzo). D'Annunzio crea l'habitat in cui prende corpo la mitologia fascista e da cui attinge la sua maggiore fascinazione rispetto alla rivoluzione socialista. Il mito della guerra attraversa tutta l'epoca e permea le intelligenze più vive del tempo; ma D'Annunzio, tra le varie anime letterarie e militari che alimentano il fascismo, è quello che le incarna di più. Stretto è pure il nesso tra fiumanesimo dannunziano e sansepolcrismo fascista; e tracce di D'Annunzio si ritrovano nell'estremo fascismo di Salò, che risente non solo geograficamente della suggestione estetico-eroico-mortuaria del Vittoriale, ormai disabitato del suo capriccioso signore, morto nel '38. Certo, il fascismo fu anche molto altro, e D'Annunzio fu sicuramente molte altre cose, oltre che precursore del fascismo. Di estetica politica in D'Annunzio parlò Thomas Mann, poi Hofmannsthal che ne rimase incantato; ma sarà Walter Benjamin a cogliere l'estetizzazione della politica poi ereditata dal fascismo. Il suo conterraneo abruzzese Gioacchino Volpe, in un saggio sul D'Annunzio politico e combattente, lo considerò creatore di poesia totale, intesa come «arte eroica al servizio della nazione».
Il rapporto fra D'Annunzio e il fascismo-regime fu controverso, fatto di slanci e prove di amicizia ma anche di netto dissenso, a volte taciuto, a volte filtrato, fino alla tentazione antifascista. Che in alcuni dannunziani prese corpo con l'esperienza breve di Alleanza Nazionale (corsi e ricorsi onomastici). Il rapporto fra D'Annunzio e il regime non fu diverso da quello di un altro esteta e combattente famoso, Ernst Jünger, rispetto al nazismo. Jünger, più di D'Annunzio, non amò gli aspetti volgari e torbidi del nazismo, detestò Hitler e partecipò perfino alla congiura anti-hitleriana; ma la sua fama di precursore e scrittore di guerra, il suo prestigio come eroe di guerra (aveva avuto l'onorificenza militare massima) fermarono Hitler dal proposito di punirlo. O, se vogliamo cambiar tempo, luogo e versante ideologico, lo stesso rapporto di amore e timore tra il Vate e il Duce ci fu tra Castro e Che Guevara, anch'egli come D'Annunzio appellato «il Comandante»: la sua morte prematura fu una salvezza per Castro che diventò amministratore delegato del Mito e si liberò di un ingombrante Compagno scontento. Così accadde con D'Annunzio.
Ma l'ultimo D'Annunzio sostenne il fascismo dopo l'impresa africana e le sanzioni: i copiosi doni alla patria, la retorica della guerra che riaffiorava sulle sue labbra, la missione civilizzatrice italiana in Africa, la polemica con la «perfida Albione», il dono alla Patria della croce militare avuta dalla corona britannica. Nel '37 accettò di presiedere l'Accademia d'Italia. Non fu solo ipocrita il carteggio cameratesco e a tratti pomposamente cordiale con Mussolini. L'ultimo D'Annunzio non condivise l'alleanza con la Germania, non solo perché estraneo al razzismo e al fanatismo hitleriano, ma anche perché vedeva in Parigi la grande sorella latina e nei teutonici i grandi nemici dell'Italia irredenta. E in questo era perfettamente in sintonia con Mussolini, anch'egli di formazione filofrancese e antitedesco fino alle Sanzioni.
D'Annunzio non fu mai fascista e tantomeno antifascista, ma restò sempre dannunziano, egli amava se stesso e la propria opera sopra ogni cosa, non si può irregimentare in nessun regime ma solo farsi adorare, e non si sente intellettuale organico a nessun partito. La sua vera aspirazione fu elevare la vita al rango di opera d'arte. Il suo dissenso dal regime, notò Volpe, nasceva dalla sua riduzione da protagonista a testimone della Nuova Italia. Nutriva il polemico rimpianto che la rivoluzione italiana avrebbe dovuto farla lui. La sua impresa fiumana fu l'antefatto del Sessantotto: vitalismo, trasgressione e immaginazione al potere furono celebrati là, nella prima rivoluzione estetica. Quei ragazzi dai capelli lunghi di mezzo secolo dopo erano gli inconsapevoli nipoti di quelle teste pelate: D'Annunzio, Marinetti, Mussolini (e Lenin). D'Annunzio visse più vite in una sola e più epoche in una vita. Servì nella religione della parola e della vita, della patria e della bellezza, un solo dio: Imago sui, l'immagine di sé.

domenica 10 marzo 2013

"Ripartire dall'Europa dei Popoli"...



Caro Direttore,

una Destra in Italia è ancora possibile! E’ da questa ferma convinzione che siamo chiamati a ripartire all'indomani di una tornata elettorale che, al di là delle singole pecche di quello o quell'altro, ha penalizzato tutti a vantaggio di un amorfo contenitore di protesta, mosso da poteri sui quali non tarderanno a calare numerose ombre, che noi abbiamo da sempre evidenziato. Dobbiamo leggere il presente: la necessità del cambiamento è oggi la principale richiesta proveniente da una società che è arrivata a guardare allo Stato come un'entità estranea alla vita di tutti i giorni, se non addirittura come un "nemico". E' proprio per questo che il mondo della Destra deve fare sempre più sue quelle battaglie di trasparenza, legalità e di merito che ci avevano caratterizzato - e premiato - già vent'anni fa, durante lo scandalo di "mani pulite": battaglie che hanno fatto scuola, tanto da indurre qualcuno, oggi, a riproporne gli slogan, come quell'"arrendetevi, siete circondati" che fu dei giovani del Fronte. E' da lì che bisogna ripartire, perché il momento storico odierno risulta analogo a quello di quella stagione politica, e analoghi risultano sentimenti sociali e situazione istituzionale. La Destra della terza repubblica dovrà proporsi come grande contenitore di tutte quelle istanze che non intendiamo accantonare, ma che anzi intendiamo riproporre in modo sempre più convinto, forti della consapevolezza che esse siano rappresentative del comune sentire di tanti italiani: dalla grande questione dei diritti - si pensi a quello alla casa di proprietà - alla preferenza nazionale, dal tema della sovranità a quello della volontà riformatrice delle istituzioni dello Stato. Necessario sarà anche fare nostra quella grande arma che è il referendum: ricreare un movimento nazionale sull'onda di una nuova stagione referendaria darebbe slancio e partecipazione a un nuovo progetto di Destra. Si pensi ai temi dell'Euro e più in generale dell'Unione Europea: battaglie che sono nostre, nonostante i recenti tentativi che in molti stanno facendo per appropriarsene. E proprio dall'Europa bisogna ripartire: noi sognatori dell'Europa dei popoli, formula che è necessario riproporre perché, anch'essa, sottrattaci da altre forze politiche. Un movimento privo di slancio europeo non ha futuro, perché è nell'Europa il domani della nostra terra ed è nell'Europa di oggi che dobbiamo condurre le nostre principali battaglie, a difesa del futuro dei nostri figli. Ricostruiamo l'Europa dalle macerie in cui è stata ridotta da burocrati, professori e speculatori, tutti collusi nell'intento di spogliare il vecchio continente della sua anima, a vantaggio di un'impostazione meramente amministrativa e finanziaria, lontana dai sentimenti dei popoli che per millenni hanno combattuto per la propria terra, e che oggi sono invece disillusi da una crisi che pare priva di uscite. Una crisi economica, quella odierna, che ha prodotto sì un'ondata di protesta probabilmente senza precedenti, ma dalla quale anche e soprattutto la nostra area politica è chiamata a dare risposte concrete, serie, che possano perdurare del tempo, al contrario della bolla della protesta fine a se stessa, destinata a scoppiare, e quindi ad esaurirsi, all'indomani della crisi: risposte che devono risultare capaci di intercettare con responsabilità un diffuso malcontento popolare, e per questo è necessaria anche una diversa impostazione delle classiche, ma ormai forse obsolete, strutture di partito. E' necessaria un'impostazione più snella: basta con atteggiamenti autoreferenziali, al nepotismo politico, torniamo movimento, sociale e popolare, torniamo tra la gente perché è solo lì che potremo rinascere, rilanciandoci anche come classe dirigente. Un rilancio che è però quanto mai necessario effettuare come comunità, e quindi accantonando le recriminazioni e i personalismi che da troppo tempo caratterizzano un’area politica come la nostra, che oggi è costretta a maturare definitivamente per evitare l’estinzione: dobbiamo guardare alle forze nazionali a noi più affini e lavorare insieme, guardando al futuro e non a un passato di sterili contrapposizioni. Dobbiamo lavorare per unificare la nostra area, perché se non saremo uniti non saremo mai credibili. Oggi chi votava MSI e poi AN ha votato Berlusconi oppure Grillo, solo perché riconoscono in loro una proposta di rottura con l'attuale sistema politico. Noi non siamo stati percepiti nello stesso senso, siamo rimasti in sordina a subire l'avanzata degli altri, impetuosa e costruita ad arte. Il nostro timore di essere visti come estremi ci ha portato a farci giudicare come noiosi, stanchi, fin troppo moderati. La gente, soprattutto nei momenti difficili come questi, preferisce sentire un leader politico che grida, che si incazza, che non usa mezzi termini per esprimersi. Dobbiamo smetterla di sentirci perseguitati dal nostro passato, perché esso è fatto di glorie e di lotte, di momenti indimenticabili, di uomini e donne che hanno fatto scuola a questa politica. Queste elezioni possono rappresentare un’opportunità anche in questo senso: una classe dirigente giovane e pulita, collaborativa e propositiva che possa garantire un futuro al nostro sogno, deve darsi da fare fin da subito per costruire un progetto credibile e attuale, che possa confrontarsi con le altre culture politiche del Paese forte della propria identità e di una base che sia motivata e valorizzata. Ripartire dai militanti, mettendo da parte le vecchie logiche da partito del ‘900 ed isolando gli arrivisti, quelli che vivono sullo scontro interno, quelli che identificano il nemico al nostro interno invece che all'esterno della nostra area. Aprirsi alla società civile per rappresentare quel riscatto in cui tutti possano riconoscersi, a prescindere dalla posizione sociale e dall’età anagrafica. Oltre i grandi proclami, ripartiamo dalla concretezza: rimbocchiamoci le maniche fin da subito, perché il nostro mondo esiste oggi più che mai. Ha solo bisogno di proposte e facce credibili. Noi abbiamo sulle nostre spalle un peso enorme, una eredità di cui andiamo fieri e di cui siamo l'ultima istanza, l'ultima speranza.Se dovessimo mollare ora si consegnerebbero alla storia le vite di tanti giovani, i sacrifici di tanti uomini che hanno lottato, ferite ancora aperte che attendono giustizia e verità.Io non me la sento di dire che quella è una pagina da voltare. E' un processo che ancora sa da fare.Allora cosa aspettiamo, rialziamoci di nuovo in piedi sopra le rovine e iniziamo a camminare verso quella meta ambita, senza lasciarci demoralizzare dagli eventi che, ahimè, ci sono sempre stati ostili.Nel nostro primo campo nazionale a Giuliano mai motto non fu così azzeccato: "Et Ventis Adversis", anche con i venti contrari, non a caso noi una nave contro le forze del mondo che ci vengono contro. Mai nessuna grande impresa non fu epica senza difficoltà, mai nessun eroe non fu tale senza aver combattuto contro i dogmi del suo presente, mai nessun uomo diventò santo senza compiere l'estremo sacrificio. Io ho trovato il coraggio di andare avanti, non per me, non per noi, non per chi verrà, ma perché non voglio che nei libri di storia, fra 20, 30, 40 anni si dica che la Destra italiana si concluse nel 2013, per le nostre colpe.

Gianni Musetti

"Ricostruire un Movimento di tutela sociale"...

 
 
Caro Direttore,
usciamo con le ossa rotte da questa competizione elettorale; ma quello che ci disturba di più, non è tanto la sconfitta in se, quanto il fatto che, pur avendo previsto quello che stava per succedere, abbiamo creduto di poter ottenere un qualche risultato con un partito legato a terminologie e schematismi desueti e superati, tecniche di comunicazione antiche e metodi organizzativi inutili e per di più malamente utilizzati ed ancor peggio attuati. Fare autocritica non è una pratica che appartiene alla nostra concezione della vita, ma assumerci le nostre responsabilità fino in fondo è un dovere che sentiamo profondamente e che porteremo alle estreme e obbligate conseguenze nelle sedi opportune. Mai come questa volta il voto degli Italiani è stato netto, nitido e chiaro: non c’è spazio politico né a destra, né a sinistra. I due partiti maggiori (Pd e Pdl) delle due grandi coalizioni (centrodestra e centrosinistra) che rappresentano il contrasto di interessi all’interno della grande finanza internazionale, in nome di un’opposizione dell’una contro l’altra, hanno debellato tutte le formazioni schierate sulla contrapposizione destra-sinistra. Queste ultime, incapaci di capire che il sociale, il grande assente nella politica e nella società italiana, nemico storico del liberismo e delle concezioni mercatiste, non è né di destra né di sinistra ma è di tutti e per tutti, si pongono ancora su barricate inesistenti per continuare un giuoco, quello degli opposti estremismi, che ha consentito al sistema finanziario di perpetuare il suo potere.Sono molti anni ormai che sosteniamo che centro destra e centro sinistra, essendo entrambi liberisti (quel mostro ideologico da debellare), sono espressione del potere finanziario cui la classe politica è completamente asservita, l’una al capitalismo finanziario l’altra al capitalismo produttivo (anche se il secondo appare irrimediabilmente travolto dal primo), e che bisogna creare il partito della gente, il partito che possa mettere al primo posto gli interessi sociali di un popolo per difenderlo dall’aggressione delle banche e della finanza nazionale ed internazionale.Lo strapotere dei due raggruppamenti maggiori oggi è ridimensionato notevolmente, il partito della gente c’è: è il movimento di Grillo. Manca però il partito di tutela sociale; e questo dobbiamo affrettarci a costruire. Un partito che, come abbiamo detto, non è né di destra né di sinistra, che sappia interpretare la realtà politica e sia capace di difendere il nostro popolo dal tiranno monetario e dalla scure finanziaria. Un partito che sappia o integrare le carenze programmatiche dei grillini o coglierne l’eredità in caso di implosione, e che al contempo sappia attrarre le forze sociali che hanno risposto ancora una volta al richiamo berlusconiano a difesa dal pericolo di una vittoria della sinistra progressista ed asservita.Questo il compito che ci attende oggi, ed il tempo stringe.Non si tratta di mettere insieme i partiti dello zero virgola, né di unire “ex” di formazioni ormai defunte comodamente assisi su scranni che sentono traballare ma non hanno il coraggio di rischiare di perderli. Si deve fare qualcosa di più importante. Per questo non servono giovani che, nella maggior parte dei casi, hanno a più riprese dimostrato la loro incapacità o la loro cortigianeria. Servono persone, se sono giovani e donne meglio ancora, che abbiano capito il compito che devono svolgere, che sappiano svolgerlo e che, soprattutto, abbiano l’umiltà di sapersi mettere da parte se la funzione è al di sopra delle loro capacità. Insomma non si tratta di avere ruoli che lancino verso premi elettorali, ma si tratta di un difficilissimo lavoro di costruzione e sacrificio che può anche non portare premio alcuno.
 
Adriano Tilgher

Anche male, purchè se ne parli...


venerdì 8 marzo 2013

XXIII MARZO 1919 - 2013.

Sabato 23 marzo 2013, alle ore 15.00, presso il Cimitero Monumentale di Milano, l'Associazione Nazionale Arditi d'Italia (ANAI presieduta dal Comandante Pierpaolo Silvestri) e la Unione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana (UNCRSI presieduta dal Comandante Armando Santoro) renderanno onore, come tutti gli anni, agli Squadristi milanesi del Fascio Primigenio (morti combattendo, per l'Italia, contro la sovversione, e sepolti presso il Monumento ai Martiri della Rivoluzione Fascista), ed alla tomba del "poeta armato" Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Movimento Futurista.