CCP

giovedì 11 aprile 2013

ONORE ai Soldati italiani in missione!

Dario Macchi, autentico patriota e capo carismatico dei Paracadutisti milanesi e lombardi, in Afghanistan:
Herat Camp Arena, pomeriggio dell'11 aprile.
Di ritorno con i Lince, orgoglioso di essere italiano per il lavoro e il sacrificio dei nostri ragazzi della missione ISAF.
Dario Macchi

lunedì 8 aprile 2013

Addio alla "lady di ferro"

 
Storicamente e culturalmente non abbiamo mai avuto simpatia per la "perfida Albione", tantomeno per lo sfrenato liberismo di stampo anglosassone, ma, in questo caso, non possiamo che riconoscere la grande forza, l'importanza politica e l'indiscutibile carisma di una statista europea come è sicuramente stata la "lady di ferro", Margaret Tacher, autentica patriota, conservatrice popolare, convinta monarchica, reazionaria ed anticomunista, coerentemente fedele alla sua tradizione, alla sua regina ed alla parola data. RIP






“Per quale motivo Israele può avere 400 testate atomiche e l'Iran nessuna?"

Conte Prof. Giuseppe Manzoni di Chiosca e Poggiolo
“Per quale motivo Israele può avere 400 testate atomiche
e l’Iran nessuna?”
        Eric Voegelin, nell’acuto saggio Scienza, politica e gnosticismo, denuncia “un fenomeno  ignoto all’antichità, che permea di sé le nostre società moderne in maniera così totale che la sua ubiquità non ci dà quasi la possibilità di renderci conto di esso: il divieto di fare domande” , chiarendo, poco oltre, con riferimento alle moderne ideologie, che “ci troviamo di fronte a persone le quali sanno benissimo che e perché le loro opinioni non possono reggere all’analisi critica e, quindi,  fanno del divieto dell’esame delle loro premesse una parte essenziale del proprio dogma. Il fenomeno nuovo consiste appunto in questa condizione di consapevole, deliberata e sapientemente elaborata ostruzione della ratio.”
        Non è certo per sudditanza verso questa imposizione che non risponderò, almeno direttamente, al quesito “Per quale motivo Israele può avere 400 testate atomiche e l’Iran nessuna?”. D’altronde, proprio lo stesso politologo tedesco aveva premesso che “oggi, proprio come duemila anni or sono, la politike episteme verte intorno a interrogativi che riguardano ciascuno di noi e che ciascuno di noi si pone. Benché diverse siano le opinioni oggi correnti nella società, il suo contenuto non è mutato”, precisando che “il presupposto dell’analisi è ancora la percezione dell’ordine dell’essere fin nella sua origine in un essere trascendente, in particolare l’amorevole apertura dell’anima al suo fondamento trascendente dell’ordine.”
        Per questo lascerò senza risposta la domanda rivoltami, perché è mal posta, o meglio, non è la domanda essenziale. La domanda va dunque riformulata, la vera domanda da porsi è: “Qual è il fine dell’essere umano?” o, ancora più esattamente: “Per qual fine Dio ci ha creati?”.
Il pensiero di molti, di fronte a questo interrogativo, correrà alle  Prime nozioni della Fede Cristiana (cioè al Catechismo Minimo fatto pubblicare dal Papa san Pio X, originariamente destinato alla Diocesi di Roma). Ma il quesito era già implicito negli Esercizi Spirituali dell’hidalgo  Íñigo López Loiola (più noto come Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti), dove determina addirittura il “Principio e Fondamento” degli Esercizi stessi. Il gesuita Ignazio Iparraguirre spiega che si parla di Principio  “in quanto esprime una verità di ordine speculativo”, e di Fondamento “in quanto esprime una verità di ordine pratico”, rivolgendosi quindi tanto all’intelligenza quanto alla volontà.  E’ opportuno sottolineare  che gli Esercizi Spirituali non vanno considerati un “libro scritto per essere letto”, bensì un metodo da praticare, che prende l’avvio proprio dalla risposta che viene data a questa domanda, lasciata sottintesa; e la chiara risposta è: “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e mediante questo salvare la sua anima”.  
Sant’Ignazio prosegue: “e le altre cose sopra la faccia della terra sono create per l’uomo, e perché lo aiutino nel conseguimento del fine per cui è creato. Donde segue, che l’uomo tanto deve usare di quelle, quanto lo aiutano per il suo fine, e tanto deve ritrarsene, quanto esse lo impediscono. Per cui è necessario farci indifferenti a tutte le cose create, in tutto quello che è concesso alla libertà del nostro libero arbitrio, e non le è proibito; di modo che non vogliamo da parte nostra salute piuttosto che infermità, ricchezza piuttosto che povertà, onore piuttosto che disonore, vita lunga piuttosto che breve, e così in tutto il rimanente; desiderando e scegliendo unicamente quello che meglio conduce al fine per cui siamo creati”.
Sempre il padre Iparraguirre commenta: “E’ una sintesi filosofica e teologica completa: Dio principio e fine di tutto il creato (Causa efficiens, exemplaris, finalis), l’uomo re dell’universo che sale a Dio sugli scalini delle creature e le riporta a Lui  (S. Tommaso: circulatio perfecta…)”. Come non vedere in queste riflessioni una nobilissima esaltazione della vera libertà dell’essere umano, consistente non già nel sottrarsi  ai propri  doveri, bensì  nella capacità di dominare le creature senza farsene irretire e ordinandole a un fine? Così l’uomo si eleva veramente sopra tutte le cose e si avvicina all’essere trascendente, a Dio.
 
“Per quale motivo si fa una domanda a cui non si può rispondere? Nel mondo operano dei tabù (ove non si può insediare produttiva dialettica) sostituitisi progressivamente agli idola tribus di tipologia “naturale” e pervicacemente e strumentalmente operati al servizio di quel pensiero unico che viene ormai comunemente definito mondialismo.
 
In tale dominante omnipervasivo sistema, all’untuoso servizio del quale opera l’orgia della falsificazione storica, indispensabile oggi più di un tempo e servito sempre infidamente e fino all’ultimo e che speriamo sia ormai definitivamente in crisi, in parallelo ai pochi eroici tentativi di fare verità, c’è anche la riserva del silenzio…
 
Infatti l’inevasa domanda resta comunque oggettivamente neutra, rendendo inoperanti le oscuranti barriere del pre-giudizio, ma si evita con la non risposta anche l’avvitarsi sull’assolutamente prevedibile dei sostanzialisti di facciata, evidenziando un’impossibilità e superando l’odiosa impasse con questo libro-idea, sorta di paratesto per uomini coraggiosi.
 
Ognuno dei generosi partecipanti ha potuto, in relazione al proprio livello spirituale, alla propria formazione culturale, ad un proprio libero convincimento, ribattere con ciò che più gli sembrava degno di risposta, realizzando un’inedita concordata riunione di cose legittimamente diverse e vere, che può sconcertare solo le anime piccole e le rabbiose protervie o lasciare nell’indifferenza solo chi vuol far finta di non capire…
Il libro-idea è stato curato come proposta della “Nuova Oggettività, popolo, partecipazione, destino”, in logica continuità con il libro-manifesto edito dalla Heliopolis Edizioni nel 2011, ma con un’autentica apertura a 360°, a sondare un orizzonte inesausto e fornire motivi nobili d’interrogazione e ricerca.”
  
 

Milano: MSI anni '70

 
Il Barone Nero TOMASO STAITI di Cuddia delle Chiuse

 STAITI con PINO ROMUNALDI e FRANCO PETRONIO


STAITI con ALFREDO MANTICA e IGNAZIO LA RUSSA
 
ROMUALDI, STAITI e CESARE BIGLIA, dietro MANTICA

 
L'infame GIANFRANCO FINI con PETRONIO e STAITI

"La fierezza e la speranza"

 


di Mario M. Merlino

Sull’Idea di Stato in Platone s’è detto, ricordando fra l’altro il contributo dato da Adriano Romualdi che ricordava, fra l’altro, quanto esso fosse stato lodato dagli studiosi nazional-socialisti. Hueter des Lebens (custode della vita), ad esempio. In particolare l’eugenetica, la selezione dei migliori, affascinava i cultori della razza nordica. Tema questo già riproposto ne La Città del Sole di Tommaso Campanella mentre trascorreva, fingendosi pazzo e sottoposto a periodiche terapie di tortura, ventisette anni nelle carceri spagnole di Napoli. Una idea, un Platone affascinati dalle virtù guerriere di Sparta, l’ideale della kalos-kai-agathia (una sorta di equivalente del romano ‘mens sana in corpore sano’), di cui erano particolarmente cultori i giovani dell’aristocrazia greca. Anche se l’insistere troppo su questa influenza mi solleva qualche perplessità– e lo stesso Platone, consapevole delle difformità, ne evidenziava alcune -.Intanto egli è un ateniese, critico severo e coinvolto nei confronti di quella democrazia che ha portato il disordine e l’assassinio di Socrate, ma pur sempre un ateniese e cioè cittadino della Polis (un arroccamento identitario e, potremmo dire, alquanto provinciale). E Sparta è la rivale che, se non la si è battuta con le armi, la si può dispregiare per i suoi primitivi e incolti costumi. Nel Novecento abbiamo appreso ad usare lo stesso metro, ad esempio, verso i tedeschi, guerrieri sì indiscussi ma di barbara ferocia… Inoltre egli intende trattare di ciò che è vero e bello e giusto, di quel mondo delle idee, che porta in sé la perfezione non contaminata né contaminabile dall’imperfezione della natura degli uomini, ‘pallide ombre di sogno’.

La grandezza di Platone sta proprio in questo. Egli sa offrirci uno scenario ove ognuno di noi può trovare linfa vitale proprio perché ha saputo elevarsi oltre il suo presente in nome di un principio più solido di solida pietra. Certo lo possiamo disattendere criticare dispregiare (immaginate, ad esempio, un nichilista e anarco-fascista quanto possa essere sospettoso e irridente!), ma non c’è concesso metterlo sullo stesso piano degli omuncoli che, simili ai giocatori delle tre carte, si arrogano il diritto di turlupinare la nostra esistenza e intelligenza con piani quinquennali governi tecnici grandi piccole coalizioni e ‘american way of life’…

A definirlo ‘un cane morto’, che, se ci s’imbatte per strada, lo si evita e ci si affretta a scavalcarlo, fu uno dei suoi discepoli postumi, giovane ed arrogante (con il tempo non si migliorerà il carattere). Quel Carlo Marx che, svogliato e bighellonando all’università di Bonn, si soffermò su alcuni suoi scritti e tanto si sentì coinvolto che se ne andò a Berlino a studiare filosofia, disattendendo le aspirazioni paterne di farne un avvocato par suo. E, non volendo sborsare ulteriore denaro (le radici non sono acqua nonostante abiure o conversioni di comodo) lo diseredò. E’ di Georg W. F. Hegel, di cui stiamo parlando. Eppure, molti anni dopo, Friedrich Engels ricordava quanto avesse influito su di lui e Marx, allora ‘giovani hegeliani’, la filosofia di Ludwig Feuerbach per lo strappo con il pensiero dello Hegel. Aggiungeva, però, che in quest’ultimo ‘tanto idealistica è la forma, quanto realistico il contenuto’,cioè attraverso un linguaggio apparentemente astratto emergeva la concretezza del reale cosa che, al contrario, finiva per esserne privo del tutto il primo. Icasticamente Lenin, legittimo erede dell’arroganza marxiana, in uno scritto pubblicato nel 1929 così sintetizzava: ‘Non si può comprendere perfettamente il Capitale di Marx e particolarmente il primo capitolo, se non si è compresa e studiata attentamente tutta la Logica di Hegel. Di conseguenza mezzo secolo dopo, nessun marxista ha compreso Marx!’.

Sospettavamo qualcosa del genere, anzi abbiamo avuto la presunzione di pensare che forse lo stesso Marx non solo non avesse inteso Hegel, ma probabilmente neppure se stesso… tutto compreso a bere birra tanto da lasciare al sodale Engels il compito di fidato amanuense! Del resto gli si può perdonare sia l’amore per la birra sia il naufragare nella complessità dei contenuti hegeliani. Inevitabile ricordo personale: studente di filosofia assistetti alle lezioni del prof. Gennaro Sasso su La Fenomenologia dello Spirito e, per tutto il corso, egli ci spiegò (?) le prime sole otto righe di quella Introduzione, che di fatto era una post-fazione.

Scrive ne La filosofia del diritto (l’unica opera che pubblica, giunto a Berlino in qualità di professore in quella università e di cui diverrà figura dominante):‘lo stato è la realtà dell’idea etica’, e in altro paragrafo, ‘lo stato è l’ingresso di Dio nel mondo ( Der Gang Gottes in der Welt)’. Attraverso l’ampio e articolato dibattito riflessione opinioni in contrasto, che si snodano nel tempo l’idea di stato, enunciata da Platone, trova in Hegel una ridefinizione forte, attenta a non cadere nel contingente negli interessi particolari, capace di proporsi al di là e al di sopra della storia pur essendo della storia il momento più alto. Certo i suoi avversari sono numerosi ed agguerriti. Penso al caro vecchio amico Max Stirner (amico in quanto fu oggetto mancato della mia tesi), a Marx, a Nietzsche che lo definiva ‘il più freddo dei mostri freddi’.Ma anche i suoi estimatori e, qui, il mio pensiero rispettoso si volge a Giovanni Gentile, alla sua vita spesa per dare all’Italia una visione unificante attraverso un progetto complessivo di riforma scolastica, al suo stupido assassinio nei tempi cupi della guerra civile…

Di questo, dello Stato etico da Hegel a Gentile, faremo a Latina, il 26 aprile, presso l’a.c. Passepartout un momento di enunciazione ripensamento di critica con il supporto del prof. Roberto Mancini. Una conversazione di rigorosa filosofia, certo, ma che non può esimersi d’essere un confronto con il nostro malo presente. Guardandoci attorno siamo costretti a pensare che lo stato sia soltanto una leva di potere per gestire poltrone prebende favori, sì, ma –forse e soprattutto per questo – dobbiamo portare rispetto e un pizzico d’invidia per quegli uomini quelle idee quei tempi quelle battaglie ove ci si poteva illudere che la Patria non fosse morta, che la Nazione fosse ‘una unità di destino nell’universale’, che lo Stato rappresentasse in dignità e giustizia le aspirazioni e i bisogni d’un popolo redento…

Siccome– concedetemi una conclusione un po’ retorica ma non troppo azzardata - abbiamo raccolto a testamento da Robert Brasillach ‘la fierezza e la speranza’, beh, confidiamo che vada formandosi – e presto – ‘quella prima generazione di combattenti ed uccisori di serpenti, che precede una cultura e un’umanità più felici e più belle’, come auspicava Nietzsche…

"Milano di sotto"...

“Milano del piano di sotto: 1368 - 1968. Seicento anni di uso delle architetture sotterranee tra Medioevo e Guerra Fredda”.
Mostra fotografica e documentaria a cura di Maria Antonietta Breda
La mostra presenta una parte dei risultati raggiunti nell’ambito della ricerca triennale “Il progetto di architettura per il patrimonio culturale: restauro, riuso, musealizzazione”, in corso al Politecnico di Milano dal Gennaio 2011.
Attraverso circa cinquanta immagini di grande formato, corredate da didascalie e testi esplicativi, si conoscono le parti più profonde e nascoste di:
1. Castello di Milano: gallerie di collegamento, opere idrauliche, passaggi segreti.
2. Rifugi Antiaerei pubblici e privati costruiti in Milano tra il 1931 ed il 1945 come il Rifugio Antiaereo di Piazza Duomo (tutt’oggi percorribile).
3. “Tempio della Notte”, un’architettura ipogea da giardino ottocentesca presente nel parco pubblico Finzi, del quartiere di Gorla.
Tra le tipologie presentate i Rifugi antiaerei costituiscono le strutture forse meno note alle generazioni più giovani, seppur ancora vive nella memoria di molti cittadini che hanno vissuto la guerra. Si tratta di opere che hanno di fatto caratterizzato il volto della città, la vita e le angosce dei cittadini almeno tra il 1931 e il 1945. Nel 1931 viene inaugurata la Stazione Centrale con un enorme rifugio antiaereo sotterraneo e nel 1945 termina la seconda Guerra mondiale con le ultime opere di protezione per i civili. Ma i rifugi continuano, in alcuni casi, ad essere mantenuti in efficienza anche dopo il termine delle ostilità: serviranno nella cosiddetta “guerra fredda”. Un esempio è il rifugio antiaereo di via Luini, dismesso solo negli anni Sessanta del XX secolo e di cui si presentano alcuni scorci nella mostra.
La storia della costruzione dei rifugi antiaerei si intreccia con la storia di Milano e del Politecnico che nel 1936 presso la “Regia Scuola di Ingegneria” istituisce il corso specialistico in “Edilizia Antiaerea e Ricoveri” per gli Architetti e gli Ingegneri. All’ateneo sono riconducibili i nomi di Piero Bottoni, Cesare Chiodi, Luigi Lorenzo Secchi, Giuseppe Stellingwerff e Gio Ponti, solo per citarne alcuni. Ognuno di loro ha contribuito allo sviluppo e alla realizzazione di tali opere con la sperimentazione, l’insegnamento, la progettazione ed il collaudo. Altro tema trasversale toccato dalla mostra è l’applicazione del cemento armato e i brevetti per le armature metalliche.
Anche il professor Archimede Sacchi docente dal 1867 al 1886 dell’insegnamento di Architettura pratica, presso la Scuola di Architettura civile, tratta nei suoi corsi le costruzioni ipogee. Nello specifico, nel suo manuale Architettura pratica. Le abitazioni. Alberghi, case operaie, fabbriche rurali, case civili, palazzi e ville. Ricordi compendiati da Archimede Sacchi, descrive e insegna la costruzione delle grotte da giardino, di cui costituisce un esempio la grotta con Tempio della Notte ancora oggi presente nel parco pubblico Finzi del quartiere Gorla di Milano illustrato nella mostra
Si tratta di un itinerario culturale per ripensare e per progettare una città del presente e del futuro che faccia tesoro del suo passato. Una città che sia museo vivente innestato nell’attuale società.
La mostra vuole contribuire al dibattito contemporaneo sulla città sostenibile e si presenta come un contributo alla conoscenza di Milano in vista dell’EXPO 2015. Una sorta di città invisibile di calviniana memoria, reale risorsa che attende di essere conosciuta e valorizzata.

domenica 7 aprile 2013

Per un mosaico italiano...



RITORNO AL REALE
All’ uomo di questi tempi, cresciuto a dismisura nelle capacità tecnologiche e scientifiche, ma rimasto immaturo nella sapienza necessaria del loro uso, queste tecniche a lungo andare sono sfuggite di mano, producendo crisi.
Assistiamo al fatto che questi strumenti sono sfuggiti di mano all’ uomo, hanno persino assunto autonomia (morale) e sono essi stessi ora a spiegare e determinare le idee e i comportamenti dell’uomo stesso, limitando la sua capacità di distinguere tra fini e mezzi.
Ciò vale in economia come per altre scienze o tecniche e per la politica. Decidendo di ignorare l’unicità della vita dell’uomo, costituito di carne e spirito, ci si è fatte sfuggire di mano la logica e la dinamica stessa dello sviluppo economico, del senso comune, dell’arte della politica, imposti a tavolino, a uso e consumo di un’umanità considerata alla stregua di “animali intelligenti”, da soddisfare solo materialmente proponendo il consumare di qualunque bene materiale… Altrimenti il Pil non sarebbe cresciuto…
Ciò è accaduto perché l’uomo ha perso il senso della vita, il senso delle sue azioni. Perché il nichilismo dominante, eletto a filosofia di pensiero di questo tempo, ha distolto l’uomo da riferimenti di verità e di continuo confronto con la Realtà attraverso l’uso di ragione.
Senza Verità e Realtà all’uomo sfuggono di mano, appunto, gli strumenti. Come si può chiedere a un banchiere a un politico di dar senso – vero senso, per il bene comune… – al suo mestiere se la vita non ha senso?
Abbiamo perso la concezione della nostra spiritualità, che tende all’ Incontro con il Divino che si è fatto Uomo, e ciò ha comportato la perdita del corretto rapporto fra gli uomini e con la natura. In particolare in campo politico si è troncato il rapporto fra classe dirigente politica e popolo, proprio in virtù del fatto che l’Uomo non è più considerato come complessità materiale e spirituale.
• RICOSTRUIRE UNA PRESENZA IN POLITICA
Sulla politica (tecnocratica) così come è strutturata ed intesa oggi, non si ritiene si possa fondare un progetto per l’Italia, ed i risultati di questa deriva sono lì da vedere.
Occorre un cambiamento teso a riacquistare il senso del fine del far politica, che resta l’arte del tendere al bene comune.
Per tendere a tale ritorno non bastano e non servono, anzi complicano la vita ulteriormente, le riforme sulle conseguenze delle scelte umane, quali la riforma del sistema elettorale o l’entrata in scena di nuovi soggetti sociali, anch’essi pensati in salotti illuminati.
Occorre la ripresa di una presenza politica vera, che si presenti con dei contenuti, e stili di vita, di servizio al bene comune, esordendo dalle cause che determinano la vita sociale oggi così come è, analizzandole e giudicandole, onde poter , poi, incidere sulle conseguenze.
Noi desideriamo questo cambiamento culturale e personale, siamo estranei allo statalismo liberale o socialista, poniamo il fulcro della nostra azione nella centralità della Persona e al suo svilupparsi e crescere nella Comunità, ricordando come i compiti dello Stato siano servizio a un soggetto ad esso preesistente: la Società.
Occorre allora restituire a tutte le parti sociali, a tutti gli italiani, la possibilità di essere rappresentati, ricostruendo quel rapporto interrotto fra classe dirigente politica e popolo, facendolo partecipare alle scelte, evitando che caste contrapposte continuino a produrre, con una dialettica finalizzata solo alla conservazione del Potere, ingiustizia e diseguaglianze.
Le idee che commuovono ( nel senso di cum-movere) l’uomo, sono le stesse che cambiano la storia.
Le domande più radicali di ognuno di noi cercano il significato del vivere e si sostanziano in opere per il bene comune.
Per questo proponiamo la scelta di riferimento sociale, e prima ancora elettorale, da parte della gente comune, di persone che assumano il mandato politico secondo il criterio della corrispondenza, della serietà, competenza e moralità dell’agire.
Oggi l’astrattezza moralista, le ideologie persistenti anche se mascherate, e la corruzione hanno portato a uno svuotamento della tensione ideale, come se la vita politica fosse esclusivamente luogo di espressione di forza e potere. Occorre, di contro, rifondare una presenza politica intesa come servizio al prossimo, tenendo a mente l’episodio Evangelico della lavanda dei piedi, applicando nella pratica politica le massime “regnare è servire”, “potere è servizio”.
  • RIPARTIRE DA ZERO PER UNA SOCIETA’ A MISURA DELL’UOMO
Riteniamo che sia un grave errore pensare che nelle scelte politiche si debba guardare prima ai programmi economici e solo in secondo luogo ai princìpi relativi alla vita e alla famiglia come nucleo fondante la società.
Le cause della crisi economica sono principalmente culturali e morali, e ogni passo verso leggi contrarie al diritto naturale comporta gravi esiti anche in campo economico finanziario.
Suggeriamo come punti di riferimento nella scelta dei candidati da votare e dello schieramento-partito da sostenere, valutando già da subito con giudizio certo per le prossime elezioni amministrative e forse politiche, il sostegno a progetti legati al territorio e il riproporre e riparlare di temi politici comprensibili agli elettori quali :
-la crisi economica e le nostre proposte per superarla;
-il sostegno alle piccole e medie imprese dall’oppressione usuraria delle banche e del fisco;
-il fisco invadente ed aggressivo, che ritorni ad essere equo;
-il lavoro e la lotta alla disoccupazione, in particolare giovanile;
-la casa come diritto fondamentale per le famiglie e spazio di libertà, rendendo impignorabile la prima casa;
-la giustizia che travalica i limiti costituzionali;
-l’ordine pubblico, che vede l’aumento intollerabile del crimine e della microcriminalità;
-l’ambiente degradato , ove la natura è calpestata;
-la tutela della famiglia e dei principi non negoziabili;
-la tutela dell’inventiva e produzione nazionali e la lotta in particolare alla contraffazione.
CARTA D’IDENTITA’ DE IL MOSAICO ITALIANO
1. Il Mosaico italiano è un gruppo di uomini e donne associazioni, circoli, aggregazioni sociali, culturali, giovanili e politiche che spontaneamente si riuniscono per dare un esempio di presenza nel corpo sociale al servizio del bene comune, fondando il proprio agire su un’amicizia vera.
2. L’esempio che il Mosaico italiano vuole dare è quello di fornire una chiara e netta proposta per ricostruire, tassello dopo tassello, il tessuto sociale al quale si appartiene.
3. La proposta de il Mosaico italiano è quella di battersi per valorizzare tematiche precise attraverso i metodi che la politica consente.
4. Le tematiche che il Mosaico italiano vuole affrontare per costruire, tassello dopo tassello, il tessuto sociale sono: il sostegno della famiglia come istituto fondante la comunità, la diffusione di stili di vita ed ideali impregnati da spirito di sacrificio e di servizio come scelta di vita, ove quindi non ci siano solo diritti ma anche doveri, la diffusione dei principi di solidarietà e sussidiarietà, la difesa della vita dell’essere umano in ogni modo e circostanza.

giovedì 4 aprile 2013

"I Centurioni"


"L'esploratore del Duce"


25 aprile 1945


 
 


25 aprile... 1945!

di Gianluca Padovan

Che cosa si ricorda il 25 aprile? Cosa si ricorda del 25 aprile? Ditemelo un po’ voi, che scendete in campo con le bandiere dell’uno, dell’altro o di chissà quale colore. Io prendo in mano, ancora una volta, un libro a me caro: «I Leoni Morti». Se avete voglia e tempo, con me ricordate.

Il 25 aprile, alle porte di Berlino, ad ovest del bosco di Gruenewald, i resti della XXXIII SS Waffen Gren Division “Charlemagne” si preparano. Questi Francesi ricevono l’ordine di rimanere uniti ai resti della XI SS Frw Pz Gren Division “Nordland”,comandata dal generale Friedenberg. L’XI Divisione è composta da Volontari Danesi, Norvegesi e Svedesi, ma oramai conta solo poco più di millecinquecento uomini. Ma di valore. Sono, anche loro, Volontari, come tutti gli appartenenti alle Waffen SS (Schütz Staffel). Il compito della Charlemagne e della Nordland è di difendere il settore di Berlino prossimo alla Cancelleria del Reich. E saranno poi tra gli ultimi a deporre le armi. Si dice che sotto la Porta di Brandeburgo un Volontario italiano esaurì le munizioni prima di ritirarsi.

Il Capitano Gauvin passa in rassegna gli uomini schierati, pronti per la partenza alla volta della capitale tedesca, circondata dalle truppe comuniste sovietiche:«Sotto l’elmetto d’acciaio avevano lo sguardo vuoto delle statue. Se Gauvin rivolgeva la parola ad uno di loro in tenuta di combattimento, riusciva a stento a cogliere un guizzo in quegli occhi che subito tornavano a fissare il nulla a sei passi davanti a loro. L’immobilità di questi soldati aveva qualcosa d’affascinante. Le mascelle contratte esprimevano una risolutezza feroce. Il sussulto improvviso d’un muscolo dei mascellari era l’unico segno di vita che si potesse cogliere sul loro volto. Indossavano la tuta leopardo o erano avvolti in teli da tenda impermeabili chiazzati di rossastro, di marrone e di giallo, che davano loro l’aspetto di grandi felini con gli scarponi. Condottieri d’una rivoluzione europea (...)» (Saint-Paulien, I Leoni Morti. La battaglia di Berlino, Ritter, Milano 1999, p. 41).

Così il Capitano delle SS Gauvin arringa i Volontari: «Riconosco in mezzo a voi i vecchi combattenti che, alle porte di Mosca, hanno rasentato la vittoria ed hanno visto, sul cielo grigio e nero, stagliarsi le torri del Cremlino. Adesso sono qui. Non i Russi li hanno vinti. È stato il freddo. Proprio il giorno di quell’offensiva che avrebbe dovuto abbattere per sempre la Mecca rossa, il termometro è sceso da meno venti a meno quaranta gradi. Ve lo ricordate, amici? È a voi che mi rivolgo ora. Poco ci importerebbe di difendere la capitale tedesca, ma non è Berlino con le sue rovine che difendiamo, è il cuore di questa Europa, senza la quale il mondo non è nulla. La battaglia di Berlino non è l’estremo combattimento di questa guerra, ma il primo di quella lotta decisiva che si concluderà un giorno, ne sono fermamente convinto, con lo sfacelo del Bolscevismo» (ibidem, p. 46).

Perché il Bolscevismo, ricordiamolo, è: «La dottrina e il movimento bolscevico in Russia; nell’uso corrente è sinonimo di comunismo» (Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della lingua Italiana, Vol. I, Roma 1986, p. 492). Dove bolscevico è l’«appartenente alla frazione di maggioranza del partito socialdemocratico russo costituitosi durante il secondo congresso (Londra, 1903), che rappresentava, sotto la guida di Lenin, la corrente più rivoluzionaria e intransigente» (ivi). Nikolaj Lenin, ricordiamo anche questo, è il nome del rivoluzionario ebraico Vladimir Il’ic Uljanov, uno dei fautori della rivoluzione comunista russa dei primi del Novecento e della trasformazione dell’impero russo in Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).

E ancora: «Nel frastuono delle armi erano giunte alle loro orecchie solo parole d’ordine strane e contraddittorie: socialismo biologico, difesa della cristianità, lotta contro l’internazionale rossa del Bolscevismo, l’internazionale gialla del giudaismo, la potenza dell’oro ed il capitalismo internazionale, ed infine contro l’internazionale nera dei Gesuiti! (Nero, giallo e rosso, i colori della bandiera della repubblica di Weimar!) Lotta, anche, alla Frammassoneria...» (Saint-Paulien, op. cit., p. 42).

Oggi abbiamo un presidente della repubblica che non ha fatto gli interessi dello stato e per il quale i Cittadini Italiani hanno pagato. Ho scritto in minuscolo il tutto perché questa non è una repubblica, ma quello che resta di una Nazione, quella Italiana, atterrata dalle banche e dai banchieri promotori e servi dell’«usura»,anche di bolscevica memoria. Noi abbiamo il diritto e il dovere di ricordare e di commemorare coloro i quali sono poi stati demonizzati da un vincitore apolide, coatto e servo delle banche. Abbiamo il dovere di ricordare coloro i quali, da Volontari, si sono battuti fino alla fine, senza chinare il capo. Abbiamo il dovere di ricordare questi Volontari Vittoriosi, in questo 25 aprile di auspicabile Vittoria.


Morire di democrazia.

 
 
Sergio Romano/ Solo una rivoluzione salverà l’Europa
 
Articolo di Marco Valle
 
 
Per uno strano gioco del destino l’Unione di Bruxelles si sta inabissando proprio nei luoghi — la Grecia e il suo prolungamento cipriota — in cui tre millenni fa nacque l’Europa. Schiacciato da egoismi, corruzione, avidità e disperazione sociale il fragile colosso burocratico affonda nel mare d’Afrodite e Ulisse. Un triste naufragio che evidenzia drammaticamente i limiti di una costruzione senz’anima e cuore, un edificio pieno di crepe e angoli bui. Un progetto sbagliato. Il bilancio dell’ambizioso disegno continentale, basato sul trattato redatto lo scorso secolo a Maastricht — per il vecchio Cossiga nulla di più di «un documento di contabili scritto negli uffici studi delle Banche centrali» —, è assolutamente negativo. In un decennio di “non governo” europeo ovunque la disoccupazione è aumentata, la crescita economica è interrotta, il tenore di vita è diminuito, lo Stato sociale è lacerato. E ancora, la legittimazione degli Stati, a cominciare dall’Italia, è messa in discussione senza che s’intraveda l’alba di una nuova sovranità europea. Sulla scena mondiale, l’Unione europea non esiste. Di fronte alle guerre afghane e libiche e alla deriva siriana l’inconsistenza dell’Europa come soggetto autonomo ha trovato, una volta di più, plastica conferma.
Un disastro pieno. Ma per l’ambasciatore Sergio Romano — uno dei più lucidi e “potenti” analisti italiani — questa è solo la punta dell’iceberg. L’ennesima conferma di un tumore profondo e devastante. Da qui il suo nuovo saggio “Morire di Democrazia”, una sintesi densa quanto sintetica di un lucida e dolente indagine sulle fragilità del patrio Stivale (pensiamo a lavori come “Finis Italiae”, “Lo scambio ineguale” e “Italie parallele”) e di tante riflessioni, tutte importanti, sul destino ultimo della nostra civilizzazione euro-atlantica. Come Prezzolini, il diplomatico vicentino non nutre illusioni: l’attuale crisi, profonda quanto ignobile, delle istituzioni comunitarie è solo l’ennesimo, drammatico annuncio di un declino più profondo e di una svolta epocale. Non a caso riecheggiano tra le pagine di Romano riferimenti continui a quel tramonto dell’Occidente intravisto Spengler già un secolo fa. Linee di vetta precise e tragiche che l’ambasciatore — uomo di grande cultura e di vaste letture — interpreta e rielabora con abilità e duro disincanto. Tralasciando le giuste — ma, oggi, sin troppe facili — critiche all’Unione Europea, Romano supera la cronaca e fissa la causa del male nel fallimento storico del sistema politico occidentale. “Morire di democrazia” — un titolo che non sarebbe dispiaciuto ai magnifici polemisti dell’Action Française — è un atto d’accusa durissimo verso le classi dirigenti europee, d’ogni partito e passaporto, sempre più inette e incapaci di fronte al grande mutamento previsto dal vecchio Oswald in “Der Intergang des Abendlandes”. Ma non solo. Accanto e sopra la vuotezza culturale e la corruzione diffusa di un personale politico a cui «una targa e busto non bastano più per ricompensare una carriera pubblica», avanza un fenomeno devastante portatore di nuove (poche) ricchezze e (molte) nuove povertà. Nell’evaporarsi delle sovranità nazionali, l’ambasciatore intravede l’avvento del mercato finanziario globale, privo di regole comuni, che trasforma il nostro quotidiano in «una gigantesca casa da gioco dove gli algoritmi dei software permettono di comprare e vendere lo stesso prodotto nel giro di pochi secondi, dove il denaro è attratto da impieghi speculativi e sottratto all’economia reale. Il croupier di questa casa da gioco è il nuovo banchiere, quello che Spengler aveva definito “il terzo”, colui che s’inserisce tra i produttori e consumatori e usa entrambi per scopi che non hanno nulla da vedere con le loro rispettive esigenze».
È il tempo dei “ signori del denaro”, una “nuova classe”— riprendendo una categoria cara a Milovan Gilas — senza onore e passaporto, composta da persone «che non hanno alcuna altra cittadinanza fuor che quella del “mercato” e reagiscono con insofferenza e dispetto a ogni tentativo pubblico di regolamentare il loro mestiere». Un potere anonimo che si beffa della politica e dei politici e che si serve di un potere giudiziario invasivo quanto ottuso e spesso vile. Alla magistratura italiana — una casta di privilegiati arroganti ma, vedi il caso ILVA, incapaci di visioni alte e giuste — e internazionale, come la patetica corte dell’Aia — forte con gli sconfitti, tremula di fronte ai potenti —, l’autore riserva uno sbeffeggio elegante e crudele. Interessanti anche le note sulla Rete, le sue ambiguità e minacce. Colpisce, scorrendo il capitolo dedicato alla galassia d’Internet, la freschezza e la limpidità di pensiero di Romano: un uomo anziano ma terribilmente curioso e vigile sul nuovo. In poche, dense righe l’ambasciatore disvela i finti miti che sostengono gli alfieri dei social network — completa gratuità, trasparenza, partecipazione — e ci mette in guardia verso i nuovi demagoghi che impazzano sulla Rete e i loro referenti remoti ma potenti. Pagine da leggere e rileggere. Con attenzione. Nessuna speranza, dunque? Per Romano l’unico orizzonte possibile è ancora l’Europa. Un’Europa altra, radicalmente lontana e diversa dalla moribonda Unione. Nella visione dell’autore solo uno Stato federale, guidato da un Presidente eletto con un sistema in stile francese, può affrontare le sfide odierne. Una rottura rivoluzionaria di stampo neo gaullista podromica ad una svolta geopolitica ancor più netta e decisiva: la proclamazione di una neutralità di tipo svizzero e la conseguente rottura dello “scambio ineguale” che da più di mezzo secolo lega il continente agli Stati Uniti. In sintesi, la fine della NATO e lo scioglimento dei trattati post’45. Un’eresia. Una magnifica eresia per molti, ma nulla d’inatteso per chi da anni segue Sergio Romano e le sue riflessioni. Un ricordo personale: in “Morire di Democrazia” ritroviamo le argomentazioni su cui negli anni Ottanta il Fronte della Gioventù — un piccolo laboratorio d’idee e sogni, un’isola d’intelligenza confusa ma organizzata — tentò di costruire un progetto alternativo all’atlantismo e al pacifismo filo sovietico. In quegli anni le letture del diplomatico veneto — assieme agli spunti ripresi da De Benoist, Romualdi, Thiriart, Ilari, Alvi… — accompagnarono le nostre riflessioni, più o meno centrate, e la nostra critica, magari ingenua, ai dogmi allora dominanti. Errori di gioventù? No. Con il suo ultimo, prezioso lavoro Romano, con Aristotele e Isocrate, ci riporta alla “politeia” intesa come vita e principio vitale della città e ci ricorda la necessità di “grande politica” e di disegni alti, ambiziosi. Prima che mercanti, maghi e demagoghi spalanchino le porte della polis ai barbari.
 
Sergio Romano
MORIRE DI DEMOCRAZIA
ppgg. 108 – euro 12, 90
Longanesi, Milano. 2013

Piero Buscaroli Presidente della Repubblica !

 
 
Gino Strada al Quirinale è sempre meglio di Emma Bonino. Figurarsi il paradosso, allora. Per non dire di Romano Prodi. Ancora una volta meglio il fondatore di Emergency. Pure De Rita, Amato, Celentano, Moira Orfei, suvvia: sono tutti pastorelli del presepe di mezza molatura. E dunque Gino Strada tutta la vita. Al netto della padella, si sa, è sempre meglio la brace. E siccome sulle cose impossibili nessuno ci può contraddire, ecco, un nome – per una Repubblica, sociale e degna della vena ghibellina – io ce l’avrei, ed è quello di Piero Buscaroli. Sarebbe perfetto per il Quirinale, il Busca, ha il volto d’antico romano perché è ancora più antico dei probi viri dell’Urbe. Ha un così radicato orgoglio patriottico da coltivare il sentimento più nobile, quello di odiare gli amici. Ha coniato per se stesso, ma la rubo volentieri, la definizione di “cittadino coatto della Repubblica italiana”. Una volta rispedì indietro, al capo dello stato, la pergamena su cui veniva certificata un’onorificenza non richiesta, un qualche cavalierato per riconoscergli i meriti nella sua inarrivabile competenza in tema di musica e anche lì, con la stilografica, sul retro del diploma scrisse: “Non accetto riconoscimenti da chi non riconosco”. Neppure suo cugino Massimo Cacciari riesce a tenergli testa. Sarebbe perfetto come presidente di una Repubblica ideale perché poi, ovviamente, applicherebbe alla lettera la Carta. Quella del Carnaro va da sé. Integrata coi Diciotto punti di Verona. - Pietrangelo Buttafuoco

Il Front National di Jean Marie e Marine Le Pen.





 
 
 

Scomode verità...


Conferenza a Milano.


mercoledì 3 aprile 2013

Campo X Milano: Onore ai Caduti della RSI.


La tradizionale cerimonia militare e religiosa in ricordo, Onore e suffragio di Benito Mussolini e di tutti i Caduti, militari e civili, della Repubblica Sociale Italiana, si terrà al CAMPO Xdel Cimitero Maggiore di Milano: domenica 21 aprile 2013, ore 10.00. Ad organizzarla, come sempre, le storiche sigle ufficiali che riuniscono i "Combattenti per l'Onore d'Italia": la Unione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana (UNCRSIpresieduta dal Comandante Armando Santoro, già volontario della Legione Autonoma Ettore Muti), l'Associazione Combattenti della decima Flottiglia Mas (XMASfondata dal Comandante M.O. Principe Junio Valerio Borghese e presieduta dal Marò Avv. Fabio Masciadri, Volontario del Battaglione Barbarigo, Croce al Valor Militare sul fronte di Nettuno) e l'Associazione Nazionale Arditi d'Italia (la gloriosa ANAI presieduta dal Comandante Pierpaolo Silvestri). Un ringraziamento speciale è dovuto a Donna Marisa Gambini, a GuidoGiraudo ed a tutti i volontari che mantengono il campo, sempre, adeguatamente in ordine e pulito.