CCP

giovedì 8 novembre 2012

Filosofia: "L'incaricato"...

Di Flores Tovo Se ormai solo un dio ci può salvare, perché mai, nel caso in cui egli si manifestasse, ci dovrebbe poi salvare? Forse l’umanità non ne ha già combinate tali e tante, che non sarebbe augurabile che piuttosto di un dio, si manifestasse un bel demone in carne ed ossa in grado di spazzarci via dalla faccia della terra una volta per tutte? Del resto è già capitato che in diverse epoche storiche gli uomini credessero più ai demoni che agli dei. Si pensi ai Tatari (chiamati poi Tartari) di Gengis Khan o alla guerra dei Trent’anni, o alla guerra civile russa del 1918-20, o alla Seconda guerra mondiale. Non ha vinto in questi casi il demonio ? Certo che se si pone la questione della salvezza umana in questi termini, tale tipo di argomentazione potrebbe di primo acchito sembrare banale, in quanto potrebbe presentarsi come un semplice gioco in cui si scommette su dio o su un demone, quasi si trattasse di un gioco fra Manichei. In realtà questa è la questione, come Heidegger aveva chiaramente delineato. La follia demografica, la devastazione naturale e climatica, la criminalità spinta al massimo grado dalla finanza e la sempre più evidente penuria di risorse, non appaiono sempre più come le 4 bestie dell’Apocalisse? Lo si capirà definitivamente fra poco, al massimo fra 20 anni, quando gli umani saranno 10 miliardi e tutto il resto verrà di conseguenza. Nel momento in cui queste 4 catastrofi convergeranno in una, ci sarà una apocatastasi, ossia un ristabilimento originario, un ritorno ad un punto zero metafisico da cui potrebbe scaturire una palingenesi, una nuova nascita. Anche questo è già accaduto partialiter nella storia. In particolare si pensi alla caduta dell’impero romano d’Occidente, quando fra 1600 e 1300 anni fa (aboliamo una volta per tutte il dopo cristo), ci fu una caduta che riportò quella parte di umanità europea ad uno stadio zoologico, cioè al punto zero di cui si diceva. Rinacquero le gerarchie naturali: i guerrieri che non temettero la morte, i contadini che, avendola temuta, accettarono il servizio, i preti (purtroppo quei preti dell’inganno) che comunque si prestarono, pur nella loro ambiguità, al ripristino dell’ordine delle classi, secondo la loro attitudine naturale. I mercanti giunsero più tardi, quando la sicurezza dell’andare era stata di nuovo imposta. Si ritornò al principio “dell’ognuno il suo”, come aveva compreso, primo in Europa, Platone. Si ritornò quindi a vivere secondo le regole dell’essere. Sarà ancora così? Potrà essere ancora così? Le regole dell’essere sono le regole del dio: il dio venturo che parlerà agli uomini venturi non potrà che dire questo: la comunità prevarrà una volta per sempre sull’individuo; le gerarchie saranno stabilite da un lungo e difficile tirocinio; la proprietà privata sarà fortemente limitata dalle leggi ( si veda il programma economico in 20 punti della R.S.I). I mercanti dovranno diventare artigiani, i nuovi preti dovranno ritornare ad adorare i fiumi, i boschi, i monti. Chi condannerà il peccato carnale sarà bandito. Chi esalterà l’uomo sarà costretto ai lavori socialmente utili. Gli ultimi saranno di nuovo ultimi, ma non saranno disprezzati, se accetteranno il servizio. Il dio venturo, semmai venisse, sarà certamente un incarnato, un avatara. L’avatara, scriveva Guènon, è un incaricato dall’essere, che, con fatica, perché si sentirà come un esiliato, in quanto costretto, non dall’ amore verso l’ente (l’esserci umano) ma dal rispetto del sé a cui appartiene, a rivelare i principi fondamentali della trascendenza, che sono poi quelli dell’armonia, della spiritualità naturale (il senso –apollineo dionisiaco- della vita), dell’amore per il destino. Questo svelamento è pure quella alethèia (che significa appunto dis-velamento), che i grandi geni greci dell’origine interpretarono come verità parzialmente donata dall’essere all’ente. Si può allora dire che l’incarnato rappresenta e racchiude in sè la voce intima della natura che, pur nascosta, a volte si palesa in modi differenti a seconda delle epoche. Occorre, a questo punto, precisare alcuni concetti fondamentali, se si vuole comprendere quello che si è detto. Intanto, in primis, bisogna chiarire che l’incarnazione così prospettata, nulla ha da vedere con la teoria dell’incarnazione cristiana. Infatti nella dimensione culturale giudaico-cristiana l’incarnato, il messia, è l’esplicazione della volontà del dio infinito, che attraverso un processo kenotico (la Kènosis è uno svuotamento divino) si finitizza in un ente umano. L’assurdità e la follia di tale pensiero sono evidenti. Si ritiene, infatti, che l’infinito, che è l’assoluto trascendente, l’eterno, l’indeterminato, o come affermò Cusano, la coincidentia oppositorum, si finitizzi, cioè diventi parte (una minuscola parte) incarnandosi in un uomo. Il dio provvidente, il redentore, il dio persona è stato in realtà partorito dalla mente di coloro che vivevano tra le dune sabbiose. L’angoscia di un nulla naturale ha spinto questi uomini del deserto a concepire un dio che curasse il loro delirio causato da uno yang troppo violento. Il dio che ama, che consola, che punisce, che odia è quella raffigurazione immaginifica che Feuerbach definì come il dio ottativo (il dio che si desidererebbe essere), il dio che nasce dalla alienazione umana, un dio che si cristallizza in questa trasfigurazione malata. L’infinito, come assoluta trascendenza, come unità metafisicamente semplice, è al di là di ogni parte, comprendendo il tutto ciò che è e che non è. Esso si pone eternamente ed è l’ origine dei due principi primi, secondi solo a lui, che sono appunto l’essere e il non-essere, cioè il principio della manifestazione e della non-manifestazione, che sono, in parole semplici, la vita e la morte. L’essere e il non-essere sono due opposti complementari e combacianti. Nel capitolo secondo del “Tao te ching” è scritto: “…l’essere e il non-essere si generano l’uno l’altro…”. Il Tao, la via ineffabile (l’uno infinito), contiene il gioco della vita e della morte che perpetuamente si risolve e si dissolve. A questo punto è possibile comprendere il vero significato del concetto di incarnato. Egli può essere solo una manifestazione dell’essere che momentaneamente si individualizza nello spazio-tempo. Egli sarà nient’altro che un semi-dio, come ben avevano capito i popoli nel mondo antico quando seguivano, adorandoli, i vari Eracle, Eros, Dionisio, Achille, Enea, Krishna, ecc. . Essi erano i semidei che spesse volte indicavano loro la via della salvezza, del futuro e della pienezza del vivere. Gli avatara del nostro mondo sono invece i giocatori di pallone, i tennisti o i piloti. Altri in giro non se ne vedono. Forse ce ne sarà qualcuno fra i pastori Masai, o i pescatori delle Andamane, o i nomadi della taiga che probabilmente sanno ancora ascoltare le voci lontane. Chissà. Intanto il tempo dell’attesa sta per scadere. Tovo Flores f.tovo@libero.it

"Amos Spiazzi, patriota tradito dalla sua patria..."

Si è spento Amos Spiazzi, difensore dell’Italia oltraggiato dall’Italia. di GILBERTO ONETO Giorni fa è scomparso Amos Spiazzi di Corte Regia. Il suo nome è noto solo a chi non è proprio più un ragazzino: il colonnello Spiazzi negli anni ’70 era stato accusato praticamente di ogni nequizia (o di ogni progetto di nequizia) che ha interessato la penisola. È stato considerato uno dei capi della misteriosa Rosa dei Venti (organizzazione golpista), è stato tirato in ballo per il Golpe Borghese, per tutte le stragi attribuite ai fascisti, fino – non poteva mancare – alla Gladio. Spiazzi si è fatto 6 anni e mezzo di galera, ha avuto la vita e la carriera militare (a 40 anni era il più giovane tenente colonnello dell’esercito) completamente devastata: per le vicende connesse alla sua persecuzione ha perso la madre e la moglie, si è rovinato economicamente ed è morto in dignitosissima povertà. Spiazzi era stato inquisito e processato 19 volte e ogni volta assolto con formula piena. Dopo ogni assoluzione gli è arrivata puntuale una nuova incriminazione, con il solito doloroso corollario di carcere, processi, umiliazioni e additamenti alla pubblica esecrazione. Spiazzi è stato per anni il primo, più pericoloso ed esecrabile mostro da sbattere in prima pagina, il pericolo pubblico da additare all’odio di chiunque amasse con tenerezza la democrazia. Alla fine, dopo 32 anni di calvario, nel 2005, Spiazzi era stato definitivamente assolto in Cassazione da ogni accusa. Era stato reintegrato nel grado (ma subito congedato), e salutato senza neppure una lettera di scuse. Si è rivolto alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo che ha ovviamente condannato la Repubblica italiana a una multa per le vergognose lungaggini con cui Spiazzi è stato finalmente prosciolto. Lo stesso Tribunale è stato coinvolto per costringere lo Stato a un risarcimento che fino alla fine ha rifiutato di riconoscergli sulla base di odiosi cavilli procedurali. Il calvario di Spiazzi era iniziato quando, ufficiale in servizio in Sud Tirolo, aveva colto sul fatto un paio di attentatori separatisti che – portati in caserma – si sono rivelati essere degli italianissimi agenti provocatori. Caldamente consigliato di “lasciar perdere” e di girarsi dall’altra parte, Spiazzi aveva voluto fare fino in fondo quello che gli dettava il suo onore di soldato. I suoi guai giudiziari sono cominciati dopo poco. Dello Stato italiano aveva un’idea romantica di onestà, rettitudine e senso del dovere: per rispettare ordini e gerarchie non ha mai voluto rivelare dettagli che forse gli avrebbero risparmiato un po’ di sofferenze. La sua patria ha ripagato la sua fedeltà in maniera vergognosa: ciò nonostante non ha mai voluto rinunciare ai suoi ideali. La sua italianità orgogliosa lo poneva su posizioni assai distanti dalle nostre ma la sua onestà e coerenza ci impongono oggi di ricordarlo con grande rispetto. Se ne è andato uno straordinario galantuomo davanti a cui si devono inchinare tutte le persone per bene. Di sicuro non lo onoreranno tutti quelli che usano il suo stesso tricolore per coprire le loro nefandezze. Quelle vere (GILBERTO ONETO)

Flavio Tosi: "il Renzi" del centro-destra!

E se il Matteo Renzi del centrodestra fosse il sindaco di Verona? In dieci anni ha scalato tutte le vette. Da consigliere comunale a segretario della Liga veneta. Ora può pensare in grande "Flavio Tosi. Ecco il nome che servirebbe come il pane a un centrodestra in cerca di rilancio. Il sindaco di Verona sarebbe un ottimo candidato premier per una serie di motivi. Tanto per cominciare è forse l’unica vera novità: uno che non è mai stato in Parlamento, quindi non iscrivibile al partito della Casta, uno che è nella lista dei sindacipiù amati d’Italia da anni, uno che è riuscito a far vincere il centrodestra nella sua città anche durante l’era Monti. Tosi farebbe paura alla sinistra perché il suo modo di governare piace anche a chi non è «moderato»: non a caso la lista che prende nome dal sindaco ha riscosso consensi bipartisan. Segno di credibilità e di fiducia: due caratteristiche che ridarebbero speranza a uno schieramento che rischia di finire terzo, alle prossime Politiche, dopo il centrosinistra e i grillini. Tosi è ben voluto dalla destra al mondo cattolico, è federalista e liberale. Il padano tricolore. Nella sua carriera ha battagliato con Bossi e Berlusconi e alla fine ha sempre vinto grazie ai voti",spiega Giuliano Zulin su Libero di martedì 6 novembre. Tosi potrebbe essere l'uomo nuovo delcentrodestra. Uno che si è fatto da solo. In soli dieci anni da semplice consigliere comunale è diventato segretario della Liga veneta. Ora potrebbe essere l'uomo giusto per rivitalizzare il centrodestra. (LIBERO QUOTIDIANO)

mercoledì 7 novembre 2012

Monti e le banche affossano l'Italia.

Scorrendo l'ultimo rapporto ISTAT “Le prospettive per l'economia italiana nel 2012-13” si può notare come PIL e disoccupazione stiano rispettivamente calando e aumentando. Il deterioramento complessivo delle condizioni del mercato del lavoro viene espressa come debolezza ciclica che, guarda caso, è peggiorata notevolmente dopo i piani di austerità imposti dai banchieri di Francoforte. Già nei primi due trimestri del 2012, nonostante le assunzioni abbiano tenuto, si è registrato un notevole calo delle ore di lavoro; mentre da settembre il crollo dell’occupazione risulta più che preoccupante. Il tasso di disoccupazione, già al 10,6%, viene previsto per il 2013 al 11,4% con una percentuale di oltre il 30% al di sotto dei 35 anni. E non dimentichiamo che parliamo sempre di dati ufficiali che devono necessariamente essere arrotondati per eccesso. Il tutto mentre la spesa privata è in diminuzione del 3,2%. A questo si aggiunge pure la diminuzione degli investimenti del 7,2%. Questi sono i numeri maturati dal “salvataggio nazionale” del Governo Monti che si arroga ancora la presunzione di parlare di crescita e soprattutto di efficacia delle proprie manovre. Nonostante questi autorevoli numeri, i tecnici rimangono ben saldi, con il beneplacito di PD-UDC e PDL che, come “moderati”, appaiono più preoccupati per la campagna elettorale e della strada più semplice per rimanere ancorati in Parlamento, che delle sorti dei cittadini italiani. Mentre Berlusconi fa “mea culpa” per non avercela fatta, o forse, per averla fatta grossa, l’antipolitica e i banchieri avanzano smantellando la politica e distruggendo l'economia reale. Piero Puschiavo La Destra

NO al Monti Bis!

Se qualcuno ancora nutriva dubbi, oggi è arrivata la conferma; tutti stanno lavorando per mantenere Mario Monti a Palazzo Chigi. Si aspettava solamente il via libera della commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama a un emendamento alla legge elettorale che prevede che per conquistare il premio di maggioranza si debba superare una soglia del 42,5%. Fin qui, una normale 'clausola contrattuale' se non ci si addentrasse ad analizzare, neanche tanto a fondo, lo scenario del panorama politico nazionale. Con un centro-destra in picchiata libera che, sondaggi alla mano, faticherebbe a sorpassare la metà della fatidica soglia; nemmeno il cartello elettorale PD più Udc o Sel (perchè Casini e Vendola non andranno mai insieme) riuscirà a superarla. Se aggiungiamo che Grillo ha ufficialmente ribadito che il suo movimento non farà alcun tipo di alleanza elettorale (che sia veramente questa la sua funzione, voluta soprattutto da parte di chi lo paga e sta anche al di sopra della Casaleggio...), sbaragliando anche le voci su Di Pietro; è chiaro che, a urne chiuse, ci sarebbero così tutte le condizioni per una paralisi del Parlamento e una conseguente ingovernabilità. La soluzione sarebbe così a portata di mano: chiamare nuovamente 'u Professore' a Palazzo Chigi. Allora il nostro Paese sarebbe lasciato ad un destino peggiore della profezia dei Maya… Manuel Negri La Destra

Il popolo della destra rende l'estremo saluto a Pino Rauti.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&list=UUC1hEod-DqLNkwa5Ri9ciug&v=ry2vCNz3acw
Il silenzio generale che ha accolto Fini nella sua (vana) ricerca di solidarietà dopo le contestazioni che si e' andato a beccare alla cerimonia d'addio a Rauti, e' eloquente. Quasi ad essere in presenza, invece, del funerale politico del presidente della Camera. Fini dovrebbe aver finalmente compreso che cosa vuol dire aver ferito una comunità intera, chi lo ha seguito per decenni con l'amore che si porta al capo e poi ne rimane terribilmente deluso. Mi ha colpito un commento di Adriano Tilgher dopo quello che era accaduto alle esequie di Rauti: "Io non lo avrei fischiato anche perché Fini non l'ho mai amato. Mentre quello e' stato lo sfogo dettato dal risentimento di chi lo ha amato fino alla follia e si e' sentito nel tempo tradito". Parole assolutamente vere. E talmente vere che siamo al punto che mentre Fini si pavoneggia nel ruolo di terza carica dello Stato, non si e' vista, per tutta la giornata di lunedì, una sola dichiarazione di solidarietà al presidente della Camera. Né che lo si sia fatto sapere. Quirinale, palazzo Madama, i partiti, nemmeno la sinistra, non una parola di vicinanza. Solo, come merita chi ha distrutto i sogni di tante generazioni. Tanto più che nelle reazioni di Fini di cui si e' appresa notizia, egli ha rivendicato la propria diversità rispetto "a quella gente" che aveva sfidato presentandosi in chiesa, senza nemmeno la buona creanza di avvisare la famiglia Rauti. Tanto, il lavoro sporco se lo sarebbe dovuto caricare la monumentale scorta che ha al seguito. Peccato che della sua diversità ce ne siamo dovuti accorgere trent'anni dopo. Ha una specie di mania ossessiva contro il proprio passato. E' destrofobo. Qualche bello spirito ha chiesto: "E che sarebbe accaduto se fosse venuto Bersani?". Assolutamente nulla, come non accadde nulla con l'omaggio di Almirante a Berlinguer e all'arrivo di Giancarlo Pajetta a via della Scrofa alla camera ardente del leader del MSI. Gli avversari si rispettano. E' il tradimento che non si perdona. FRANCESCO STORACE Schiacciato dalla folla su una balaustra all'ingresso della chiesa di San Marco a Roma, ho visto sfilare tutta la destra italiana, quella nostalgica, quella moderata e quella radicale, ai funerali di Pino Rauti. È stato un documentario dal vivo di un mondo ferito e non suoni strano quel «vivo» riferito a un funerale. Da qualche anno le manifestazioni più vive e riuscite della destra sono i funerali. Non c'è solo l'antica familiarità del mondo missino con i riti nostalgici per i caduti, con l'estetica mortuaria. C'è la percezione comune di un mondo che volge alla fine. Quella ferita ha ripreso a sanguinare alla vista di Fini, contestato con feroce durezza: voglio pensare che Fini non abbia voluto - almeno stavolta - disertare e rendere onore a un leader, pur sapendo di andare incontro al pubblico vituperio. Non era il momento e il luogo per contestare Fini, ma va compresa la rabbia e la delusione di quel mondo ferito e ipersensibile ai tradimenti. Ma lasciamo i Fini che passano e tentiamo un bilancio del rautismo. Rauti tentò la folle impresa di far politica a colpi di idee e visioni del mondo. Trasferì la nostalgia del piccolo mondo missino dalla Repubblica Sociale al Sacro Romano Impero, immettendo il fascismo nel più maestoso fiume della Tradizione, con la T maiuscola. Sognò l'Europa in pieno nazionalismo missino, lanciò il comunitarismo in pieno cameratismo, scoprì l'ecologia in piena ideologia e istigò alla lettura giovani militanti, sottraendoli al puro attivismo e alla retorica patriottarda. A lui si avvicinò l'ala colta giovanile che non si accontentava dei saluti romani e del tricolore, leggeva Evola e lo preferiva a Gentile, faceva i campi hobbit e riteneva il liberal-capitalismo il nemico principale. Rauti esortò a leggere e pensare un ambiente versato nell'azione, nell'etica della sconfitta e nell'estetica del risentimento. «Veniamo da lontano» fu il suo motto. Aveva la lungimiranza ideale dei grandi miopi e la scarsa dimestichezza pratica. Le sue lenti spesse lo resero un alieno per la destra militante. Rauti perse la sua aura di ayatollah intellettuale quando perse le diottrie, dopo un'operazione agli occhi. È come se si fosse secolarizzato, spogliandosi delle sue lenti. Rauti cercò in un primo tempo di trasferire il pensiero impolitico di Julius Evola nella militanza politica del Msi e poi di Ordine nuovo e poi ancora del Msi, in cui rientrò. Subì il carcere per il suo radicalismo ideologico, coinvolto nella strage di Milano; ma ne uscì indenne, eletto a pieni voti in Parlamento nelle elezioni del '72. Poi, alla morte di Evola ma sul filo della sue opere più trasgressive - come Cavalcare la tigre - Rauti intraprese, lui di destra tradizionale e radicale, un percorso inedito che lo portò a vagheggiare «lo sfondamento a sinistra» e l'alleanza rivoluzionaria. L'impresa si condensò soprattutto in una vivace rivista quindicinale, Linea, da cui siamo passati in tanti, ed ebbe un ruolo decisivo nella nascita della cosiddetta Nuova Destra. Era una linea di forte suggestione che apriva nuovi scenari, pur occhieggiando al fascismo sociale e rivoluzionario. E liberava la destra militante dalla sindrome dell'assedio, del ghetto e della guerra civile permanente con la sinistra. Ma la linea rautiana non ebbe interlocutori a sinistra, e trovò scettica ironia a destra; si perse nel fumo astratto di una lotta al liberalcapitalismo che non aveva compagni di strada né strumenti idonei per così titanica impresa. La sua linea fu sconfitta da Almirante che aveva più grande fascino oratorio e sapeva toccare come pochi le corde della nostalgia. Almirante ti guardava negli occhi con i suoi occhi azzurri; lo sguardo di Rauti si perdeva nei vetri dei suoi occhiali. Nessuno dei due poteva dirsi stratega politico: Rauti guardava troppo lontano, Almirante troppo vicino. L'uno faceva della politica una Visione del Mondo piuttosto nebulosa; l'altro faceva della politica un sublime teatro di piazza e di video, una fiammata che durava l'arco di un comizio. L'Ideologo e l'Artista. Per galvanizzare i militanti Rauti soleva dire che il peggiore dei nostri è meglio del migliore dei «loro»; frase utile per cementare un ambiente diviso, ma falsa e foriera, nelle menti più deboli, di uno stupido settarismo. La sezione non era il tempio di un ordine cavalleresco. L'audace svolta a sinistra di Rauti avvenne sull'orlo della scissione di Democrazia nazionale dal Msi. Rauti, invece, restò nel Msi capeggiando una corrente di minoranza e di opposizione interna ad Almirante e poi a Fini. La sua casa madre fu per anni in via degli Scipioni in Roma, un centro politico-librario in cui transitavano militanti e lettori. Poi la breve ma infelice esperienza di segretario del Msi, fin troppo cauto, curiosamente schierato a fianco della Nato nella guerra contro Saddam Hussein, lui che rappresentava la destra filopalestinese e antiamericana (mentre Fini, al seguito di Le Pen, andava a trovare il dittatore irakeno). Negli anni seguenti, gli ex rautiani superarono di gran lunga i rautiani e si disseminarono ovunque. Anche larga parte degli odierni finiani provengono dalla corrente rautiana e antifiniana. Le idee che mossero il mondo fu il suo libro più noto (a cui si aggiunse l'imponente Storia del Fascismo scritta con Rutilio Sermonti). Con la nascita di An, Rauti abbandonò il partito e suo genero, Gianni Alemanno, e tentò la vana impresa di rianimare la fiamma tricolore. Finì male, tra diaspore e microscissioni; più che un partitino avrebbe dovuto forse far nascere una Fondazione per formare i giovani e garantire la continuità con le radici sul piano storico e culturale. Passò per nostalgico, lui che ai tempi in cui Fini esaltava il Duce, sosteneva di andare oltre il fascismo. Rivoluzionario sul piano delle idee, Rauti era una persona mite e cortese, con una vita tranquilla, sin da quando era redattore de Il Tempo, attaccato alle sue abitudini domestiche (i più intransigenti camerati gli rimproveravano la pennica pomeridiana e il braccino corto, il familismo e il salotto col cancelletto per interdire l'accesso sui divani al cane volpino). Rauti può dirsi l'Ingrao della destra o forse il Bertinotti. Restò a mezz'aria tra la politica e la cultura, ma fece un pezzo di storia della destra, e non la peggiore. La brutta fine della destra - e di Fini in particolare - esalta per contrasto la figura e la statura di personaggi come Pino Rauti. Al loro cospetto, giganteggia. Non solo le sue lenti erano di spessore. Mancò la fortuna, forse il coraggio, non il valore. MARCELLO VENEZIANI I libri. Erano questi a segnare la differenza tra Pino Rauti e il resto delle destre. Nazionali o sociali che fossero. Il suo ritratto, ciò che lo tramanda, sono gli occhiali: veri e propri fondi di bottiglia. Ed era questo lui, uno studioso. Per fare dottrina e prospettiva. Magari anche per sbagliare. Ma nell’immediato. Non nelle visioni. Non in quel cammino dove il tempo trasfigura i destini dei popoli. Ebbe l’utopia propria dei calabresi. Fu soldato ed ebbe accanto una militia fatta di facce mirabili, quella di Paolo Andriani, quella di Giulio Maceratini, quella di Giampiero Rubei, quella di Marcello Perina, quella di Ignazio Diminica, quella di Fabrizio Falvo, quella di Fabio Granata, quella di Flavia Perina, quella di Enzo Cipriano e quella di Umberto Croppi. E poi tanti altri, tutti segnati dalla rivoluzione dei libri. Libri che si stampavano in faccia. Libri che avevano fatto delle rovine di un popolo e di un secolo una biblioteca. Questo fu il rautismo: uno scaffale. Senza di lui non ci sarebbe stata la Nuova Destra, senza di lui non ci sarebbe stato il socialismo tricolore di Beppe Niccolai, senza di lui Gianfranco Fini non avrebbe potuto sperimentare l’eresia perché solo con Rauti la destra poté scoprire di essere a sinistra, andando oltre. Senza fischiare. Piuttosto leggendo i Cantos. Con Manfredi. PIETRANGELO BUTTAFUOCO

LA DESTRA: sovranità, libertà, giustizia e benessere!

USA: Obama e Romney, due facce della stessa medaglia...

martedì 6 novembre 2012

GeoPolitica a Milano.

Ieri a Roma: il funerale di Pino Rauti.

https://www.youtube.com/watch?v=6UDcK8uES8Q
Migliaia di militanti della destra italiana presenti, ieri a Roma, al funerale di Pino Rauti, fra questi: Teodoro Buontempo, Francesco Storace, Luca Romagnoli, Donna Assunta Almirante, Giuseppe Ciarrapico, Stefano Delle Chiaie, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, Marcello Veneziani e Gennaro Malgeri, il principe Lilio Sforza Ruspoli ed il conte Fernando Crociani Baglioni. Duramente contestata la provocatoria presenza dell'infame traditore Gianfranco Fini.

lunedì 5 novembre 2012

"Continuiamo a sognare per andare oltre"...

ROMA - Spiace dover scrivere e dire di quanto manchi il senso della misura, l’educazione e la sobrietà, in un mondo o in un’area che vorrebbe vantare militanza impersonale, che vorrebbe ascrivere la propria presenza attiva nell’ambito di un’aristocrazia di pensiero. Almeno oggi sono mancatre educazione e sobrietà in alcuni che non hanno controllato emozioni e sentimenti all’apparire spregiudicato dell’attuale Presidente della Camera, a funzione funebre di Pino Rauti iniziata. Si è mancato il “sangue freddo”; è mancata la lucidità in alcuni per valutare che quello non era il luogo e l’occasione per dimostrare disapprovazione e rinfacciare tradimenti. Ma, soprattutto, in alcuni è mancata la lucidità per sottrarsi al cinico opportunismo di Chi era venuto cercando –con l’abilità che del resto è nota-, quello che più gli era utile: porre l’accento platealmente sul distacco, l’indifferenza e lo sprezzo per una comunità politica alla quale era appartenuto, alla quale deve gran parte del suo successo, alla quale non vuole più fare riferimento e dalla quale, soprattutto vuole assolutamente distinguersi. Così quello che resta della commozione di una comunità d’idee e ideali, sulle pagine dei quotidiani e delle televisioni, sarà ancora una volta il sorriso beffardo e paraculo di quel tipo d’uomo che Evola definisce insofferente in modo quasi isterico a ogni esigenza di coerenza, di linea (Considerazioni sull’uomo obliquo, in “Rivolta Ideale”, 1952). Non avrà bisogno di fare vittimismo; nessuno evidenzierà l’inopportuna entrata in scena, quanto l’uscita anticipata dal retro sacrestia; non ci saranno stizzite reazioni istituzionali per l’affronto subito. Risalterà invece il capolavoro di Chi ha inteso, ancora una volta platealmente, sottolineare di non aver mai voluto e non volere “andare oltre”. All’avversario questo “tipo d’uomo obliquo”, non sa riconoscere nemmeno l’onore delle armi; all’avversario questo “tipo d’uomo obliquo” non concede nemmeno la sobrietà di un ultimo rispettoso saluto. Non tutto e non sempre si condivide nelle relazioni interpersonali, tanto più in politica. E così è stato anche per me, in alcune occasioni, con Pino Rauti; ma quanta passione, quanta avida condivisione d’idee e sentimenti, quanta nostalgia per chi mi ha insegnato a sognare, progettare e magari, con caparbietà visionaria, segnare “un’altra via”. Questo è accaduto e questo lascia in me e in tanti militanti “di la del bene e del male” la fierezza di essere stati con Pino Rauti e la speranza di non averne disatteso l’insegnamento. Grazie Pino. Luca Romagnoli - segretario nazionale Fiamma Tricolore

"Contro il governo mondialista Bildberg".

IL GOVERNO DEL BILDERBERG La strategia è questa: 1)BCE stampa moneta e presta agli Stati 2) Gli Stati, a causa degli interessi composti, non riescono più a pagare 3) La BCE chiede misure fiscali, di politica del lavoro e le privatizzazioni per essere sicura di incassare gli interessi 4) Lo Stato inasprisce la pressione fiscale, creando recessione, e vende i beni nazionali svuotando la Nazione degli stessi beni necessari alla produzione o alla qualità della vita La truffa a danno delle nazioni e dei popoli europei è nella sua fase finale. C.M.  L'Europa è ormai tutta felicemente conquistata. Il programma messo a punto dalla società segreta Bilderberg nella riunione del maggio 2009 è stato quasi del tutto realizzato. Diciamo meglio: dato che la parte più difficile e tuttavia indispensabile era quella riguardante la liquidazione delle nazioni d’Europa, essere riusciti a impadronirsene è il segnale che ormai l’opera è al sicuro, nulla potrà più ostacolarne il completamento. Le bandierine del Bilderberg sventolano allegramente sui colli e le torri europee più importanti. La Banca centrale europea ne è per certi aspetti il capolavoro. Attraverso la Bce il Bilderberg ha in mano la vita di quasi tutti gli Stati che, con una decisione illegittima e assurda dei loro governanti, hanno rinunciato a battere moneta e si sono consegnati alla volontà di coloro che ne sono i padroni (partecipanti al patrimonio): Beatrice d’Olanda, il principe Constantjin, Sofia di Spagna, Philippe del Belgio, David Rockfeller, Filippo di Edimburgo, Mario Draghi (in quanto partecipante della Banca d’Italia), tutti membri del Bilderberg e presenti alla riunione del 2009. Le partecipazioni degli Stati sono in percentuali minime e forse servono, oltre che a salvare le apparenze, anche a ricompensare i politici per la loro rinuncia alla creazione e alla gestione della moneta. Cosa avevano deciso i membri del Bilderberg nella riunione del 2009? Volendo raggiungere come meta finale la realizzazione di un’unica civiltà planetaria, ne erano state predisposte le tappe (ormai per quanto riguarda l’Occidente quasi raggiunte): la distruzione delle identità nazionali, da perseguire attraverso la sovversione dei valori che vi si fondano e l’eliminazione dei singoli Stati; il controllo centralizzato di tutti i sistemi educativi di cui l’avvio è stato dato in Europa con il Trattato di Maastricht e la cosiddetta “armonizzazione” dei programmi scolastici; il ripudio delle discipline storiche e del loro insegnamento in quanto possibile ostacolo nei giovani all’accettazione del Nuovo Ordine Mondiale e al superamento psicoaffettivo del valore della patria, della tradizione, dei costumi in tutti i campi; il controllo delle politiche interne ed estere, come già avviene in Europa attraverso l’esame preventivo delle finanziarie e i vari trattati sui confini, sull’immigrazione, sull’uguaglianza dei diritti; una lingua unica, che è quella già in uso e che a poco a poco tutti sono obbligati ad adoperare: l’inglese. Il perno sul quale i bilderberghiani si fondano in tutti i loro progetti è però sempre quello finanziario visto che, tramite le banche e le speculazioni di Borsa, riescono a guidare concretamente ogni tipo di politica riducendo a propri esecutori gli uomini di governo dei singoli Stati. L’instaurazione di un mercato unico e di una moneta unica è quindi la meta più importante; ma essere riusciti, con la creazione dell’euro, a eliminare quasi tutte le monete europee rappresenta la loro vittoria più significativa in quanto segnala che il progetto finale è sulla via del traguardo. Di fatto tutta l’operazione “Unione europea” è stata pensata come una specie di esperimento la cui riuscita avrebbe confortato i progettisti nel proseguire sulla stessa strada. Nessuno creda che le crisi finanziarie, l’impoverimento dei popoli, l’eccesso di tassazione, siano per il Bilderberg segnali negativi, tutt’altro: era programmato che sarebbero stati questi gli strumenti con i quali giungere alla meta. Come abbiamo potuto vedere attraverso quello che è successo in Italia, il colpo di forza con il quale un banchiere è diventato capo del governo ha avuto come “giustificazione” il crescere del debito, il differenziale sempre più alto con i titoli tedeschi; ma per chi è padrone del gioco di Borsa provocare tali squilibri è facilissimo, tanto più quando i manovratori sono d’accordo sul da farsi essendo tutti membri del Bilderberg o dei suoi rami più importanti, quali la Trilateral Commission e l’Aspen Institut: Mario Monti, Mario Draghi, Giorgio Napolitano, Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi, José Barroso, Giuliano Amato, Vincenzo Visco, Enrico Letta… Tutti nomi citati più volte e da diversi autori, oltre me, negli anni scorsi, quali per esempio Daniel Estulin con il suo “Il Club Bilderberg” pubblicato nel 2005, Marco della Luna con “Euro schiavi” anch’esso del 2005, Elio Lannutti con “La repubblica delle banche” pubblicato nel 2008, senza che nessuno li abbia mai smentiti. Dunque possiamo constatare che tutte le previsioni si sono avverate: gli Stati d’Europa hanno perso la sovranità, l’identità, le loro ricchezze e quelli più difficili da domare a causa della loro creatività, del loro attaccamento alla propria storia, alla propria indipendenza, quali la Grecia, l’Irlanda, la Spagna, l’Italia, sono stati ridotti, tramite la pressione sui titoli sovrani, a dipendere dalla “generosità” dei banchieri con una nuova, orribile immagine di sé, quella di “mendicanti”, di possibili ladri cui è pericoloso prestare soldi se non danno se stessi e i propri figli in garanzia. I banchieri hanno adesso finalmente raggiunto il loro ultimo scopo: darsi la mano diventando interscambiabili con i politici e proclamando così apertamente che è iniziata una nuova era: il Regno dei Banchieri. Avevo scritto due anni fa, nella Dittatura europea, che avrei creduto a questa ricostruzione, che pure ero stata io stessa a fare con puntigliosa, scrupolosissima ricerca, il giorno in cui avessi visto i banchieri mettersi al posto dei politici. E’ proprio quello che è avvenuto. Ed è avvenuto - cosa incredibile - con l’aiuto, la complicità dei politici. Ho tante volte interrogato negli anni scorsi i maggiori leader del mondo politico, religioso, industriale, giornalistico sul perché avessero accettato in silenzio di uccidere se stessi, insieme all’ Italia, senza riuscire ad avere una risposta. Oggi però non possono continuare a tacere e consegnarsi alla storia come dei vigliacchi traditori della propria nazione e del proprio popolo. E’ indispensabile che si scuotano dalla passività nella quale sono sprofondati e si convincano che la desertificazione attuale dei partiti, l’assenteismo e il ripudio degli elettori, perfino la corruzione che ha invaso tutte le istituzioni, sono la conseguenza di questo tradimento perché nessuno ha più davanti a sé una patria da difendere, un valore collettivo in cui credere, un futuro in cui sperare e da costruire per i suoi figli.

Altro che scissione e rilancio della destra: Ignazio La Russa ci ripropina il montiano Angelino Alfano...

"Bel programma", altro che scissione e-o rilancio della destra italiana: La Russa e Corsaro ci propongono il sostegno al montiano siculo-democristiano Angelino Alfano alle primarie del PDL... :-(

E' morto il Generale Amos Spiazzi di Corte Regia.

Ieri, Festa delle Forze Armate, è morto il Generale Amos Spiazzi di Corte Regia, Presidente del Centro Studi Ghibellini Carlo Magno, Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona Ferrea, Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe, Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, militare vecchio stampo, autentico aristocratico, di tradizione monarchica e fede imperiale. Per il suo patriottismo anticomista è stato coinvolto in tutte le vicende giudiziarie delle cosidette "trame nere", dal Golpe Borghese alla Rosa dei Venti, ma, nel 1989, è stato definitivamente assolto da ogni accusa. RIP

Lealtà e Azione ricorda la caduta del muro di Berlino.

Milano ricorda Ezra Pound.

Roberto Jonghi: "Andiamo oltre ed uniamo le forze!"

Eccomi, giovane e magro, in una vecchia foto del 1990, con l'On. Pino Rauti, appena eletto segretario nazionale del MSI al congresso di Rimini. E pensare che, allora, come militante della "destra romualdiana" e seguace dell'On. Franco Petronio, sostenni il "delfino" di Giorgio Almirante, Gianfranco Fini: col senno di poi... Comunque, già nel 1998, accorgendomi dell'errore commesso, lasciai AN per aderire alla Fiamma di Rauti. Ora è giunto il momento di "andare oltre", con il Progetto Itaca, e di costruire, partendo dalla necessaria ed urgente unione de La Destra con la Fiamma Tricolore, un nuovo, grande Fronte Nazionale, popolare, sociale ed identitario. F.to Roberto Jonghi Lavarini - robertojonghi@gmail.com

domenica 4 novembre 2012

"Pino Rauti, quando le idee muovono il mondo"

"Pino Rauti, quando le idee muovono il mondo" di Marco Valle. Se ne andato con la leggerezza degli anziani. Dopo un percorso terreno intenso e aspro, il vecchio corpo dell’antico “incendiario d’anime” — così lo definì nel 1978 la “Pravda” moscovita — non ce l’ha più fatta. L’onorevole Pino Rauti è morto ma per la Destra italiana — questa galassia variegata, plurale e, oggi, smarrita, sfilacciata — “Pino” c’è, è presente. Al di là della sua vicenda politica — un alternarsi di visioni alte, proposte innovative e coraggiose intrecciate, purtroppo, a un tatticismo talvolta incomprensibile —, rimane il pensiero, rimangono le inquietudini, le idee “che muovono il mondo”. Ecco perché Rauti, nonostante la tempesta dei ricordi, non può essere ridotto ad icona identitaria, a santino innocuo di un immaginario neofascista. Ad impedirlo vi sono le sue elaborazioni, le sue tesi, i suoi libri: un patrimonio importante da studiare e comprendere. Con nuova attenzione. Ma andiamo per ordine. A causa della pesante conflittualità interna che per decenni lacerò e devastò l’area, l’opera di Rauti — uomo d’enorme cultura ma carattere solitario e spigoloso — non sempre fu compresa adeguatamente dal suo “mondo umano”. Anzi. OLTRE IL NEOFASCISMO Certo, era difficile negli anni Cinquanta-Sessanta, per un’ambiente impregnato di reducismo, accettare gli sforzi del giovane teorico che nelle pagine evoliane — il primo schema de “il Fascismo visto da Destra”, una rottura alta, definitiva e incompresa con il Regime, fu pubblicato sulle pagine di “Ordine Nuovo” — cercava una via per superare il nostalgismo. Di sicuro era scandaloso per un partito rinchiuso in un’ottica occidentalista, ascoltare nel 1963 — in piena guerra fredda — critiche spietate all’americanismo; per Rauti l’atlantismo aveva «una forma, un aspetto, una struttura esteriore, sui quali è facile equivocare. Ma non ci sono dubbi dell’esistenza e persistenza di quello che noi definiamo il suo “limite fatale”, la sua intima e non eliminabile incapacità di stringere con l’Europa legami che non siano di momentaneo interesse». Ancor più arduo per un mondo provinciale, incollato alle memorie dell’Abissinia e di “Faccetta nera”, diventava leggere con gli occhi attenti di un intellettuale inquieto la decolonizzazione, il dramma dei “centurioni” d’Indocina e Algeri, i fuochi di Goa e del Mozambico. Eppure in quelle esperienze così distanti dall’Italia del “miracolo economico” — ormai libera d’ogni fardello africano —, il leader del Centro studi Ordine Nuovo vedeva nei fatti di Francia o nelle gesta dei giovani ufficiali lusitani la possibilità di superare le fratture del 1945 e creare nuove sintesi politiche e culturali in Europa e oltremare. Come dimostrò l’epopea dell’OAS e dei “pieds noires”, la tesi era ambiziosa ma aveva un suo fascino e delle possibilità. Ancor più faticoso si rivelò per molti — ma non per tutti, anzi —, esplorare l’esperienza mussoliniana in modo scientifico ma appassionato; un segmento generazionale, minoritario ma importante, scoprì nelle pagine del capolavoro di Rauti e Sermonti — quella magnifica “La Storia del Fascismo” che andrebbe riedita e immessa finalmente nel grande circuito editoriale — spunti, riflessioni, idee per l’attualità e il futuro. E ancora, i sei volumi del CEN furono l’occasione per noi, i ragazzi dei Settanta, di scrollarsi finalmente di dosso memorialistiche improbabili, apologie imbarazzanti, finti testamenti del Duce, stupidaggini conservatrici e/o reazionarie. In tanti, grazie a quelle pagine scritte con stile e profondità, scoprimmo Sombart, Weber, la sociologia tedesca, ma anche Sorel, i “Vociani”, Marinetti, Volpe; soprattutto, grazie a Rauti potemmo dipanare quel filo sottile, ingrovigliato ma tenace che si stendeva la nostra esperienza militante e la Rivoluzione di Mussolini. UN RIVOLUZIONARIO Negli anni Sessanta, con largo anticipo su Vivarelli e in parallelo con De Felice, Pino e Rutilio offrirono un affresco raffinato e complesso e un’interpretazione inattesa quanto robusta del Ventennio, rintracciando le sue origini nella grande cultura europea “della crisi” di fine Ottocento, indagando i diversi rivoli che confluirono — da destra ma anche da sinistra e dalla sinistra più estrema — nel grande fiume del 1922. Su queste coordinate Rauti, sebbene distante — e, da antico evoliano, sempre diffidente — dalle posizioni di ”socialismo nazionale”, rivendicava al Fascismo una carica rivoluzionaria e sociale ben più radicale del marxismo, individuando nel momento mussoliniano una possibilità reale di superamento rivoluzionario del capitalismo. Da qui l’attenzione del Rauti politico verso le fasce più deboli, la condizione operaia e femminile, il suo indagare continuo sulle motivazioni profonde del consenso popolare post bellico al comunismo, gli studi su Spengler e il suo rifiuto — senza concessioni al multiculturalismo — della xenofobia e della volgarità razzista. Ma non solo. Le riflessioni sociologiche del vice segretario nazionale del MSI-DN erano sempre accompagnate da un’inguaribile e continua curiosità verso la modernità, la tecnica, i nuovi saperi. Nonostante le sue origini rurali — rivendicate con orgoglio —, l’uomo era affascinato dalle trasformazioni epocali, si appassionava alle grandi opere — il canale fluviale Charlemagne, scavato tra il Danubio e il Reno, era un chiodo fisso dei suoi racconti —, s’intrigava d’urbanistica post-moderna, di demografia, di archeologia industriale, persino d’agricoltura biologica. Uno sforzo che ritrovammo — dirompente e lucidamente radicale — negli editoriali di “Linea” e nelle mozioni congressuali di Linea Futura e Andare Oltre. Con gran rabbia del notabilato missino e di molti suoi critici “interni”, un blocco incardinato su posizioni passatiste e consolatorie, il direttore di “ Linea” ottenne gli apprezzamenti più importanti dagli avversari politici e dagli studiosi antifascisti. Tra i tanti, Giorgio Bocca — allora ancora in regime di sobrietà — e la sua entusiastica recensione de “La Storia del Fascismo” e Pierre Milza. Nel suo “Dizionario dei Fascismi” — un lavoro denso quanto fazioso — il ricercatore francese traccia dell’uomo un profilo rispettoso e attento: «un profondo conoscitore della cultura fascista, in un partito che aveva sempre privilegiato l’attivismo, probabilmente Rauti era, e tale sarebbe rimasto, l’unico dirigente di una certa levatura intellettuale… aveva focalizzato il suo interesse su alcune problematiche patrimonio della cultura di sinistra, come l’ecologia, seguendo con molta attenzione il dibattito europeo sulla Nouvelle Droite… il partito ipotizzato da Rauti avrebbe dovuto assumere espliciti connotati antisistema introducendo nella politica neofascista le tematiche ecologiste, antiamericaniste e anticonsumiste. Un’ambiziosa rivoluzione culturale». Nel 1991, l’ipotesi politica rautiana — come la barca dell’amore di Majakovskij — s’infranse contro gli “scogli della quotidianità”. Un tempo finiva e altre parole d’ordine — vincenti o, magari, solo fortunate — s’imponevano per poi, vent’anni dopo, dissolversi. Nel nulla. Molti di noi, io e gli amici di sempre — i “rautiani”, un sodalizio compatto e stravagante: Roberto, Riccardo, Fabio, Carlo, Flavia, Pietrangelo, Paoletta e poi Paolo, Marcello, Bruno, Nazzareno e tanti altri — non sopportammo più le indecisioni, la prassi ondivaga, le mediazioni dell’onorevole Pino Rauti. Dopo quel torrido giugno di 21 anni fa, ognuno a suo modo scelse una strada e si fece fabbro del proprio destino. Ma oggi, mentre questa repubblica senza qualità naufraga nel disonore, di una cosa sono (siamo) sicuri. È una certezza condivisa — ed è un dato importante — anche con gli altri “ragazzi invecchiati” del Fdg, con coloro che in quel contesto fecero scelte diverse. Da Milano, da Roma, da Ancona, da Napoli, da Siracusa, da Padova a Trieste e a Palermo, lo sguardo scorge ancora le linee di vetta intraviste da “Pino”. Sempre salde, stagliate sull’orizzonte. Fisse. Nitide e scintillanti. MARCO VALLE

"Rauti: un perdente mai sconfitto"...

Forse, per sua stessa natura, Pino Rauti era un uomo destinato a perdere, in modo tanto cocente quanto grande era la passione profusa nella lotta politica. La lucidità del suo sguardo teorico mal s’accompagnava al senso tattico che distingue, necessariamente, un pensatore dal politico. E Rauti, alla prova dei fatti, non riuscì mai a tradurre quelle idee che coltivava con cura quasi maniacale in un decalogo di proposte in grado di sedurre, oltre che una parte della classe dirigente e militante del Msi-Dn, quell’elettorato che, in democrazia, in fondo, è il giudice supremo d’ogni iniziativa politica. Rientrato nella Fiamma nel 1972, dopo le prime, vergognose persecuzioni giudiziarie che lo tormenteranno fino agli ultimi anni di vita, Rauti si pone alla testa di una Destra “spiritualista”, fortemente ispirata a Julius Evola e affiancandosi ad Adriano Romualdi. Il suo ritorno alla “casa madre” passa, quindi, attraverso le colonne de “L’Italiano” e la protezione del fondatore del partito, Pino Romualdi, da cui, però, si distaccherà presto per tornare ad agire in piena autonomia. Forte soprattutto nelle organizzazioni giovanili, in cui Giorgio Almirante lo lascia agire liberamente anche per contrastare proprio l’influenza che Romualdi, tramite Franco Petronio, tradizionalmente esercita in quel settore del partito, Rauti assurge al ruolo di “terzo leader” del Msi-Dn nel 1979, al congresso di Napoli, in cui, chiamandosi fuori dallo show-down tra segretario e presidente, accentua la parabola declinante del gruppo romualdiano, spalancando le porte al dominio incontrastato di Almirante. La crescita della sua corrente è costante, a tratti inarrestabile, anche perché la classe dirigente almirantiana è della generazione del leader missino, mentre Rauti è sempre più radicato nel Fronte della Gioventù, diventato, di fatto, un partito nel partito, in grado di condizionarne i congressi e le logiche interne. Rauti, però, non s’accorse che, se anche la stella di Almirante sarebbe prima o poi tramontata, per ragioni anagrafiche, il tempo di maturazione di questo processo avrebbe in qualche modo coinvolto anche lui, inducendolo al primo, grande errore della sua vita. Al congresso di Sorrento, 1987, la sfida contro Gianfranco Fini fu avvincente, senza dubbio, è curiosamente caratterizzata da quel fenomeno riassunto dallo slogan: il vecchio sostenuto dai giovani, contro il giovane sostenuto dai vecchi. Ma, come tutti gli slogan, conteneva solo parzialmente la verità. Non solo perché anche Fini aveva una solida base giovanile, essendo segretario del Fronte, ma perché il sostegno di cui godeva nel leader uscente e tra i deputati e i senatori del Msi-Dn era determinato, soprattutto, dalla consapevolezza che fosse necessario, sul finire degli anni ’80, un cambio della guardia tra chi usciva dall’esperienza della guerra e chi aveva militato sotto le bandiere della Fiamma tricolore, essendo nato dopo il 1945. Se Rauti avesse avuto quel senso tattico di cui si discuteva poc’anzi, avrebbe colto quell’occasione per lanciare un giovane, magari di solida esperienza – come poteva essere Giulio Maceratini -, piuttosto che giocare la partita in prima persona. Così come, due anni dopo, sbagliò ad accettare la segreteria dalle mani di una classe dirigente che non si era affatto rassegnata alla sue visioni della politica e della società, ma voleva solo e semplicemente punire il giovane neo-segretario che intendeva proprio co-gestire con lo stesso Rauti il partito per rottamare frettolosamente i quadri degli anni ‘70/’80. Uomo di rottura ideale e teorica, Rauti non avrebbe mai potuto gestire con serenità una maggioranza di coalizione dominata dai Servello, dai Tremaglia, dai Valensise, dai Lo Porto, da uomini, cioè, che avevano nel pragmatismo una fiducia incrollabile. Rileggendo le vicende dell’epoca scevri dalle passioni tipiche del militante e riconoscendo a ciascuno ciò che di realmente positivo rappresentò, la storia degli ultimi anni del Msi-Dn, politicamente ragionando, si chiarisce e si spiega con limpidezza: è la storia di un partito che, al bivio della storia, tentenna sulla strada da intraprendere perché coloro che stanno sulla tolda di comando conoscono il valore della posta in gioco. E Rimini sbagliarono tutti. Sbagliò Fini, il quale pensava di poter coinvolgere Rauti in un’operazione volta a spazzare via, in un colpo solo, l’intera classe dirigente almirantian-romualdiana, quasi non fosse stata composta, com’era composta, da uomini e donne che al Msi-Dn avevano dedicato una vita intera. Sbagliò Rauti, pensando che la segreteria che Lo Porto gli offrì al Bernini, per sventare l’accordo Tatarella-Maceratini, gli aprisse la strada per un dominio incontrastato nella Fiamma in nome delle idee e delle visioni di cui era sempre stato portatore. Sbagliarono coloro che offrirono a Rauti la segreteria, al posto della presidenza che, alla stesso Rauti, offriva Fini, pensando che il leader dell’allora opposizione – esattamente come era accaduto con Almirante nel 1969, dopo la morte di Arturo Michelini – fosse disponibile, una volta diventato capo di tutti, a portare avanti la tradizionale politica missina. Troppi errori per un partito solo e per di più in affanno, troppi errori che furono di lì a poco pagati duramente alle elezioni regionali nazionali del ’90 e siciliane del ’91. In quell’occasione, Rauti, però, non ostante la durezza della sconfitta, dette una grande lezione di stile e una rappresentazione della sua dignità umana, prima ancora che politica, che altri avrebbero fatto bene a imparare negli anni a venire: prese atto di non essere stato in grado di mettersi in sintonia con gli elettori del Msi-Dn, dimettendosi. Assumersi le proprie responsabilità in caso di sconfitta, a volte, cancella lo stesso peso della sconfitta. Quel che è successo dopo, Fiuggi, la fondazione della Fiamma tricolore e tutto il resto, poco importa e poco conta nella vicenda di Rauti. Il suo tempo finì nel 1991, quale politico attivo, ma permase fino all’ultimo giorno – ed è destinato a durare ancora – il carisma e l’esempio che la sua vita ha rappresentato per schiere intere di militanti e dirigenti dell’Msi-Dn. Massimiliano Massanti

Cordoglio unanime per la scomparsa di Pino Rauti.

ROMA - L'ex segretario del Msi Pino Rauti è morto oggi nelal sua abitazione di Roma, intorno alle 9.30. Aveva 86 anni. All'anagrafe Giuseppe Umberto Rauti, è nato Cardinale, in provincia di Catanzaro, il 19 novembre del 1926. Politico e giornalista, alla fine del 1946, da giovanissimo, partecipò alla fondazione del Movimento Sociale Italiano. DEPUTATO E SEGRETATIO MSI. Nel 1972 venne eletto deputato alla Camera nelle file del Msi, nel collegio di Roma, dove verrà sempre rieletto fino alle elezioni del 1994. È stato promotore di organizzazioni parallele al partito, dal Movimento giovani disoccupati, ai Gruppi Ricerca Ecologica, e sostennè i Campo Hobbit. Nel dicembre 1987, al XV congresso del Msi a Sorrento, raccolse quasi la metà dei consensi per l'elezione a segretario, ma venne battuto da Gianfranco Fini, sostenuto dal segretario uscente del partito Giorgio Almirante, ormai gravemente malato. Ricevette la guida del MSI nel 1990 al congresso di Rimini, battendo Fini per la segreterìa, ma non riuscì ad arrestare l'emorragia di voti a seguit della morte di Almirante. Dopo la sconfitta alle amministrative e alle regionali in Sicilia del 1991 il partito tornò nuovamente in mano a Fini. CONTRO LA SVOLTA DI FIUGGI. Europarlamentare dal 1994 fino al giugno 1999, dopo il congresso di Fiuggi del 1995, che trasformò il Movimento Sociale in Alleanza Nazionale, Rauti fondò il Movimento Sociale Fiamma Tricolore Ms-Ft), dopo che una sentenza del Tribunale Civile di Roma impedì ai 'rautiani' di appropriarsi di nome e simbolo storici del Msi. Alla guida del Ms-Ff, si candidò a sindaco di Roma alle elezioni amministrative del 1997. Padre di Isabella Rauti, consigliere regionale del Pdl nella giunta Polverini e moglie del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, Pino Rauti di sè diceva: "Non mi sento un neofascista, il fascismo non è più ripetibile. È solo un giacimento della memoria al quale penso che si possa ancora attingere". La camera ardente è stata allestita in via della Scrofa, nella sede della Fondazione An. Sabato e domenica resterà aperta dalle 10 alle 20. I funerali si terranno invece lunedì alle 12.30 nella basilica di San Marco a piazza Venezia. Il cordoglio di Areaonline.info Di sè diceva: ‘Non mi sento un neofascista, il fascismo non e' piu' ripetibile. È solo un giacimento della memoria al quale penso che si possa ancora attingere’. Isabella Rauti in un post su Facebook lo ricorda come "un padre affettuoso, un maestro di cultura, un riferimento politico, un esempio di dignità e coerenza". "Mi restano i tanti ricordi - scrive -, gli insegnamenti, i principi. Mi restano l'amore che non muore e la responsabilità dell'onore''. ''Per noi che abbiamo fatto politica negli anni '70 e '80 Pino Rauti è stato una porta verso il futuro". Così sul suo blog Alemanno 2.0 il sindaco di Roma Gianni Alemanno ricorda il suocero, Pino Rauti. "Attraverso le sue intuizioni culturali abbiamo imparato a prendere le distanze da un modo reazionario e forcaiolo di concepire la destra" scrive. Tra i primi a commentare la scomparsa di Rauti è stato il segretario nazionale de La Destra Francesco Storace: "Nella storia della destra italiana gli anniversari, le ricorrenze, il calendario hanno sempre avuto un posto d'onore. È la cultura della memoria. Pino Rauti sembra aver scelto apposta la ricorrenza dei defunti per lasciare questo nostro mondo e le macerie di un tempo che scorre senza valori. Rauti ha caratterizzato profondamente, con le sue idee, una comunità. Io militavo dalla parte di Almirante, ma ammiravo quest'uomo dal carisma che scuoteva le coscienze. La sua capacità di vedere prima le cose che sarebbero accadute dopo. Con la sua morte, tutti noi ci rimettiamo qualcosa, anzitutto in cultura”. Il segretario politico del Pdl, Angelino Alfano, ha sottolineato: "Rauti lascia a tutti e, soprattutto ai più giovani, un insegnamento: quello del necessario legame tra politica e cultura, tra azione concreta nel presente e ricerca storica, sociale, culturale". Lo ricorda come un "intellettuale appassionato" Silvio Berlusconi che, dice, "ha sempre difeso con grande tenacia le sue idee". Critica, invece, la scelta di allestire la camera ardente in via della Scrofa il presidente de 'La Destra', Teodoro Buontempo. ''Rauti, infatti non ha mai fatto parte di An - ha detto Buontempo -, anzi se ne andò proprio il giorno della sua fondazione, non è mai confluito nel Pdl e men che meno ha aderito al Fli". "Ho l'impressione - conclude - che questa scelta da un lato voglia banalizzare la figura del personaggio politico e dall'altro la voglia 'assorbire' in una storia che non gli appartiene". Scrive Andrea Augello (Pdl) sulla sua pagina facebook: se ne è andato Pino Rauti e con lui l'ultimo, irriducibile Jungeriano ribelle della comunità dei vinti. Ai grandi errori e alle grandi intuizioni di quest'uomo, dal carattere difficile e singolare, la mia generazione politica deve molto pù di un omaggio di circostanza. Soprattutto in questi tempi confusi e difficili, agli uomini della destra del dopoguerra come Rauti, Niccolai e tanti altri, dobbiamo infatti la conferma di una continuità almeno nell'intransigente difesa di un valore spirituale dell'impegno politico. il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri lo ricorda come "un uomo onesto e austero in tempi di rovine in mezzo alle quali rimase sempre in piedi". In un intervento su SkyTg24 Assunta Almirante lo ha ricordato così: “Era parecchio che era sparito dalla scena politica – ha dichiarato – forse perchè stava poco bene. Mi è molto dispiaciuto, è stato un personaggio della vita politica italiana, soprattutto del Movimento Sociale. E’ stato uno dei grandi della destra, è stato diverso, nell’insieme ha segnato la politica italiana e ha dato alla politica almeno un po’ di movimento, visto che ora c’è il ‘silenzio’ della destra”. Rauti, ha ricordato ancora Assunta Almirante, “è stato ingiustamente indicato come un uomo che aveva commesso degli errori che poi è stato accertato non erano i suoi, cioè la strage di piazza Fontana. E’ stato assolto e chi è andato a prelevarlo dal carcere di San Vittore a Milano fu proprio mio marito”. Msi: CasaPound Italia, addio a Pino Rauti. Roma, 2 novembre - ''Addio a Pino Rauti. Di lui, che nel bene e nel male è stato un grande protagonista della storia e della politica italiana del dopoguerra, ricorderemo soprattutto le belle suggestioni anticapitaliste e il tentativo di portare temi nuovi e controcorrente nel dibattito interno all'Msi e alla destra radicale. Da quelle suggestioni nacque la Nuova Destra, che poi diventò vecchia anch'essa. Ed è anche dal superamento della parte più banalizzata di quelle suggestioni che è nata CasaPound''. Lo scrive in una nota CasaPound Italia. Rauti: Fini, testimone degli ideali della nazione. ROMA - Il Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, esprime il piu' profondo cordoglio per la scomparsa dell'on. Pino Rauti, ''uomo politico che ha rappresentato una parte di rilievo nella storia della Destra italiana. Parlamentare rigoroso, intellettuale di profonda cultura, Rauti ha testimoniato con passione e dedizione gli ideali della nazione e della societa' che appartengono alla storia politica del nostro Paese. Ai familiari esprimo i sentimenti della piu' intensa vicinanza mia personale e della Camera dei deputati''. E' quanto si legge in un comunicato. (Asca) Scomparsa Pino Rauti, Angelilli (europarlamentare Pdl): “Scompare attento interprete della politica europea”: Esprimo cordoglio e profonda commozione per la scomparsa di Pino Rauti. Grande esponente politico della destra italiana e attento interprete dei temi dell’attualità europea. A lungo deputato al Parlamento di Strasburgo, ha saputo cogliere e comprendere le grandi opportunità ma anche gli elementi di criticità del progetto europeo. Alla figlia Isabella e ai familiari porgo le mie più sentite condoglianze”. E’ quanto dichiara in una nota il Vicepresidente del Parlamento europeo Roberta Angelilli. Luca Romagnoli -Segretario Nazionale MSFT: A Pino Rauti devo e dobbiamo tutti noi l’orgoglio di non aver deposto le insegne. Pino Rauti e’ deceduto questa mattina. Lo ho appreso poco fa e lo comunico ai nostri militanti con il dolore che so certamente condividono. Pino mi ha insegnato molto; mi ha dato entusiasmo e formazione, ha fatto di me militante colto e consapevole, stimolando curiosita’ e criticita’ come di rado avveniva in passato nel nostro ambiente. Pino mi ha guidato ” oltre” e forze ha inciso nel mio destino e nella mia determinazione piü di quello che immaginava. A Pino Rauti non solo devo molto ma a Pino sono comunque idealmente e sentimentalmente rimasto legato, nel bene e nel meno bene, a torto o a ragione. A Pino Rauti devo e dobbiamo tutti noi l’orgoglio di non aver deposto le insegne, la spinta propulsiva per nutrire idee e progetti nuovi attraverso la lente delle nostre idee. A Pino Rauti devo e dobbiamo la voglia di continuare, a fronte alta, a viso aperto, in faccia al mondo, a perseverare e rinnovare ogni giorno il nostro sogno, e soprattutto a Pino dobbiamo il nostro continuare fieri e certi che Semper Urit ! Gianni Sammarco, deputato e coordinatore di Roma del Pdl ha commentato: “Pino Rauti è stato fino alla fine coerente alle sue idee. Idee per le quali ha speso tutta una vita portando anche un grosso contributo culturale. Con lui scompare un modo di fare politica genuino, viscerale e leale. Alla figlia Isabella e al Sindaco Gianni Alemanno rivolgo le mie più sentite condoglianze”. Rauti/ Polverini: uomo di cultura e politico appassionato. Sua scomparsa ci rattrista profondamente. ROMA - "La scomparsa di Pino Rauti ci rattrista profondamente. Se ne va un uomo di cultura, un intellettuale, un politico appassionato. A nome mio e dell'amministrazione regionale esprimo sincero cordoglio e vicinanza alle figlie Isabella e Alessandra e ai familiari tutti". Lo dichiara in una nota la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini. Rauti, Malcotti (Pdl): "una perdita per l'Italia: "Pino Rauti ha rappresentato nella storia della destra italiana il punto di incontro fra un'identità forte e la capacità di innovare e attualizzare valori indissolubili". E' quanto dichiara, in una nota, l'assessore alle Infrastrutture e ai Trasporti della Regione Lazio Luca Malcotti. "La sua scomparsa non è una perdita per la destra ma per l'Italia. Le più sentite condoglianze alla famiglia da parte mia e da parte di coloro che sono cresciuti grazie ai suoi nsegnamenti e alle sue suggestioni politiche e culturali". In una nota il cordoglio del coordinatore nazionale di Futuro e Liberta, Roberto Menia: “Ricordo con sentita partecipazione Pino Rauti, che fu segretario del Msi in tempi difficili, quando l'Italia era dilaniata dall'odio politico. Ricordo soprattutto l'uomo e le idee, il combattente di tante battaglie sociali, nazionali e popolari che animarono tante generazioni di giovani italiani”. Roberto Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova: Forza Nuova, nell'esprimere il proprio cordoglio, ricorda la sua figura di storico, di intellettuale, di perseguitato politico. Fu, per anni, ostile verso la nostra comunità politica, gli va, tuttavia, riconosciuto il cambiamento di posizione che lo portò a comprendere l'importanza di quel gruppo umano che si identificava con il nostro "Foglio di Lotta", gruppo con cui avviò anche una fase di collaborazione, attraverso la firma del Patto d'Azione. "Con Pino Rauti scompare una delle ultime grandi figure politiche del dopoguerra italiano: al di là di una immagine legata al passato, è stato invece potente riferimento culturale e politico della parte più avanzata della destra italiana, sopratutto per le aperture verso i temi ambientali e culturali'', dichiara il vice coordinatore di Fli, Fabio Granata. ''Ha entusiasmato le giovani generazioni di quella che sarebbe stata la Nuova Destra italiana, ispirato i campi hobbit, sognato lo 'sfondamento a sinistra' sui temi sociali, culturali ed economici. Lo ricorderò con affetto e riconoscenza, in questa fase nella quale molti di noi, cresciuti nella sua area, ci sentiamo un po' apolidi'', conclude Granata. (Adnkronos) Alfredo Mantovano, deputato Pdl e coordinatore politico dei Circoli Nuova Italia: Sono sinceramente vicino a Isabella e ai suoi familiari per la morte di Pino Rauti, un Uomo che ha pagato un prezzo sempre troppo elevato per la coerenza e il coraggio con cui ha sostenuto le sue idee. Nel costante distacco da ragioni di convenienza, nella passione per ideali che - condivisibili o non condivisibili - hanno orientato la sua azione, nella certezza che nessuna iniziativa politica ha senso in mancanza di una solida base culturale ci sono insegnamenti validi per oggi, ancora piu' che per i decenni nel corso dei quali egli ha speso le sue fatiche e le sue energie. Rauti: Urso (FareItalia), era l’ultimo dei grandi della destra missina: “Con Pino Rauti scompare l’ultimo dei grandi protagonisti della destra missina, forse quello più innovativo sul piano culturale”. E’ quanto rileva Adolfo Urso, presidente di Fareitalia, ricordando come Rauti “ha insegnato a un’intera generazione che occorre guardare oltre, ben consapevole che la politica ha sempre bisogno di idee nuove, e si fonda su ideali e progetti”. Rauti, Galizia (Fronte Verde E.I.): "addio all'uomo che con le sue idee mosse il mondo": "Con la scomparsa dell'On. Pino Rauti, esce di scena l'ultimo grande politico intellettuale della destra italiana. Il "fascista di sinistra", che ha provato ad andare oltre gli steccati ideologici ottocenteschi. Avendo una visione della politica nuova, con sguardo proteso verso il futuro, anticipando anni prima una visione del mondo rivelatasi poi esatta, compreso nel'ecologia, dove per primo già negli '70 iniziò a lanciare idee nuove nella difesa dell'ambiente e della natura. Un sentito e sincero cordoglio da parte mia e del movimento che rappresento, alla famiglia ed in particolar modo alla figlia Isabella. Addio Pino!" dichiara Vincenzo Galizia Presidente nazionale del Fronte Verde Ecologisti Indipendenti. Italo Bocchino, vicepresidente di Futuro e Libertà, commenta: “Con Pino Rauti scompare uno dei grandi protagonisti della destra italiana. Pur non avendo mai condiviso le sue tesi interne al Msi, a Rauti tutti noi dobbiamo riconoscere una caratura intellettuale che ha affascinato intere generazioni". Paola Frassinetti, deputata Pdl: È da poche ore che non ci sei materialmente più e le mie parole e i miei pensieri saranno sicuramente condizionati dal dolore, ma sento il bisogno di parlarti per me, per noi, per chi non c'è più, per chi c'era e se ne è andato, per chi non ha fatto tempo ad esserci o per chi c'è sempre stato. La tua morte riesce a fare il miracolo di riunirci tutti almeno per il tempo necessario a salutarti come si conviene ad un grande Uomo. Sono tantissimi i ricordi che si affollano nella mia mente e sarebbe facile tirar fuori quelli più belli che parlano del congresso vinto di gennaio o del tuo esaltante discorso al Congresso di Napoli del '79 dove gli applausi non finivano più. Voglio però ricordare i momenti meno noti, quelli dai quali si percepiva la tua semplicità, il tuo cameratismo, la tua intelligenza. Ricordo quando ti preoccupavi dei giovani militanti che dopo i convegni si incamminavano con il peso dei libri da vendere sulle spalle, ricordo i tuoi comizi, così rari al Nord, dove finivi con "W la Rivoluzione Nazionale e Sociale", ricordo come ascoltavi noi ragazzi ribelli fino a tarda notte, ricordo il riferimento alle operaie sfruttate che spesso mettevi nei tuoi discorsi, ricordo quando a Fiuggi un po’ incurvito ti sei incamminato solo verso il palco, noi lì immobili con gli occhi arrossati ad ascoltare le tue parole di sferzante coerenza che hanno turbato i nostri sonni, ricordo l'ultima volta che ti ho visto per farti gli auguri di Natale due anni fa, sempre voglioso di sapere, mi hai raccontato di quel tuo fedelissimo edicolante in Campania che all'alba ti dava le notizie in barba ai moderni social network, ricordo la tua dedica sull'ultima edizione della Storia del Fascismo. Sei stato per tanti di noi una guida, e ti siamo grati per averci insegnato a non essere nostalgici senza rinnegare, ad essere dalla parte dei più bisognosi, ad opporci alla supremazia del mercato e del liberismo sfrenato, ad amare l'Italia libera e indipendente. Ora che va tanto di moda il termine moderato e liberale, noi che ti abbiamo seguito chi per un sol giorno, chi per un periodo lungo o breve, chi per sempre nel salutarti gridiamo forte: "orgogliosi di essere Rautiani". Ed ecco il pensiero di Pier Ferdinando Casini, leader Udc: “Esprimo a Isabella Rauti (moglie del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ndr) le mie piu' sincere condoglianze per la scomparsa del papa', che e' stato uno degli esponenti piu' significativi della destra italiana. Intellettuale di grande spessore, uomo tanto coraggioso quanto controverso e discusso, ha certo segnato un'epoca della storia italiana".

venerdì 2 novembre 2012

Camerata Pino Rauti: Presente!

L'On. Pino Rauti è "andato oltre". Con lui scompare un pezzo importante della storia della destra italiana ed europea: combattente volontario della RSI, dirigente e parlamentare missino, fondatore di Ordine Nuovo, segretario del MSI, fondatore della Fiamma Tricolore, riferimento ideologico di migliaia di militanti di diverse generazioni. A prescindere da errori e divergenze, ne voglio ricordare la figura di irriducibile patriota, autentico e coerente, e di uomo di vastissima cultura tradizionale. I suoi approfonditi studi e le sue lungimiranti teorie avevano previsto, con vent'anni di anticipo, in maniera assolutamente precisa, l'attuale crisi sistemica (economica, politica, sociale e morale) della democrazia capitalista. Camerata Pino Rauti: Presente!