giovedì 4 ottobre 2012
La partitocrazia pensa alla legge elettorale, noi alla libertà ed alla sovranità del nostro popolo e della nostra nazione!
di Alessandro Nardone – I partiti se ne fregano, fateci caso. Sono anni, ormai, che nessun politico parla di programmi, che nessun partito svolge quella che dovrebbe essere la sua funzione naturale, il suo core business, per dirla in economichese: fare politica. È così dovunque nel Mondo, financo nella Russia di Putin, tranne che da noi. Ogni santo giorno ci si sveglia – magari quando fuori è ancora buio - ci si prepara un caffè e, sfogliando i quotidiani, è subito depressione. Per la crisi economica, certo, ma non solo. Sì, perchè mancano quei punti di riferimento in grado di farti sentire parte di qualcosa e, conseguentemente, di trasmetterti la speranza, pur nelle ristrettezze e nelle difficoltà.
I nostri politici, invece, fanno l’esatto opposto: discussioni interminabili sulla legge elettorale, leggi ad personam, le case di Montecarlo, ladri e sgualdrine nelle istituzioni, il bunga bunga, i matrimoni gay, il berlusconismo, l’antiberlusconismo, le toghe rosse, le primarie del Pd, la ridiscesa in campo di Berlusconi, gli ex An, gli ex Fi, i dinosauri che stanno in Parlamento da quarant’anni, il governo dei tecnici che nessuno vuole e tutti votano, le tasse, e chi più ne ha più ne metta. Insomma, riuscirebbero a far cadere le palle anche a San Francesco.
In tutto questo marasma di specialisti della prostituzione intellettuale che, per fare un esempio, un giorno votano l’IMU in Parlamento ed il giorno dopo vanno in televisione a dire che è una tassa ingiusta e che vogliono abolirla, esiste la classica eccezione che conferma la regola, rappresentata da un partito e dal suo leader che, anzichè occuparsi delle mostruosità di cui sopra, hanno preparato un programma di dieci punti e tentano di diffonderlo sul territorio, tra la gente. Dei pazzi, verrebbe da pensare.
In effetti un po’ lo sono, visto e considerato che, pur non avendo mezzi economici né il sostegno dei cosiddetti poteri forti, hanno posto una condicio sine qua non ai loro possibili interlocutori per eventuali alleanze in vista delle elezioni politiche della prossima primavera: questi sono i nostri dieci punti, se li sottoscrivete possiamo parlarne, altrimenti nisba.
Il partito in questione è La Destra, ed il leader è Francesco Storace che, da qualche mese a questa parte, sta girando l’Italia in lungo ed in largo per presentare il Manuale della Sovranità (che pubblichiamo integralmente nella sezione “Chi siamo”).
Già, ma cosa c’è in questi dieci punti? Cominciamo col dire che toccano tutti gli argomenti di maggiore interesse per il popolo e che sono legati da un comune denominatore, la Sovranità, appunto. Più Italia e meno Europa, più giustizia e lotta senza quartiere a tutte le caste, più economia reale e meno speculatori, più lavoro e meno tasse, più spazio agli italiani e meno tutele per chi viene in Italia per delinquere.
Per entrare un po’ più nello specifico, si parla di sovranità monetaria, lotta alla corruzione ed ai soprusi di Equitalia, giustizia, mutuo sociale, lotta al precariato, cultura e ricerca, tutela del Made in Italy e delle PMI e presidenzialismo. Insomma, priorità diametralmente opposte rispetto a quelle del governo Monti e dei teconcrati della sua risma, i servi dei poteri forti che dobbiamo ringraziare per averci trascinati – con la corresponsabilità dei partiti – nel disastro che stiamo vivendo.
Come avrete capito, qui non si tratta di normali schermaglie polititche, ma della necessità estrema, se non vitale, di contrapporre gli interessi di un popolo a quelli degli speculatori, gli interessi di una nazione a quelli delle banche, gli interessi delle nostre imprese a quelli della politica delle tasse e del malaffare, gli interessi della famiglia e dei valori a quelli dell’annullamento dell’individuo e del consumismo sfrenato. Tutto questo, per noi, significa strappare dalle mani dei burocrati di Strasburgo la nostra dignità di italiani liberi e di riappropriarcene per sempre. In una parola, Sovranità.
La DESTRA che vorrei...
Tra i meriti dell’appello di Veneziani, c’è sicuramente quello di aver riaperto un dibattito che, per troppo tempo, è covato sotto la cenere. O meglio, diciamo che la discussione in merito al destino della destra italiana ed alla ricostruzione della sua identità, fino ad ora è stato deliberatamente nascosto sotto il tappeto, con un atteggiamento che porta alla mente quelle persone che evitano di andare a farsi gli esami del sangue perché terrorizzate dall’ipotesi di sentirsi dire di essere malate. Occhio non vede cuore non duole, insomma. Peccato che, nella stragrande maggioranza dei casi, quel genere di persone non riesca a curare la propria malattia perché “non presa in tempo”. Spiace dirlo, ma è esattamente quello che sta accadendo al Pdl e, in particolare, alla sua componente proveniente da una moribonda Alleanza Nazionale. Ora, non sarà elegante, ma andrò dritto e dirò esattamente ciò che penso, a costo d’inimicarmi qualcuno. Tanto non sarebbe la prima e non sarà certo l’ultima volta. Quando, a ridosso delle regionali contestai, per primo, la nomina della Minetti, dissero ch’ero un matto. Ora, se non sbaglio, non c’è dirigente del Pdl che non perda occasione per darle addosso. Quando, circa un anno fa, scesi in piazza a raccogliere le firme per il referendum contro il Porcellum, molti “colleghi” di partito mi apostrofarono in malo modo, dicendo ch’ero un traditore. Adesso, e credo proprio di non sbagliarmi, nel Pdl è corsa a chi la spara più grossa contro il “parlamento dei nominati”. Quando, nel luglio scorso, organizzammo a Mantova la prima assemblea autoconvocata del Pdl, da Roma partirono decine e decine di telefonate (troppa grazia) per tentare di dissuadere i militanti a partecipare, perché quella “non era un’iniziativa vicina al partito”. In questi giorni, se non ho visto e letto male, è tutto un fiorire di contestatori da allevamento: ci sono i formattatori, quelli dello zero, i patrioti ma non solo, sì, perché adesso (e solo adesso) perfino alte cariche dello Stato come il Presidente del Senato Schifani hanno trovato il fegato per mostrare i muscoli e dire – con piglio deciso – che no, così non ci siamo proprio. Certo, adesso che la nave affonda. Benissimo, meglio tardi che mai, qualcuno potrebbe dire. Invece no, perché il problema manifesto di questa classe dirigente e di tutto il suo sottobosco è che, per il timore di compromettere i propri presente e futuro, non abbia le palle per dire le cose esattamente come stanno. Qualche esempio? Se decidi di contestare le nomine “alla Minetti” devi anche avere le palle per dire che Berlusconi ha fatto una cazzata pazzesca a metterla lì, altrimenti lascia perdere, perché fai ridere. Se improvvisamente t’accorgi che il Pdl non è più in grado d’incarnare valori come la famiglia e la legalità, e poi voti che Ruby è la nipote di Mubarak o le leggine su processo breve, lungo e decaffeinato, beh, la tua credibilità, agli occhi della gente e dei militanti, subisce inevitabilmente un altro colpo mortale. Magari ti seguiranno i fanatici e qualche formattatore alla disperata ricerca, se non di un hard disk di primissimo pelo, quanto meno di una chiavetta usb nella quale potersi installare, ma non certo il popolo. Il problema di questa classe dirigente è proprio questo, le palle. Prendiamo Fini, adesso leggo che tutti stramaledicono lui e la sua decisione di sciogliere An nel Pdl, ed hanno ragione, ma – mi domando – dov’erano costoro quando l’allora presidente di Alleanza Nazionale prese quella sciagurata decisione? Perché non si opposero? Opportunismo? Forse. Miopia politica? Certamente. Ovvio, sarebbe ipocrita dire che nessuno debba avere delle ambizioni, ma diamine, da qui a sacrificare sull’altare del potere personale un’intera Comunità umana ed ideale ce ne corre, eccome se ce ne corre. Premessa lunga e dolorosa, lo so, ma sarebbe stato inutile affrontare la questione tentando di eludere, per l’ennesima volta, le cause di questa situazione di sfascio. Detto questo, Itaca, per come la vedo io, è lontana ma non irraggiungibile. Certo, arrivati a questo punto bisogna avere il coraggio di mollare, assieme agli ormeggi, anche una zavorra che è pesantissima. Mi riferisco, in primis, al berlusconismo ed a tutte le sue contraddizioni ma, anche e soprattutto, a quel complesso di sudditanza che, da troppo tempo, porta la mia generazione (mi ci metto anch’io, ovvio) a chinare il capo. Lo abbiamo fatto di fronte agl’incomprensibili “strappi” di Fini, e lo abbiamo ripetuto ingoiando, una via l’altra, tutte le polpette avvelenate di quest’ultimo (tristissimo) scorcio di berlusconismo. Parliamo, oltretutto, di una classe dirigente che, agli occhi della gente, è passata dall’altra parte della barricata: mentre nel 1992 la destra rappresentava l’antisistema oggi, quegli stessi interpreti, a torto o a ragione vengono additati come parte integrante del “sistema” che sta portando la nostra Nazione al declino. Non ci sono santi che tengano. Ecco, la destra deve tornare a “scagliarsi contro il sistema”, al fianco della gente. Non si tratta di rinnegare o, peggio ancora, di tradire niente e nessuno ma, al contrario – e so che a molti potrà apparire perfino banale – significa tornare ad essere noi stessi perché, al di là di tutto, la destra il suo spazio lo potrà ritrovare solo e soltanto attraverso la sua autenticità anche perché, ai surrogati, la gente ha già dimostrato di preferire altro. Concludo ancor più inelegantemente di come ho aperto, ovvero con un’auto citazione, le ultime righe del mio nuovo libro, se non altro perché ha un titolo che la dice tutta su quest’argomento: “La destra che vorrei – I rottamatori del Pdl e la fine del berlusconismo”: “Sarà scontro, lo so, perché molti di loro, quelli che non possiedono un reale background politico, non tollereranno di essere messi in discussione, leggeranno le nostre critiche come un affronto, diranno che siamo ingrati e traditori, arrivisti e qualunquisti, che la nostra è demagogia e che noi vogliamo soltanto prendere il loro posto. Beh, meglio essere esuberanti che apaticamente abituati a sopportare tutto, dico io! Il domani appartiene a noi: armiamoci, partiamo ed andiamo a conquistarcelo.”. Diamoci una mossa, Itaca non c’aspetterà per sempre. ALESSANDRO NARDONE
mercoledì 3 ottobre 2012
Riunione della Gioventù Italiana del Nord.
Sabato e domenica prossima La Comunità militante del Veneto ospiterà il campo giovanile del Nord Italia di Gioventù Italiana.
Ovviamente mi auguro nella vostra massiccia partecipazione a questo evento in attesa del prossimo Campo Mediterraneo che si terrà i primi di novembre.
Gianni Musetti
Segretario Nazionale GI
Il Manifesto: http://www.gioventuitaliana.org/wp-content/uploads/2012/10/image.jpg
Evento su Facebook: https://www.facebook.com/events/224685177659379/?fref=ts
Gioventù Italiana Veneto
organizza
Sabato 6/Domenica 7 Ottobre 2012
ASIAGO(VI)
"TERMOPILI D’ITALIA "
Sulle tracce della Storia
Un fine settimana ad Asiago per ricordare il sacrificio dei nostri nonni, di milioni di Italiani, a conquista e difesa della Patria nella Grande Guerra ricordata come IV Guerra d’Indipendenza perché solo al termine di essa poterono tornare al territorio italiano le terre irredente .
Sabato 6 ottobre: Ritrovo ore 13 presso il casello di Vicenza Est (A4) . Ore 15 sistemazione presso Hotel La Baitina (3 stelle) situato sul monte Kaberlaba a soli 5 minuti dal centro di Asiago. Pernottamento + cena euro 50. Dopocena ore 22.30: ospite a sorpresa.
Domenica: Ore 10 escursione alpina lungo i sentieri della Grande Guerra. Ore 16 visita all’Ossario militare costruito sul colle Leiten dove sono sepolte le spoglie di migliaia di soldati caduti durante tre anni di aspri combattimenti. Ricordiamo che la città di Asiago fu completamente rasa al suolo durante la cosiddetta Strafexpedition. Ore 18 rientro.
La partecipazione è aperta a tutti.
"Hotel La Baitina" via Kaberlaba 35 , 2 Asiago(VI) loc. Kaberlaba
Pernottamento + cena sabato euro 50.
www.labaitina.com
Stefano Boschiero
Coordinatore Regionale Gioventù Italiana- La Destra
Membro Comitato Centrale La Destra
Intervista ad Adriano Scianca.
"E’, si, necessario che le nostre forze agiscano nella lotta corpo a corpo per crearsi tutto lo spazio possibile nella posizione. Ma oltre a ciò è importante, è essenziale, che si costruisca una èlite la quale in una raccolta intensità, definisca secondo un rigore intellettuale ed un’assoluta intransigenza l’Idea, in funzione della quale bisogna essere uniti, ed affermi questa idea soprattutto nella forma dell’Uomo Nuovo, dell’Uomo della Resistenza, dell’Uomo dritto tra le rovine. Se sarà dato andar oltre questo periodo di crisi e di ordine vacillante e illusorio, solo a quest’uomo spetterà il futuro. Ma quand’anche il destino che il mondo moderno s’è creato e che ora sta travolgendolo, non dovesse essere contenuto, presso a tali premesse le posizioni interne saranno mantenute: in qualsiasi evenienza, ciò che potrà essere fatto sarà fatto e apparterremo a quella Patria, che da nessun nemico potrà mai essere né occupata né distrutta, ad una sola cosa si badi, a tenersi in piedi in un mondo di rovine.” Julius Evola (Gli Uomini E Le Rovine)
Ex: http://augustomovimento.blogspot.com/
Adriano Scianca è nato a Orvieto nel 1980. Laureato a Roma in filosofia, è giornalista e scrittore. Ha collaborato a numerose riviste culturali, tra cui «Orion», «Letteratura-Tradizione» ed «Eurasia». Per la cultura di CasaPound, gestisce l’«Ideodromo» e ha redatto Il Manifesto dell’EstremoCentroAlto.
Quali sono i miti, gli autori e le esperienze che consideri parte integrante del tuo bagaglio politico-culturale?
Una precoce lettura dei classici evoliani, dei quali mi appassionarono l’ampio respiro e la profondità storica in cui inquadrare i rudimenti della mia visione del mondo; l’incontro con la cosiddetta «Nuova destra», che ha sciolto certe cristallizzazioni e mi ha insegnato l’importanza di un confronto serrato con il pensiero dominante al quale opporre sempre tesi altrettanto persuasive; la collaborazione con una testata «storica» del mondo nazionalrivoluzionario come «Orion» grazie alla sostanziale mediazione di Gabriele Adinolfi, che mi ha insegnato a ridare spina dorsale a quelle intuizioni neodestre troppo spesso tendenti al debolismo; il passaggio dalla teoria alla prassi con l’ingresso nella palestra dell’anima di CasaPound, nella quale tutto ha finalmente acquisito un senso.
Georg W. F. Hegel è stato un filosofo fondamentale per la storia della filosofia occidentale. Quali sono state le sue migliori intuizioni e i suoi abbagli?
Hegel ha il merito di aver concepito il reale come divenire e il difetto di averne imprigionato l’essenza nella gabbia della dialettica. I suoi testi sono pieni di intuizioni geniali intrappolate nella ragnatela del «sistema» onnicomprensivo e definitivo. Molto interessanti, ovviamente, le sue riflessioni sullo Stato come eticità.
Quanto ha influito il pensiero di Nietzsche sulla società del suo tempo? Quanto è ancora attuale il filosofo tedesco?
Nella società del suo tempo passò pressoché inosservato, stampando i suoi libri da solo e impazzendo poco prima che il suo pensiero si diffondesse come una salutare epidemia. Nella storia del pensiero occidentale, in compenso, Nietzsche segna uno spartiacque fondamentale. Esiste un «prima di Nietzsche» e un «dopo Nietzsche», c’è poco da fare. Con Giorgio Locchi amo ricordarne la fondamentale intuizione della «apertura della storia» contro ogni finalismo; con Luciano Arcella mi piace sottolinearne la fondamentale «mediterraneità» contro la pesantezza «tedesca, troppo tedesca»; con Gilles Deleuze me ne servo per stanare lo spirito reattivo in ogni sua metamorfosi.
Che cosa può ancora insegnarci oggi l’opera di Robert Brasillach?
Non ebbe il talento letterario corrosivo di un Céline né la lucida visione tragica di un Drieu. Eppure seppe dipingere il «sentimento del fascismo» come nessun altro mai. Raccontò un fascismo che era soprattutto cameratismo e allegria e continuò a guardare i campi della gioventù, i fuochi nella notte, i canti dei Balilla con lo stupore estasiato di un bambino. Ecco, Brasillach ci insegna a non perdere mai quello sguardo, ad avere diciassette anni per tutta la vita, ad essere curiosi della propria epoca.
Hai più volte citato nei tuoi scritti Gilles Deleuze. Che valore dài al suo pensiero?
Me ne innamorai leggendo all’università Nietzsche e la filosofia, libro illuminante e straordinariamente scorrevole per l’autore. La sua lettura della Genealogia nietzscheana mi rivelò un mondo. Altre sue cose sono più pesanti, soprattutto quando in esse si fa sentire l’influenza di Felix Guattari. Fu un filosofo di sinistra? Primo: chi se ne frega. Secondo: chi sono io per contraddire Alain Badiou, che ha scritto: «[All’epoca] avevo la tendenza a identificare come “fascista” la sua apologia del movimento spontaneo, la teoria degli “spazi di libertà”, il suo odio della dialettica, per dirla tutta: la sua filosofia della vita e dell’Uno-Tutto naturale».
Giovanni Gentile è stato definito il «filosofo del Fascismo». Quanto è stato grande, a tuo parere, il suo contributo nell’edificazione del regime fascista?
È veramente paradossale che gran parte del neofascismo abbia snobbato questo pensatore. Persino un gigante come Adriano Romualdi ne parlò come di un liberale che si era dato una verniciata di fascismo. Eppure – tanto per limitarci all’essenziale – basterebbe rileggere La dottrina del fascismo, scritta insieme a Mussolini, per capire l’importanza del pensatore. Quanto all’aspetto più propriamente filosofico invito tutti a leggersi il fondamentale volume di Emanuele Lago, La volontà di potenza e il passato, nel quale emerge con chiarezza la parentela spirituale fra Gentile e Nietzsche.
La Scuola di Mistica Fascista è stata la fucina dei cosiddetti «apostoli del Fascismo». Quali furono i punti di forza di quell’affascinante esperienza?
Prendi un gruppo di giovani svegli, colti, laboriosi, gente che costituirebbe la classe dirigente di ogni Stato e a cui sarebbe possibile vivere di rendita. Metti che invece questi ragazzi abbiano l’unico pensiero fisso di donare totalmente se stessi a un’idea e che si applichino in questo senso con un ardore e una purezza incontrovertibili, fin nelle minuzie dell’esistenza quotidiana. Metti che queste persone fondino una scuola attorno a cui orbitino migliaia di altri giovani. Una scuola perfettamente inserita nell’ufficialità di un regime che faccia di essa il bastione e il motore di una rivoluzione. Metti che scoppi una guerra e che tutti, dico tutti, gli appartenenti alla scuola partano volontari, chiedendo, implorando la prima linea. E metti infine che questi ragazzi muoiano uno a uno, nel sacrificio esemplare e religioso di se stessi sull’altare dell’idea. Ecco, questo fu la Scuola di Mistica fascista. Un episodio che fa tremare i polsi, che ci mette di fronte a noi stessi in modo definitivo. Qualcosa che azzera le discussioni. Trovatemi un Giani o un Pallotta democratici, comunisti, liberali o anarchici. Non ne esistono e questo è quanto.
Fascismo-movimento e Fascismo-regime. La dizione defeliciana ha creato non pochi fraintendimenti, in quanto alcuni hanno enfatizzato le differenze di questi due elementi, mentre altri hanno preferito uno a discapito dell’altro. Tu come la vedi?
Una distinzione che non ho mai capito: in quale regime o tipo di governo non c’è una qualche distinzione tra le proposte di poeti, filosofi, intellettuali da una parte e l’azione di amministratori, governanti, politici dall’altra? Perché allora si enfatizza questa dialettica solo nel fascismo? Forse per salvare intellettuali di prim’ordine dalla condanna generalizzata e separare così astrattamente i «buoni» dai «cattivi»? Ogni momento storico conosce lo scarto fra teoria e prassi. Il fascismo, semmai, è fra i regimi in cui meno si può proporre un simile discorso: Pavolini fu fascista di movimento o di regime? E Gentile? Giani? Ricci? Evola? Gli psicodrammi sui fatti cattivi che tradiscono sempre le intenzioni buone lasciamole a comunisti e cristiani, a noi piace il movimento che si fa regime, l’intellettuale che coincide con il militante.
Destra e sinistra nel Fascismo. Quale è stato il rapporto tra queste due «anime» durante il Ventennio? Quale il loro lascito?
Il fascismo è sintesi o non è. La sua forza fu l’unione di tutte le verghe, sottrarne una a posteriori è sbagliato, in qualsiasi senso ciò accada. Si può, ovviamente, avere una sensibilità più affine all’una o all’altra corrente, basta non prepararsi alibi con discutibili viaggi mentali. Chiamo «viaggio mentale» ogni tesi che perda di vista la complessità del reale per venire incontro a mancanze tutte nostre e consentirci di fare le cose più semplici di quanto non lo siano. Il fascismo non fu una semplice variante del socialismo o una parodia di militarismo prussiano. Forse è ora di recuperare un sano «fascismo di centro»…
Evola è stato un punto di riferimento importante degli eredi del Fascismo. Qual è stata la forza e la debolezza del suo pensiero?
Quando, negli anni ’30, tutti si pavoneggiavano con i distintivi del Pnf lui urlò al mondo la sua adesione a idee che trascendevano il fascismo; quando tutti, dopo l’8 settembre, se la squagliavano lui era al suo posto di milizia. Mi sembra che questo basti a definire la statura del personaggio. Molto amato quanto odiato, andrebbe semmai contestualizzato. Diciamo che fu meno importante di quanto credano i suoi adoratori e più di quanto credano i suoi detrattori. Ha scritto diverse cose discutibili e fornito indicazioni esistenziali preziose. Alle prime si sono attaccati tutti gli sfigati del mondo, convinti che la ciclicità del tempo e il kali yuga fornissero un alibi alla loro inettitudine. Sono quelli, per capirci, che continuano a scrivere «epperoché», «femina» e «Aristotile» in ossequio al maestro. E tuttavia non sarà un caso che quanto di meglio è uscito dal nostro mondo rechi una forte impronta evoliana. Pensiamo solo a personalità come Clemente Graziani, Maurizio Murelli, Cesare Ferri, Carlo Terracciano, Claudio Mutti, Walter Spedicato, Adriano Romualdi, Peppe Dimitri, Gabriele Adinolfi. Forse i tempi oggi sono maturi per riscoprire un Evola oltre le incrostazioni, comprese quelle che lui stesso contribuì a creare. Un Evola scintillante e rinnovato. Un Evola mito mobilitante, come nel bellissimo manifesto rosso della conferenza che si svolse a CasaPound nel 2004.
È corretto parlare di egemonia della sinistra nel mondo della cultura e dell’informazione?
Per esserci vera egemonia ci dev’essere un progetto, una qualche idea di società da proporre, una politica. Oggi, palesemente, tutto questo manca. L’egemonia di sinistra è stata una realtà concretizzatasi in una mafia culturale odiosissima. Ora questa egemonia arranca e lascia solo rendite di posizione. Dall’altra parte la destra non sa opporre se non lamenti e alibi per le proprie sconfitte o cialtroni prezzolati che svillaneggiano nei posti che contano finché dura il boss, senza però costruire alcunché. Da una parte c’è un’egemonia in crisi, dall’altra l’incapacità di crearne una nuova. In questo teatrino della sconfitta, l’unica proposta d’avanguardia può essere solo quella volta a creare nuova egemonia. Sull’«Ideodromo» mi è capitato di scrivere: «Guardandoci attorno ora che molti bastioni di quel fortino culturale sono caduti, dobbiamo lanciare un messaggio che sia chiaro e netto: noi l’egemonia non la chiediamo, ce la prendiamo. Se le regole del gioco sono già scritte e ci vedono relegati fuori dallo stadio, noi facciamo invasione. Non cerchiamo scuse o riconoscimenti, ci rimbocchiamo le maniche e ci riprendiamo tutto. Dire che sia facile sarebbe da pazzi. Dire che è impossibile sarebbe da vili».
È possibile proporre un altro modo di fare cultura, che sia incisivo e accattivante, in grado di superare i dettami del «politicamente corretto»?
Il politicamente corretto già non è più cultura, è un rantolo d’agonia. Per il resto, praticamente tutta la cultura che conta del ’900 è affar nostro. Basta con i complessi di inferiorità. Solo noi abbiamo gli strumenti concettuali per interpretare la modernità: usiamoli! Solo dopo aver acquisito tale consapevolezza potremo impostare una seria politica culturale. Che, ovviamente, deve essere tutta puntata a creare senso: dare senso al mondo, dare senso all’epoca presente, dare senso alla comunità nazionale. Se si fa cultura in questo modo non occorre preoccuparsi di avere un approccio «incisivo e accattivante», le cose vengono da sé.
Che cosa rappresenta CasaPound nella cornice politica attuale? Quali le prospettive future?
Rappresenta una speranza, una volontà e una via. Pregi, difetti, prospettive e pericoli non dovrei essere io a indicarli: facendone parte la cosa assumerebbe toni autoelogiativi, questi sì un vero pericolo da evitare. Credo tuttavia di essere oggettivo se affermo che Cpi è la vera novità degli ultimi anni. Le prospettive mi sembrano luminose, a patto di saper capitalizzare la crescita esponenziale del movimento ed evitare l’effetto «recupero» da parte di un sistema che ha sempre bisogno di «cattivi» folcloristici da esibire.
Quali pensi che siano le maggiori qualità di Gianluca Iannone?
Ci sarebbe molto da dire, al riguardo, e invece dirò molto poco, poiché ho l’onore di confrontarmi quotidianamente con Gianluca e so quanto poco ami la personalizzazione delle battaglie di CasaPound. Generosità, lungimiranza, coerenza e genialità dell’uomo sono sotto gli occhi di tutti, anche dei nemici. Interni ed esterni.
Come e perché nasce il manifesto dell’EstremoCentroAlto? Quale idea di società e di politica vuole proporre?
Il manifesto dell’EstremoCentroAlto nasce in onore alla sentenza di Delfi: «divieni ciò che sei». Anche noi siamo divenuti ciò che già eravamo, ovvero spiriti liberi non incasellabili in categorie. La vera sfida ora è esplicitare i contenuti già presenti nel manifesto. Personalmente vedo l’EstremoCentroAlto come una visione originaria, cristallina sulla realtà del terzo millennio, oltre tutti i residui «ideologici» e i viaggi mentali del neofascismo. I tre termini che formano la nuova definizione segnano già una discontinuità in direzione di una politica non falsamente moderata, non ondivaga, non prostituita. Quale idea della società propone? Libertaria ma responsabile, scanzonata ma severa, popolare ma gerarchica. Questo mi sembra appaia chiaramente da parole come queste: «Un’idea ed una comunità sempre in bilico tra imperium e anarchia, un sentimento del mondo che non concepisce alcun ordine sociale al di fuori di un ordine lirico. Una visione che rifiuta il grigiore burocratico della città-caserma tanto quanto l’attrazione morbosa per l’informe, per il deforme, per i maleducati dello spirito. Un’idea politica che disprezza le cosche, le oligarchie, le caste, le sette e le lobby e che immagina, per ogni Stato degno di questo nome, la partecipazione per base, la decisione per altezza e la selezione per profondità». Insomma: uno Stato sovrano che non diventi però un cerbero o un aguzzino, una società in cui sia garantita la circolazione delle élites e il popolo si senta di nuovo padrone del proprio destino.
IL GIORNALE d'ITALIA.
(AGI) - Roma, 1 ott. - Un giornale "spumeggiante" che evitera' la "verbosita' delle analisi politiche" per concentrarsi sulle "notizie lanciate in modo breve e immediato, sulle interviste e le inchieste". Cosi' Francesco Storace, interpellato dall'Agi, descrive la 'sua' creatura editoriale. Un progetto che restituisce ai lettori una testata storica del giornalismo italiano, quel 'Giornale d'Italia' fondato a Roma nel 1901 e chiuso nel 1976. Successivamente la testata fu acquistata da Luigi d'Amato, deputato, che lo trasformo' in organo del partito Pensionati Uomini vivi e, con la sua Societa' editrice Esedra, pubblico il 'Giornale d'Italia' dal 1982 al 2006 (nel 1998 subentro' alle eredi di d'Amato, moglie e figlia, l'architetto Massimo Bassoli, finito successivamente in carcere per una truffa legata ai contributi statali all'editoria).
Sotto la direzione di Franco Simeoni prima, e di Angelo Frignani dopo, il giornale visse momenti di modesta ripresa fino all'arrivo di Bassoli e al definitivo crollo.
Il direttore editoriale del quotidiano di Storace sara' Guido Paglia, che "fu uno stretto collaboratore di Alberto Giovannini" tra 1972 e 1975, anni in cui Giovannini fu direttore del quotidiano.
"Stiamo lavorando a pieno ritmo sui numeri zero e domani mattina andro' a vedere come procede il lavoro. Guido prendera' in mano la direzione non appena sara' libero da precedenti impegni editoriali. Io - dice ancora Storace - sono molto felice della sua disponibilita'". Se il passato e la tradizione sono rappresentati dal direttore editoriale, il presente, e in qualche modo il futuro, sono tutti nei contenuti multimediali: "Sara' un giornale che andra' on line, avra' applicazioni per computer, per Ipad e Iphone. Ci sara' anche un portale per le notizie dell'ultima ora, cosi' che il sito si muovera' su due canali principali".
Per quanto riguarda invece i contenuti editoriali, Storace spiega che "non sara' un giornale di partito, parte senza fondi pubblici, grazie alla societa' di cui e' titolare Roberto Buonasorte. Non ci saranno grandi firme del giornalismo, ma ho gia' tantissime disponibilita' da persone che, anche sotto pseudonimo, ne approfitteranno per lanciare qualche frecciatina. Sara' un giornale spumeggiante.
Vorrei privilegiare moltissimo inchieste, articoli brevi, piu' che i soliti commenti verbosi". L'appuntamento, quindi, e' per "la sera del 9 ottobre, alla vigilia della messa in rete del primo numero: faremo un ricevimento buffet sobrio e consegneremo, fino a esaurimento, una copia ricordo del Giornale d'Italia. Ci saranno anche video con la storia del Giornale d'Italia che ha attraversato il Novecento italiano, fino alla chiusura".
Ci vorrebbe una DESTRA per svegliare l'ITALIA.
SABATO 6 OTTOBRE, ROMA! Mettiamo le vele al vento: si riparte per Itaca. Il prossimo incontro, aperto a tutti, si svolgerà a Roma. Ecco titolo e coordinate: sabato 6 ottobre Palazzo Ferrajoli, piazza Colonna 355, Roma. CI VORREBBE UNA DESTRA per svegliare l'Italia. Al più presto, sarà in rete anche il programma completo della giornata. http://www.progetto-itaca.it/
martedì 2 ottobre 2012
"Nonno Silvio con le tate Maria e Nunzia"...
Silvio Berlusconi, senza trucco, invecchiato e stanco, "ostaggio del porno cerchio magico", circondato-circuito dalle sue badanti ed ascoltate "consigliere politiche", le deputate minettiane napoletane, Maria Rosaria Rossi e Nunzia De Girolamo: due atutentiche statiste, dalla profonda cultura e saggeza. Povero PDL e povera Italia...
PDL: gli ex AN, persa credibilità e consenso, minacciano una scissione per alzare il prezzo con Berlusconi!
Gli ex AN del PDL, in particolare Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, continuano a minacciare una scissione a destra ed a smentirla subito il giorno dopo. Questo loro agitarsi e tentennare, più che da motivazioni ideali e politiche, sembra dettato dalla esigenza di difendere i posti loro (e dei loro fedelissimi) alle prossime elezioni politiche, dove il PDL è destinato a lasciare a casa i 2/3 dei suoi parlamentari. Gli ex AN, hanno perso credibilità e consenso ed, ora, alzano il prezzo con Berlusconi solo per ritagliarsi il maggior numero di candidature blindate e di poltrone sicure. Dobbiamo spiegare a Berlusconi che, oramai, questi "signori" vendono ciò che più non hanno, ovvero i voti degli elettori di destra che prima votavano MSI ed AN ed oggi, disgustati e traditi, non sanno più chi votare.
Gli ex An minacciano la separazione da Silvio Berlusconi e dal Pdl. Ma i colonnelli sono divisi
La minaccia è servita: “ce ne andiamo, perché il Pdl è fallito e così non si va avanti”. Appuntamento a pranzo, domani. Posti riservati da Gianni Alemanno, Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Giorgia Meloni. Altero Matteoli invece ha declinato l’invito: “Discussione senza senso, resto nel Pdl” ha fatto sapere. Attovagliati attorno a un tavolo gli ex colonnelli di An proveranno a aprire la separazione consensuale del Pdl. La linea l’ha anticipata il sindaco di Roma in un’intervista al Messaggero: “Avrei preferito un soggetto unico del centrodestra, ma se questo deve generare la paralisi e poi vengono fuori le faide, allora è meglio dividersi per poi ritrovarsi in un unico progetto”.
Parole condivise, sottoscritte da tutti. Condivise pure dal Silvio Berlusconi. Che negli ultimi giorni non ha nascosto irritazione, quasi fastidio, nei confronti del colonnellume: i troppi veti sul Monti bis, le barricate a favore delle preferenze hanno rafforzato nel Cavaliere la convinzione che una separazione non sarebbe un trauma. E che il Pdl ne guadagnerebbe in libertà di manovra sul Monti-bis. Però a palazzo Grazioli i ben informati assicurano che di afflato ideale nell’operazione ce n’è assai poco, e non la considerano affatto scontata. Detta senza tanti giri di parole: “Minacciano di andarsene perché vogliono posti in lista, alla fine rimarranno”. Con gli attuali sondaggi le liste rischiano di diventare un “bagno di sangue” per gli ex An. Pallottoliere alla mano: i parlamentari che fanno riferimento ai vari la Russa, Alemanno&Co sono un’ottantina, numero negoziato ai tempi di Fini e quando il Pdl era al 38 per cento. Ora è possibile eleggerne meno della metà.
Ecco la richiesta dietro tanta insofferenza. Di più: lo scandalo (Fiorito) ha prodotto un’ansia da seggio che riguarda tutti i laziali. Occorrono almeno una quindicina di posti per mettere i big sotto l’ombrello dell’immunità parlamentare, visto che dalle procure trapelano spifferi nient’affatto rassicuranti.
Ma il pranzo non è affatto servito. Ecco il clima di nervosismo di queste ore, pure tra gli ex An. Perché la verità è che il futuro per i colonnelli è incerto, e la meta pure: “Ognuno – racconta più di un parlamentare – ha un progetto diverso”. Da un lato Alemanno, ex leader della destra sociale. Dall’altro La Russa e Gasparri, la destra protagonista di un tempo. Da un lato il progetto di una destra che abbraccia il montismo, dall’altro l’idea di una destra-destra, che recupera anche Francesco Storace.
Il sindaco di Roma, insieme alla ex governatrice del Lazio Renata Polverini, sta lavorando da mesi alla costruzione di una destra sociale aperta al Monti bis. Il primo ha mandato segnali al premier e ha lanciato le primarie per favorire il big bang del Pdl, l’altra è andata alla festa dell’Udc di Chianciano per tentare un abboccamento con Casini. Peraltro non riuscito. Sia come sia, il punto di arrivo dovrebbe essere una lista civica nazionale, dove far confluire più liste territoriali: quella di Alemanno, che ha già presentato a Roma lo scorso 22 luglio la sua Rete attiva per Roma; una lista di Renata Polverini, imperniata sul lavoro della sua fondazione Città nuove, attiva nel Lazio e in Campania; e una da costruire nel corso delle elezioni siciliane. Non è un caso che Alemanno nei giorni scorsi si sia scagliato contro il quartier generale del Pdl quando ha saputo che in Sicilia era stata estromessa dal listino di Musumeci la sua fedelissima Carolina Varchi. E c’è già chi lascia trapelare che la data dell’annuncio potrebbe essere il prossimo 20, ottobre, quando è stata fissata un’iniziativa di presentazione della candidatura di Alemanno alle primarie del centrodestra per il Campidoglio. Non è un caso che già ci sia un gioco di suggestioni attorno al simbolo che verrà: rosso lo sfondo elettorale di Musumeci, quasi identico al simbolo di Città nuove. Molto rosso anche nel simbolo della lista civica di Alemanno.
Meno rossa (nel simbolo), meno civica, nient’affatto montiana, anzi anti-europea la destra che vorrebbero La Russa e Gasparri: nostalgia a go go, e tanta retorica contro i poteri forti. E la vorrebbe anche Giorgia Meloni, che i ben informati descrivono come la possibile leader dell’aggregato, un po’ di giovinezza in un mare di nostalgia.
La sensazione è che Berlusconi non sia affatto preoccupato da cotanto rullar di tamburi. Per capire il clima di palazzo Grazioli vale la battuta fatta trapelare ad arte dal palazzo del Cav: “La Russa vuole fare la destra che non è più protagonista, Alemanno si mette a fare il montiano perché spera di diventare protagonista. Per la serie, perdere e perderemo”. Senza drammi: separati e contenti. E sulla legge elettorale sembra pronto l’ennesimo blitz. D-day, martedì prossimo, data indicata da Schifani per mandare il testo in Aula, anche votando a maggioranza. Pdl e Lega sarebbero pronti a votare, tra gli oltre quaranta testi depositati in commissione, quello dell’Udc. Semplificando: impianto proporzionale e preferenze, ovvero fatto a posta per il Monti bis. Perfetto anche per la separazione consensuale.
http://www.huffingtonpost.it/2012/10/02/an-sepaazione-pdl_n_1933354.html?utm_hp_ref=italy
Casa Pound ennesimo partitino dello zero virgola...
"Futuristi, diversi, alternativi, trasversali"... ma alla fine, anche quelli di Casa Pound, non hanno resistito alla tentazione ed hanno deciso di diventare l'ennesimo partitino dello zero virgola e di candidarsi alle prossime elezioni regionali del Lazio. La loro lista si aggiungerà a quella degli altri presunti "duri e puri" di Forza Nuova e della Fiamma Tricolore, oltre che, naturalmente, alla Destra di Storace. Altro che Alba Dorata, mentre si stanno aprendo immensi spazi politici potenziali, creati da questa crisi sistemica del capitalismo internazionale, la destra sociale italiana, invece di unirsi in un Fronte Nazionale, si sta ulteriormente dividendo: si tratta di pura follia, di una patologia "democratica", di un vero e proprio suicidio politico!
I Fascisti Del Terzo Millennio Di CasaPound Annunciano: "Ci Candideremo In Tutte Le Province Del Lazio".
Sono passati più di otto mesi da quando Casa Pound ha annunciato di voler puntare al Campidoglio, presentando un suo candidato sindaco e formando una lista civica. Anche contro il sindaco, Gianni Alemanno, spiazzato dalla mossa di un movimento che era sempre stato vicino al primo cittadini. Ora, i fascisti del Terzo Millennio, alzano il tiro e puntano alla Regione Lazio. E' Gianluca Iannone, guida della formazione di estrema destra attiva ormai da 10 anni (prima a Roma e poi a livello nazionale), ad annunciare l'intenzione di voler prendere parte alle regionali con un proprio candidato a presidente e liste in tutte le province del Lazio. Un modo, anche, per cavalcare lo scandalo Fiorito e le dimissioni della Polverini: Iannone si fa portavoce dell'antipolitica nera - contro destra, anche quella estrema e, ovviamente, sinistra -, evidenziando come la sua formazione non abbia mai avuto "finanziamenti pubblici e occulti". E definendo i politici uscenti come dei "rubagalline", "falsi nuovi profeti ostaggi delle lobby".
Il leader di Cpi, nell'annunciare, oggi, l'impegno a livello regionale, punta anche a sfruttare, con fini di propaganda politica, l'impegno delle unità di volontariato dei fascisti del Terzo Millennio (riuniti nel gruppo di protezione civile "La Salamandra). Persino il ruolo svolto in Emilia, dove i ragazzi neofascisti hanno avuto la possibilità di gestire, per 40 giorni, un campo per terremotati, viene usato come esempio di buona gestione della cosa pubblica.
Certamente, il movimento punterà, in campagna elettorale, sul tema della casa. Come, del resto, aveva già lasciato intendere a gennaio il vice presidente, Simone di Stefano, parlando della corsa al Campidoglio. "Il tema della casa sarà il nostro cavallo di battaglia. La decisione di candidarci è un progetto a cui pensiamo da tempo. Casapound vuole tornare a parlare di politica, non ci sono trame nere, né eversione né terrorismo", aveva detto Di Stefano. Ma si parlerà anche di Mutuo Sociale, la proposta ispirata alla Politica economica fascista. "Puntiamo ad avere in lista intellettuali, artisti e liberi professionisti", ha anche detto Iannone.
E per conquistare gli elettori romani, già da qualche mese, i militanti di Cpi hanno iniziato ad invadere muri e fermate dell'autobus della capitale con alcuni provocatori manifesti pubblicitari affissi in maniera abusiva (come documentato, in più occasioni, da blog e siti di informazione).
http://www.huffingtonpost.it/2012/10/02/casa-pound-regione-lazio_n_1931648.html?utm_hp_ref=italy
"Euroschiavi del debito"
DENARO E DEBITO
di Paolo Cardenà -
Quando le banche centrali (con differenti peculiarità e caratteristiche, a seconda che si tratti di Fed, Bce ecc..) immettono sul mercato liquidità in denaro, in buona sostanza, non fanno altro che comprare debito altrui.
Quindi, ogni banconota da 100 euro che avete in tasca è garantita da altrettanto debito. Il che significa che in tasca avete dei debiti altrui. In altre parole, quando riscuotete in denaro un vostro credito, significa che vi stanno trasferendo un debito, mentre quando pagate un vostro debito, significa che trasferite un debito altrui. Il problema, almeno apparentemente, non sussiste fino a quando il debitore che ha consentito l'emissione del denaro risulta solvibile, ovvero riesce a pagare il proprio debito. Siccome le banche centrali di tutto il mondo, immettendo liquidità nel sistema, stanno comprando anche debiti di pessima qualità, e poiché il mondo intero e' seduto su una montagna di debiti di dubbia esigibilità e quindi di scarso valore o, ancora peggio, privi del tutto; ne deriva che ogni banconota che avete in tasca risulta di scarso valore o addirittura priva del tutto. Questo, banalmente, per dirvi che ormai il denaro e il debito costituiscono un tutt'uno inscindibile e inseparabile.
"Banche di distruzione di massa"
BANCHE DI DISTRUZIONE DI MASSA
di Paolo Cardenà-
Follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi, ogni volta, risultati diversi. Così, Albert Einstein definiva la follia. Come dargli torto! E' un po' come curare il malato somministrando, lo stesso farmaco che ha cagionato la malattia e aspettarsi che possa guarire. Oppure come gonfiare un palloncino e attendersi che questo non scoppi. Allo stesso modo, è follia gonfiare bolle finanziarie cercando di creare ricchezza fittizia, allo scopo di occultare malanni dell’economia e sperando che questi non riemergano.
Sostanzialmente, è questo l'atteggiamento che le banche centrali (FED in primis) stanno avendo nei confronti di questa crisi. In altre parole, stanno curando le distorsioni della finanza, dei mercati e dell'economia - orfana per molti motivi di scelte politiche audaci e coraggiose - con gli stessi interventi che sono stati, almeno in parte, causa di questa grande crisi. Le banche centrali, dalla Bce alla Boj, dalla Boe alla Fed, benché con differenti caratteristiche e peculiarità, stanno mettendo in campo misure senza precedenti nella storia, testando limiti non convenzionali e terreni inesplorati. E' di pochi giorni fa la notizia che Federal Reserve (la Banca Centrale americana) immetterà sul mercato 40 miliardi di dollari mensili senza un orizzonte temporale ben definito, ovvero potenzialmente in maniera illimitata e comunque fino a quando non si saranno riassorbite le sacche di disoccupazione verso livelli più accettabili. Lo farà acquistando sul mercato bond legati ai mutui, i c.d. Mortage Backed Securities: carta igienica usata, insomma. E' questo quanto annunciato dal Presidente del FED Ben Bernanke quache giorno fa.
Quindi, al via un'altro giro di roulette che fa seguito ai due precedenti QE (quantitative easing), già sperimentati nel corso del 2008 e 2009 e a tutti gli altri allentamenti monetari messi in atto dalle banche centrali di mezzo mondo. Per chi ben conosce questa crisi e la sua genesi, comprende benissimo di cosa sto’ parlando. Questa è una crisi che nasce dalla deregolamentazione selvaggia del sistema bancario americano negli ultimi 30 anni, poi esportata, con diverse peculiarità e differenziazioni, prima nei paesi anglosassoni e quindi nel resto del mondo occidentale. E' una crisi che ha trovato terreno fertile e che ha germogliato, proprio nell'abbondanza di liquidità a basso costo presente sui mercati successivamente allo scoppio della bolla delle DotCom nel 2000 e poi agli attacchi del 11 settembre 2001, alla scopo di contrastare il pericolo di spirali deflazionistiche innescate da questi eventi. E' una crisi che trae le proprie radici dalle manovre monetarie espansionistiche e dall'avidità dei banchieri che mirano a produrre utili sempre più elevati al fine di avere stockoption sempre più milionarie. E' una crisi figlia del debito indotto, dall’utilizzo sregolato della leva finanziaria, delle bolle speculative e delle distorsioni createsi, tra l'altro, con liquidità infinita a basso costo, pensando che lo stimolo monetario fosse la panacea dei mali economici poiché idoneo, di per se, a rivalutare in maniera indefinita e indeterminata asset e attività. In realtà le cose, come ben sappiamo, sono andate diversamente. L'abbondante liquidità creata dal nulla e presente sui mercati, ha permesso la creazione di debito privato e la contestuale formazione della bolle nei vari settori economici (immobiliare in primis) di cui più o meno tutto il mondo è stato vittima, sebbene con peculiarità e caratteristiche differenti da paese a paese. Il denaro facile, ha consentito l’accesso al credito anche a soggetti privi di adeguate garanzie e di fonti reddituali idonee , favorendo così sia l'acquisto di beni durevoli e di immobili, innescandone un ascesa dei prezzi senza precedenti. Indebitarsi per acquistare immobili che si sarebbero rivalutati de lì a poco del 20, 30% o forse più, è stata una pratica diffusa che ha generato anomalie, distorsioni e ricchezze effimere. Ma tutte le bolle, prima o poi, conoscono una fine. In questo ambito le banche, ricevendo un fiume pressoché ininterrotto di liquidità, praticamente gratis, ha accelerato e snellito i processi di concessione dei finanziamenti abbattendo i canoni di diligenza e di risk management, alla base dell’istruttoria degli affidamenti. Negli Usa e nei Paesi con sistemi bancari a matrice anglosassone, si sono inventati strumenti finanziari al fine di disfarsi degli assets rischiosi ribaltando su altri soggetti il rischio connesso, infestando così il sistema e ottenendo ulteriore liquidità da poter utilizzare nuovamente per compiere ulteriori manovre speculative, sempre più azzardate, e sempre più audaci. E' l'epoca dei grandi profitti privati, per lo più a vantaggio dell’oligarchia finanziaria e dei banchieri sempre più attivi e sensibili alla realizzazione di utili derivanti da attività sempre più pericolose, con la consapevolezza di poter contare su un flusso ininterrotto di grandi quantità di denaro a bassissimo costo pronto ad essere investito. Va da se che questo processo di creazione di ricchezza (fittizia), non sarebbe potuto continuare all’infinito e quando la bolla ha iniziato a sgonfiarsi con il ridimensionamento dei valori degli immobili, le insolvenze derivanti dal mancato pagamento delle rate dei mutui, si sono abbattute sui bilanci delle banche e quindi, da qui, sul tutto il sistema bancario e conseguentemente nell’economia reale, per effetto dell’azione di riduzione dell’indebitamento posta in essere dalla banche al fine di migliorare i ratio patrimoniali compressi dalle perdite subite. Tanto per offrirvi un’idea della portata del fenomeno, vale la pena ricordare che il sistema di distribuzione e allocazione dei titoli tossici legati ai mutui di bassa qualità (subprime) era così diffuso, incontrollato e forse non del tutto noto, che i tassi sul mercato interbancario (tassi a cui le banche si concedono prestiti), hanno conosciuto livelli apicali a testimonianza della sfiducia regnante tra le banche stesse, diffidenti a concedersi prestiti reciprocamente. Da qui è iniziato il tempo dei salvataggi, delle nazionalizzazioni, della mutualizzazione dei rischi e del ribaltamento delle perdite sui contribuenti; i governi sono corsi a sostegno di un ampissimo numero di banche, chiamando direttamente i contribuenti a sostenere i costi dei vari salvataggi e compromettendo la tenuta dei bilanci pubblici specie nei paesi più deboli, fino a portare più o meno tutto il mondo occidentale ad un passo dal fallimento, se non oltre.
Le distorsioni provocate dalle politiche monetarie delle banche centrali troppo espansive, e attuate con l'apparente intenzione di stimolare l'attività produttiva, l'economia e quindi l’occupazione, oltre a generare un assuefazione dei mercati stessi alle sempre più frequenti espansioni monetaristiche, accentuano sempre di più il divario tra i vari strati delle popolazione, poiché i primi a beneficiarne e forse gli unici, sono solo banche, lobby, multinazionali e politica, che può contare sugli interventi delle banche centrali per occultare i propri insuccessi, propagandando una ricchezza apparente ed effimera che, comunque, si ritorce sulla collettività e sulle classi sociali medie o meno abbienti, determinandone un impoverimento generalizzato. Anzi, tali interventi rischiano di produrre effetti contrari a quelli apparentemente desiderati. Si pensi, ad esempio, all'impatto sui prezzi delle materie prime a seguito degli allentamenti monetari e alla rivalutazione che questi subiscono. Rivalutazioni che, per forza di cose, si trasferiscono poi anche sui beni di prima necessità e che quindi vanno a colpire proprio le classi più bisognose. Comprimono così la capacità di spesa della popolazione e quindi determinano una diminuzione dell’attività economica. Insomma, le solite politiche perpetrare da anni che hanno arricchito una strettissima cerchia di prediletti a discapito della collettività. E, cosa ben più grave, poste in essere senza aver rimosso i prodromi che hanno innescato questa crisi e senza aver stabilito delle regole precise al fine di limitare o azzerare le attività criminali dell’oligarchia finanziaria. Tanto è vero che, ancora oggi, la maggior parte degli utili generati dalle banche soprattutto nei sistemi anglosassoni, non derivano da quella che per sua natura dovrebbe definirsi la gestione caratteristica dell'attività bancaria (ovvero la raccolta di risparmio sotto forma di deposito e il finanziamento all'economia reale), ma dalla finanza e dalla speculazione. E così l’oligarchia finanziaria continua a speculare, ad arricchirsi con il consenso dei vari governi, sempre proni al servizio dei poteri finanziari e altrettanto pronti ad utilizzare la leva fiscale per fare casse e ripianare con soldi pubblici le perdite (private) delle banche.
Tali politiche, oltre a diluire il valore della moneta (approfondisci qui l'argomento) e ad innescare guerre valutarie "costringendo" le banche centrali dei paesi in via di sviluppo (unici a sostenere ciclo economico che sembra ormai stagnante nella gran parte del globo) a difendere le rispettive valute attraverso politiche monetarie restrittive e quindi raffreddando la crescita in quei paesi, trasferiscono assets rischiosi dai bilanci delle banche a quelli delle banche centrali e snaturano la vera natura delle istituzioni bancarie, poiché rendono appetibili impieghi più redditizi e meno vincolanti rispetto a quelli naturali e tipici di un buon sistema bancario: il finanziamento all’economia reale. Ad esempio, una banca sarà più incentivata ad indebitarsi in dollari a tassi prossimi allo zero, per poi investire i soldi ottenuti non sull’economia reale attraverso il finanziamento di imprese , ma in attività più remunerative e speculative, magari fuori dal confine nazionale (o valutario), speculando anche sulle oscillazione dei cambi. In buona sostanza tali politiche, unite alla deregolamentazione occorsa in quasi un trentennio, hanno consentito alle banche di abdicare al proprio ruolo istituzionale. I bilanci delle banche centrali, per effetto di tali pratiche, accolgono oggi della carta di scarso valore in attesa di essere ripagata dalla popolazione attraverso l’inasprimento fiscale e/o attraverso la diminuzione del potere di acquisto. Con queste politiche non si fa altro che gonfiare bolle, al fine di nascondere ed occultare l’indebitamento attraverso una ricchezza apparente ed effimera, pronta a sciogliersi come la neve al sole. Tutte le crisi finanziarie, da sempre avvenute e che sempre avverranno, sono accompagnate e precedute da un’espansione anomala e malata del credito. Quella che stiamo vivendo, non solo non è un eccezione, ma costituisce l’esempio più evidente e clamoroso.
Vi riporto ora un articolo pubblicato qualche giorno fa sul sito Wallstreetitalia.com in cui Marc Faber commenta la danza della morte delle banche centrali:
"Le politiche di allentamento monetario varate da Ben Bernanke e dagli altri banchieri centrali del mondo "distruggeranno letteralmente il mondo" facendo sgonfiare la crescita economia globale, che accelerera' prima di affondare. Sono le ultime dichiarazioni dell'investitore senza peli sulla lingua Marc Faber, autore del "Gloom Boom & Doom Report" anche soprannominato "Dottor Catastrofe" (Dr. Doom) per le sue previsioni solitamente pessimiste. La settimana scorsa la Fed ha annunciato che acquistera' 40 miliardi di dollari al mese di titoli pubblici e asset legasti ai mutui dalle banche, uno strumento che iniettera' altra liquidita' nel sistema finanziario, tenendo bassi i tassi di interesse. Lo scopo e' incoraggiare gli investimenti e le assunzioni, ma i critici di queste tecniche monetarie accomodanti pongono l'accento sul fatto che si tratti di denaro virtuale e quindi droga momentanea che rischia di creare una bolla, senza migliorare i fondamentali dell'economia reale, seminando i semi dell'inflazione. Le politiche straordinarie di questo tipo tendono infatti a indebolire il dollaro e spingere in rialzo i titoli azionari. Ma liquidare il debito con l'inflazione non aiutera' la classe americana media e non aumenterà la domanda per beni e servizi che scarseggiano nell'economia.
"L'errore e' credere che questi soldi andranno all'uomo della strada. Non lo faranno. Andranno all'economia Mayfair e faranno crescere i prezzi di Warhols. Sono molto contento. Molto bene Fed. Congratulazioni Signor Bernanke, Sono veramente felice", ha detto ieri l'investitore, imprenditore e analista svizzero all'emittente di Bloomberg. "I miei asset ne gioveranno, ma come cittadino responsabile devo dirvi la verità' che tutti sanno: le politiche della Fed e delle altre banche centrali distruggeranno il mondo".
"L'ultimo poeta armato"
Massimiliano Soldani. "L’ultimo poeta armato: Alessandro Pavolini segretario del P.F.R.". A distanza di anni torna sugli scaffali in un’edizione tanto rinnovata e arricchita da farne quasi un libro completamente nuovo, un classico della storiografia non-conforme dedicato a uno dei personaggi più complessi della storia del Fascismo: Alessandro Pavolini. Il percorso del fascista fiorentino, da vitale organizzatore di cultura a intransigente Segretario del PFR, ha fatto sorgere in questi anni una pubblicistica tesa a individuare un “doppio” Pavolini, diviso fra due metà inconciliabili: l’intellettuale “buono” e il gerarca “cattivo”. Il saggio di Soldani ci restituisce invece l’integralità e la coerenza dell’esperienza pavoliniana, all’insegna della cultura delle idee che diventano azioni. Un unico Pavolini, quindi, che da squadrista, da giornalista, da intellettuale, da gerarca, da soldato perseguirà sempre un unico fine: la rivoluzione continua. Ovvero la lotta permanente del regime mussoliniano contro i suoi nemici, di fuori e di dentro, il rifiuto di conferire al Fascismo il compito di mero restauratore dell’ordine, l’inesausto spirito antiborghese, il progresso sociale senza sosta. È un Fascismo, quello di Pavolini, che non ripone nell’armadio la vecchia camicia nera in vista di una qualche “normalizzazione”, ma che anzi intende perpetuare sia in pace lo spitito irriverente e battagliero delle prime squadre d’azione. Tanto da poter esclamare, agli albori di quella esperienza di fuoco e acciaio che fu la Repubblica Sociale Italiana: «Camerati si ricomincia. Siamo quelli del Ventuno. Lo squadrismo è stato la primavera della nostra vita. Chi è stato squadrista una volta, lo è per sempre». 480 pagine in brossura, formato 15 x 21 cm. Euro 24,00 - DISPONIBILE DAL 2 OTTOBRE - http://www.ritteredizioni.com/
lunedì 1 ottobre 2012
Siria: i Cristiani con Assad, si armano e combattono i terroristi islamici e gli invasori stranieri!
Il Telegraph lancia un nuovo allarme sulla Siria: la comunità cristiana di Aleppo ha deciso di imbracciare le armi per difendersi dalle milizie islamiste del “libero esercito”.
Fallito il progetto di vigilantes a difesa delle chiese, si sa rebbero uniti ai gruppi armene per respingere i guerriglieri dell’opposizione.
“Ognuno sta combattendo contro tutti”, ha detto George, un armeno cristiano dalla città.
Nelle ultime sei settimane fino a 150 combattenti cristiani e armeni hanno combattuto per evitare che i ribelli jihadisti del “libero esercito” entrassero nelle aree cristiane della città.
“Cecchini del libero esercito erano sui tetti e stavano attaccando la chiesa maronita e gli armeni residenti lì”, ha detto un ex sacerdote che si fa chiamare John, oggi a Beirut, che ha assistito alla battaglia.
Le minoranze di Aleppo temono di subire la stessa sorte dei cristiani in Iraq, che sono stati pesantemente presi di mira dalla violenza settaria che è scoppiata dopo la guerra del 2003.
“Stanno gridando ‘gli alawiti nelle tombe e i cristiani a Beirut”, ha detto una madre armena che ha recentemente abbandonato la città – una preoccupazione evidenziata anche da molti altri rifugiati cristiani.
John ha detto che “il “libero esercito” è un branco di teppisti e ladri. Li ho visti rubare da una
fabbrica di tessuti: hanno preso tutto, gas, materiali, anche le bordatrici!”Fonte: Telegraph.
Suor Yola, siriana, una delle religiose francescane che ogni giorno aiutano le famiglie dei profughi, racconta a Fides: “Stiamo facendo del nostro meglio per aiutare la famiglie di sfollati. La gente piange e spera in tempi migliori. Il costo della vita è altissimo, non si trovano medicinali, l’impatto dell’embargo che subiamo è tutto sulla popolazione civile e sui più poveri. Speriamo e preghiamo perché questa sofferenza finisca presto. Non abbiamo alcuna fiducia in questi cosiddetti ‘rivoluzionari”. Quali sono i rivoluzionari che fanno del male al popolo? Hanno danneggiato tutti, cristiani e musulmani, tante famiglie che hanno perso tutto”. “In queste azioni armate e in questa sofferenza – prosegue la suora – la religione non c’entra. Con i musulmani abbiamo sempre vissuto fianco a fianco e continueremo a farlo. Il governo siriano finora è stato laico, ha garantito alla Siria sicurezza e stabilità. Oggi abbiamo solo disordine, insicurezza, caos, sofferenza. E cosa sarà domani? Ma sappiamo, come cristiani, che Dio ci protegge e la nostra speranza è viva. E, come cristiani, abbiamo una certezza: non abbandoneremo mai la Siria”.
http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=39570
La Fiamma con i lavoratori italiani!
SOLIDARIETA’ AI 110 LAVORATORI DI PIEVE EMANUELE (MI)
COMUNICATO DELLA FIAMMA TRICOLORE DI MILANO.
COMUNICATO DELLA FIAMMA TRICOLORE – SOLIDARIETA’ AI CENTO DIECI LAVORATORI DI PIEVE EMANUELE.
CAPITALISMO SELVAGGIO.
Autogrill di Pieve Emanuele favorisce il Crumiraggio.
La Fiamma Tricolore solidarizza con i 110 lavoratori del magazzino autogrill di Pieve Emanuele che scioperano con presidio permanente per difendere i posti di lavoro, impedire drastiche riduzioni di stipendio e l’azzeramento di ogni diritto a causa della decisione di cedere l’appalto della gestione del magazzino ad una cooperativa pronta a sostituire i lavoratori con proprio personale a partire del prossimo lunedì 1 ottobre 2012.
I lavoratori compatti esprimono preoccupazione per il loro incerto futuro qualora Autogrill e con loro i fornitori SI.LO e C.L.O. dovessero portare a termine il loro programma.
La società Autogrill è in continua crescita malgrado la crisi attuale e si dimostra pronta a sacrificare tanti padri di famiglia che hanno concorso a creare le fortune della multinazionale italiana per la quale lavorano da tanti anni.
Capitalismo selvaggio reso possibile dal fatto che i lavoratori sono soltanto dei salariati e quindi esclusi dalla partecipazione alle decisioni che li riguardano.
La Fiamma Tricolore per impedire che il lavoro dell’Uomo sia soltanto merce, LOTTA per inserire i lavoratori nei consigli di amministrazione delle aziende affinché i sacrifici siano equamente distribuiti fra i lavoratori, gli imprenditori e coloro che investono nell’azienda i propri capitali.
Siffatto sistema nel momento attuale in cui la società risulta essere in attivo consentirebbe di fare partecipare agli utili i lavoratori mentre il capitalismo selvaggio attuale consente di accrescere a dismisura i profitti della famiglia BENETTON, che controlla la società Autogrill, sulla pelle dei lavoratori e delle loro rispettive famiglie condannate alla fame.
NO al capitalismo selvaggio che mette lavoratori contro altri lavoratori.
SI alla socializzazione delle imprese quale unica via per la soluzione dei problemi economico sociali ed il superamento dell’attuale crisi recuperando competitività sui mercati.
La Fiamma Tricolore si unisce ai 110 lavoratori ed alle loro famiglie e gli incita a lottare per divenire anch’essi proprietari della’Azienda per la quale lavorano lasciando intatta la proprietà dei mezzi di produzione in mano agli imprenditori.
LAVORATORI NON MOLLATE!! NOI SIAMO PRONTI A SCENDERE IN PIAZZA CON VOI!
Il Segretario di Milano Avv. Gabriele Leccisi
Con il popolo contro la plutocrazia!
“Bisogna che tutto cambi affinché nulla cambi”. Mai miglior citazione può essere più azzeccata per sintetizzare l’attuale situazione del quadro politico nazionale. Le recenti vicende che hanno investito entrambi gli schieramenti non fanno presagire nulla di nuovo. A sinistra l’irriverente Renzi genera scompiglio all’interno di un Pd che vuole forzatamente far garrire le proprie bandiere da un’aria di rinnovamento, ma nei fatti, ai propri vertici, mantiene inalterata una struttura elefantiaca legata agli stessi volti, mera espressione di continuità con un vetero burocratismo tipico del Pci-Pds-Ds, fino a giungere ad un Pd che non ha mai abbandonato il legame a doppio filo con le cooperative rosse che oramai iniziano a scricchiolare ovunque, se non ad implodere; così come non hanno mai smesso di frequentare gli ovattati salotti buoni della finanza e le blindatissime sedi delle principali banche nazionali, sostenendo nel frattempo chi ha distrutto, e continua a farlo, il Lavoro e uno Stato sociale che hanno sempre ipocritamente blaterato di voler difendere. Tutti zitti innanzi ai nefasti provvedimenti del duo Monti-Fornero, così come sono assenti i sindacati della Triplice che non protestano ormai più, non scendono più in piazza e si guardano bene dal disturbare chi sta attentando al futuro dei lavoratori e delle famiglie italiane. Dall’altra parte della barricata, anche se è sempre più palese che si tratta del rovescio della medesima medaglia, vediamo imperversare i recenti scandali che hanno investito la Regione Lazio, al di là delle responsabilità oggettive della giunta Polverini che, anche se esente da pur minime complicità, rimane etichettata innanzi all’opinione pubblica, sapientemente anestetizzata e plasmata dai media, con il sigillo nero del malaffare, della mala politica, dello sperpero e delle ruberie che hanno investito un Pdl già martoriato da sempre più feroci lotte intestine. Ma ecco emergere i ‘salvatori della Patria’, il nuovo che avanza, i ragazzi dell’83, gli ‘ondivaghi di centro’ Fini e Casini, uniti appassionatamente per presentare il nuovo soggetto politico Mille per l’Italia, fondato in continuità e a sostegno del governo Monti. Proprio questo l’obiettivo finale del disegno intessuto da chi vede come traguardo da raggiungere un nuovo governo tecnico, dopo aver ulteriormente infangato, delegittimato e smantellato la politica, i politici, i partiti, mettendo in evidenza solamente la ‘mala politica’, il malaffare, la famigerata casta; per far credere agli italiani che solamente i tecnici possono ‘salvarci’ da questa situazione. Gli stessi tecnici che stanno smantellando lo Stato Sociale, che stanno tartassando l’intero sistema economico-produttivo attraverso l’adozione di una pressione fiscale ormai più alta al mondo, che stanno svendendo il nostro patrimonio pubblico nazionale, ma che soprattutto che stanno demolendo la democrazia esautorando ogni presidio istituzionale rappresentativo in favore dei presidi imposti dai burocrati di Bruxelles e Francoforte; gli stessi che spingono per un Monti-bis; oggi anche apprezzato dallo stesso professore, guarda caso in seguito al tour negli Stati Uniti, dopo i colloqui con George Soros e gli esponenti di spicco del Council on Foreign Relations. Innanzi a questi scenari non esistono più destra e sinistra: O COL POPOLO O CON I BANCHIERI! (PROGETTO NAZIONALE - LA DESTRA)
La lungimiranza di Ezra Pound.
"Se la letteratura di una nazione declina,
la nazione si atrofizza e decade" (Ezra Pound).
Leggere non è mai operazione indolore, costa fatica e dedizione. Leggere poesia poi è la cosa più ardua che un lettore possa immaginare di fare. Mi viene quasi da dire che leggere poesia è più duro che scriverla, ma mi astengo perché non sono poeta e posso giudicare solo per sentito dire.
Chi si accosta alla poesia non può mai farlo a cuor leggero, non può pensare di non dover pagare uno scotto e non può utilizzare nessuna scorciatoia. Per decifrarne il significato, per abbandonarsi al verso, per assaporare il ritmo non è sufficiente la buona predisposizione d’animo o una volontà ferrea. Ciò che è necessario è imparare a leggerla, piegandosi al duro percorso dell’apprendistato.
Niente nella poesia è pura casualità, niente può zampillare liberamente. Ogni impressione di levità e musicalità è frutto incessante e sfibrante basato su conoscenza, tecnica, esercizio. Il poeta è come il pugile che salta leggero sul ring schivando, roteando, danzando, incassando e colpendo con una naturalezza che naturale non è mai. È il frutto di una macerazione nelle spossanti sedute d’allenamento in cui, in compagnia soltanto di se stesso e del suo maestro apprende a scarnificare il suo corpo, piroettando con la sua ombra, fino ad apparire senza peso quando si esibisce di fronte alla folla dei tifosi.
Accostarsi alla lettura della poesia richiede la medesima consapevolezza. E sbigottiti di fronte al cammino da intraprendere, quando un sottile sentimento di paura ci assedia, la prima domanda che ci si rivolge è: “chi mi può insegnare?”. È per questo motivo che ho accolto con giubilo la ristampa che Garzanti ha deciso de L’ABC del leggere di Ezra Pound, lo zio Ezra che ancora una volta ci stupisce.
È un onore non da poco accostarsi alle pagine di questo manualetto, perché il (più?) grande poeta del Novecento decide di vestire i panni dell’educatore nel tentativo di concedere a noi lettori una chiave che ci permetta di aprire, magari solo per uno spiraglio, quella porta che ci divide dalla poesia.
Impresa ardua insegnare a qualcuno come leggerla, ma Pound è grande non solo per le sue opere maggiori, ma per l’incessante, ingenua volontà di regalare aiuto a tutti coloro che ne facciano richiesta. Il suo intento è quello di «offrire un manuale leggibile, tanto per diletto come per profitto, a chi non frequenta più le scuole, a chi non è mai stato a scuola, o infine a quanti ai tempi della loro istruzione hanno dovuto soffrire quello che hanno sofferto molti della mia generazione».
Un approccio iniziale che potrebbe sembrare populista. La poesia spiegata a tutti, facile accesso a chi non ha struttura per leggerla. Niente di più sbagliato. Pound, che non ha mai concesso sconti, in primo luogo a se stesso, costruisce il suo percorso in un modo che potrebbe scoraggiare chiunque ed afferma che la poesia è, sì di tutti, ma di tutti coloro che intendo accostarla nell’unica maniera possibile, studiando, faticando, sudando, crescendo poco a poco in consapevolezza.
Pound non ha nessuna intenzione di dire che, per renderlo accessibile, un testo va svilito e portato al livello del lettore. Piuttosto pensa che sia il lettore a dover arrampicarsi con dolore al livello del testo e per questo si prende la briga di insegnarcelo. Sembrerebbe un cammino di spine e stenti, di noia e di professorale distacco. Niente di più falso anche questo.
Pound delinea una strada totalmente antiaccademica, sui generis, inorganica se non caotica ma ricca di un sentimento quasi struggente che si traduce nella parola amore. A partire da una semplice definizione «La letteratura è linguaggio carico di significato», il suo insegnamento si dipana attraverso una serie di raccomandazioni operative che tendono a dilatare il senso della lettura, così come della scrittura che diventano il rovescio della stessa medaglia.
È così che, tra gli esercizi indicati per il lettore, trova spazio un compito in apparenza facile «Descrivere un oggetto comune come un gatto o una mela». Cosa non facile se si presta attenzione all’aneddoto del pesce che Pound riporta nel suo libro e che gli fa dire «il metodo conveniente allo studio della poesia e delle buone letture è lo stesso del biologo contemporaneo: attenta e diretta osservazione dell’oggetto, e continuo raffronto tra vetrini o campioni».
È solo così che si può preservare la buona poesia, visto che «è indispensabile strappare le erbacce se il Giardino delle Muse deve restare un giardino». È solo attraverso questo metodo analitico che si possono selezionare le parole, limarle nel loro senso, parsimoniosamente dispensarle, per incastrarle nel verso e farle vibrare nel ritmo. E per poter imparare a leggere è indispensabile che gli allievi, una volta composto il loro testo, se lo scambino tra loro per trovare nel testo altrui quante parole inutili vi sono state inserite, quante di queste ne occultano il significato. Per imparare a capire se una frase è ambigua e se una parola collocata in posizione anomala rende la frase stessa più interessante o più dinamica.
Pagine indispensabili che fanno da parte operativa a quelle in cui vengono sondati i segreti del linguaggio, fondati sull’intreccio tra suono e vista e dove sono fissate alcune considerazioni vivificanti: «è convinzione dell’autore che la musica isterilisce se si allontana troppo dalla danza; che la poesia isterilisce se si separa troppo dalla musica; ma questo non implica che ogni buona musica è musica da balletto o che tutta la poesia è lirica. Bach e Mozart non sono mai molto distanti dal movimento fisico».
Si ha l’impressione di un ritorno alle origini assolute dell’arte, in cui una poesia non è mai un testo scritto o letto su un foglio di carta ma una vivida rappresentazione della vita, se non la vita stessa. La poesia, mi sembra di capire da Pound, non si legge (come non si scrive). La poesia, si guarda, si annusa, si gusta, si ascolta, in una parola si vive, con tutta quella fisicità che il termine implica.
In un manualetto breve, la seconda parte è un’antologia di poeti selezionati dal Poeta, si condensano tante di quelle considerazioni che lascio scoprire al lettore, memore anche di un’ulteriore considerazione di Pound che sembra proprio rivolta a me «l’incompetenza è denotata dall’uso di troppe parole».
Pound nella sua enorme lungimiranza aveva capito che non basta essere poeti sommi, è necessario al contorno far crescere una consapevolezza diffusa che permette un arricchimento necessario perché «se la letteratura di una nazione declina, la nazione si atrofizza e decade».
Mario Grossi
La sfida politica de LA DESTRA!
Siamo felici, straordinariamente felici dell'opportunità di poter vedere Nello Musumeci correre per la presidenza della Regione Sicilia, una opportunità che abbiamo contribuito a realizzare con la consapevolezza della grande responsabilità che ha assunto uno dei più prestigiosi fondatori del nostro partito. Se il centrodestra tornerà a vincere, sara' stato solo grazie alla candidatura di uno dei nostri più valorosi dirigenti.
I nostri lavori coincidono anche con una delicatissima fase politica che si e' tristemente conclusa con lo scioglimento del consiglio regionale del Lazio, voluto da una presidente onesta che si e' ribellata a una campagna ingiusta. Io e Roberto Buonasorte, assieme a Teodoro Buontempo, abbiamo imparato ad ammirare Renata Polverini, questa donna coriacea, combattiva, determinata e tradita da incomprensibili giochi di denaro dei quali non poteva davvero essere a conoscenza, e a lei va la gratidudine de La Destra.
Pensavamo di trovarci o in presenza della decisione di rimanere con la legge elettorale vigente o di doverci attrezzare a combattere la battaglia elettorale con una nuova legge. Nulla di tutto questo, la politica e' ancora nel limbo, l'unica cosa certa e' che tenteranno un superporcellum per impedire a chi non era in Parlamento di entrarci al posto loro. Lo vorrebbe il Pd che sogna il doppio turno alla francese, lo vorrebbe il Pdl che incredibilmente spera di governare con Bersani anche perdendo le elezioni.
Lunedì scorso, 24 settembre, e' scattato il termine dei sei mesi antecedenti il deposito delle liste per la scadenza naturale della legislatura, che e' il 24 aprile 2013. Ma noi non possiamo ancora cominciare a raccoglierle ed autenticarle perché gli imbroglioni che ci governano hanno dimenticato di fare il loro dovere.
Infatti, la Carta repubblicana prevede che i seggi di Camera e Senato attribuiti ad ogni singola circoscrizione o regione debbano scaturire dall'ultimo censimento. Che si e' svolto lo scorso anno, ma che ad oggi il ministero dell'interno ha clamorosamente dimenticato di tradurre in decreto.
Ho scritto a Napolitano che iniziamo a raccogliere le firme, perché nessuno può toglierci questo diritto.
Con Buontempo individueremo con immediatezza il territorio non soggetto a variazioni sul numero di abitanti e seggi e vareremo la lista che per prima raccoglierà il primo modulo con le sottoscrizioni e certificheremo allo stesso presidente Napolitano e al ministro dell'interno l'avvenuto avvio del procedimento elettorale. Da quel momento le elezioni saranno a grande rischio ricorso.
Non e' scontato nulla a livello nazionale. Pretendiamo la certezza di militare con la nostra bandiera in uno schieramento alternativo alla sinistra, indisponibili a sostenere governi tecnici e Monti bis, con un programma spiccatamente sociale e assolutamente vocato al recupero della sovranità nazionale.
Noi preferiamo stare dalla parte del popolo e non dalla parte delle banche. E se Monti pretende di governare ancora, deve passare per il voto popolare.
Sento fortissima la responsabilità del momento, e anche per questo ho mille dubbi su una mia ricandidatura in Parlamento. E' il momento delle idee o della personalizzazione? Da ragazzo non sono entrato in una sezione del movimento sociale italiano a prendere colla, pennello e manifesti per essere ossessionato da grande dall'idea di dover essere a tutti costi un onorevole signore.
Noi dobbiamo cambiare il nostro Paese e non la nostra vita personale. Se devo tornare in Parlamento e' per una missione, e non per una poltrona.
Quelle idee che potremo diffondere attraverso il sito del partito, ora con una nuova veste grafica e più contenuti, da consultare all'indirizzo www.ladestra.com.
Dal 10 ottobre poi abbatteremo la censura quotidiana, facendo sbarcare proprio sulla rete, in ogni computer d'Italia, il nuovo e finalmente nostro Giornale d'Italia, di cui sarà direttore editoriale Guido Paglia.
Dal 29 ottobre guarderemo alla Sicilia con più speranza per la nuova Italia di destra, con Nello Musumeci.
E il 4 novembre andremo noi sul fiume Po, con il Traghetto tricolore, a riunificare nord e sud della nostra Patria.
Solo noi potremo dire viva la nostra bella Italia. Non lo potrà dire chi la sfrutta da venti, trenta o addirittura quaranta anni di attività
parlamentare. Sceglieremo la compagnia di chi rispettera' noi, la nostra comunità, la nostra storia, le nostre idee. Chi non ci merita non ci avrà.
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