mercoledì 4 settembre 2013

Chi è Saverio Ferrari...

Ma chi è il direttore di sto fantomatico osservatorio democratico?

ferrari
 
Oltre a pubblicare indirizzi di luoghi di ritrovo e di lavoro, di sedi politiche e foto di avversari…
FORSE NON TUTTI SANNO CHE …
“… Durante il processo agli assassini di Sergio Ramelli fu emessa una condanna anche a danno di Saverio Ferrari, membro della segreteria nazionale e addetto stampa di Democrazia Proletaria e all’epoca a capo della struttura universitaria di Avanguardia Operaia… … Il 31 marzo 1976 lo stesso servizio d’ordine di Avanguardia Operaia che sarebbe poi risultato coinvolto nell’omicidio di Sergio Ramelli assaltò il bar Porto di Classe poiché considerato un abituale ritrovo della destra.[30]
Per l’occasione al servizio d’ordine di Avanguardia Operaia si aggregano anche i Comitati antifascisti. Il locale scelto fu devastato e incendiato, tutte le vetrine furono infrante e sette avventori furono feriti.
Tre di essi [Fabio Ghilardi -due operazioni, coma, polmone d’acciaio epilessia permanente-, Giovanni Maida di soli 16 anni -quattro fratture alla mandibola e una alla spalla- e Bruno Carpi -doppio sfondamento della calotta cranica con lesioni permanenti al cervello-] furono ridotti in gravi condizioni e uno restò invalido per tutta la vita”.
[30] Luca Telese, Cuori neri, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, pag. 314. Dalla testimonianza di Claudio Guarisco, membro del commando: «Il bar di largo Porto di Classe andava colpito, si dovevano spaccare le vetrine e dare fuoco al locale. Ci dissero che bisognava raggiungere la zona alla spicciolata».
Fonte : http://it.wikipedia.org/wiki/Sergio_Ramelli#cite_ref-29 

Saverio Ferrari fu condannato, in via definitiva, l’8 novembre 1991, a tre anni e tre mesi per l’assalto al bar Porto di Classe a Milano
LARGO PORTO DI CLASSE: DOVE IL PRESIDIO DIVENNE UN PESTAGGIO
Claudio Colosio racconta la sua storia in Avanguardia operaia, di cui divenne un piccolo leader
Largo Porto di Classe: una minuscola piazzetta all’incrocio tra viale Argonne e via Lomellina. Quattrocento metri in linea d’aria, non di più, da via Palladini, dove fu ucciso Ramelli.
C’era un bar in questa piazzetta, un “covo di fasci”, si disse, e per una cinquantina di militanti di Ao e dei Caf fu abbastanza per assalirlo, con relativo ferimento di tre persone.
Era il 31 marzo 1976.
Ne parlano Giuseppe Ferrari Bravo che conclude l’interrogatorio iniziato venerdì scorso davanti alla seconda Corte d’assise, e Claudio Colosio, che assieme a Luigi Montinari e a Franco Castelli si occupò della copertura per l’agguato a Ramelli.
Loro due, assieme a Marco Costa, furono gli unici della squadra di Medicina che continuarono, un anno dopo l’omicidio, ad essere attivi nell’impegno politico in Avanguardia Operaia.
Ferrari Bravo, nella sua deposizione, dà ancora l’impressione di aver sempre agito con lucida incoscienza: “Anche questa volta mi resi conto solo il giorno dopo, leggendo i giornali, che non si era trattato di un semplice presidio antifascista, ma di ben altro”. La sua partecipazione a questo episodio fu solo marginale: aspettò il ritorno dei compagni di Ao, seduto in macchina nel cortile della facoltà di Chimica, per raccogliere le chiavi inglesi degli amici e portarle nell’abbaino di viale Bligny, dove ogni tanto viveva quando non aveva voglia di tornare a casa sua, a Gorgonzola. Colosio invece è più lucido, racconta dei fatti di Ramelli e di Porto di Classe come se li avesse vissuti in terza persona, come se si sentisse completamente innocente.
“La sera dell’agguato – ricorda – appresi dal telegiornale la notizia che Ramelli era in coma. Impallidii, ma pensai che fosse un’esagerazione della televisione”. Non una parola di rammarico. D’altronde era così convinto di non aver fatto nulla di male che immediatamente dopo la drammatica azione andò a sedersi su una panchina dei giardini assieme ad una amica. Ma Ramelli lasciò il segno, nel senso che lo trasformò da semplice militante del servizio d’ordine a responsabile politico.
Entrato in Ao nel ’74, dopo un lungo periodo di “qualunquismo”, Colosio diventa, dopo il 13 marzo del 1975, un “quadro intermedio” dell’organizzazione, impegnandosi a fondo nelle assemblee delle scuole e nel lavoro politico per le imminenti elezioni. “Mi chiamavano ‘prezzemolo’ della politica, facevo cinque o sei riunioni al giorno”. All’assalto al bar di largo Porto di Classe, assistette come osservatore. “L’avevo saputo al mattino da alcuni studenti medi che erano venuti alla sede di via Vetere. Mi recai subito alla sezione dell’Ortica dove si teneva una riunione per decidere le modalità dell’assalto. Arrivai tardi e non sentii quasi nulla. Notai un uomo molto elegante, che non avevo mai visto prima: era Roberto Tumminelli dei Caf. (proprietario dei liceo privato milanese Istituto Edmondo De Amicis – prima chiamatoTumminelli) Rimasi sconcertato per questa strana alleanza. Incontrai anche Costa”.
Colosio, tenendosi lontano dal corteo, si recò poi in viale Argonne e, ad una certa distanza, vide gente correre e picchiarsi. “Fu una decisione presa sicuramente a livello cittadino, che criticai duramente.
In quel periodo il responsabile del servizio d’ordine di AO, a Milano era Saverio Ferrari”.
Prima di Colosio pure Ferrari Bravo aveva condannato questo assalto.
“Non vi partecipai anche perché andare in quella zona mi dava un senso di disagio”. Ma perché Bravo, che venerdi scorso aveva dichiarato di essere stato a lungo in crisi dopo l’omicidio Ramelli, di aver passato un’estate infernale, di aver provato rimorso e vergogna, si prestò, sebbene per l’ultima volta, a trasportare delle chiavi inglesi?
“Il mio ritorno alla militanza fu un modo di riprendere i contatti con i compagni, i miei amici, di non lasciare l’impegno politico”.
Bravo ha raccontato infine che giorni dopo l’aggressione a Ramelli si ritrovò con gli altri compagni a casa di Luigi Montinari per decidere degli alibi.
“C’era anche Antonio Belpiede che in caso di cattura avrebbe dichiarato di essersi trovato a Cerignola dai genitori. È questo ricordo che mi ha convinto della sua partecipazione all’agguato a Sergio Ramelli”.
Paolo Colonnello
Fonte :http://www.cdrc.it/Archivio_Ramelli/Articoli/IlGiorno31_3_87bis.html 
 
E ANCORA… 
FERRARI,DA AVANGUARDIA OPERAIA A FUNZIONARIO IN REGIONE
“«Non parlo con Il Giornale, buon giorno» clic.
È sempre rassicurante parlare con un comunista duro e puro, perchè in un mondo in continuo cambiamento, rappresenta comunque un punto fermo.
Fermo agli anni ’70 per la precisione, quando Saverio Ferrari inseguiva i «fascisti» con la spranga.
Mica un pettegolezzo, una delle sue imprese più riuscite fu nel ’76 l’assalto a colpi di mazze e molotov al bar di Largo Porto di Classe, quando mandò all’ospedale tre avversari politici, uno dei quali rimase a lungo in coma.
L’altro giorno è finita con qualche spinta e due schiaffi tra lui e Canu, abbastanza però per far andare la memoria agli anni di piombo, quando
Ferrari faceva parte di Avanguardia Operaia. Dal servizio d’ordine di questo gruppo uscirono poi gli assassini del vice brigadiere di polizia Antonino Custra e del giovane missino Sergio Ramelli. 
Oltre a sprangare, attività che gli è costata una condanna a 11 anni, poi ridotta a cinque e infine ai 3 anni e due mesi poi passati in giudicato,
Ferrari ha sviluppato una meticolosa capacità di archivista, foto, indirizzi, dettagli di tutti i nemici di classe: carabinieri, poliziotti, giornalisti, politici, sindacalisti e ovviamente «fascisti». …
Entrato in Rifondazione Comunista e diventato funzionario in Regione, ha continuato il suo impegno di archivista attraverso il suo sito «Osservatorio democratico sulle nuove destre» che ha partorito «Da Salò ad Arcore – la mappa della destra eversiva», pamphlet di 160 pagine, allegato nel 2006 all’Unità.
Ora ha messo su qualche chilo, perso parecchio pelo e altrettante diottrie, ma all’interno gli rugge sempre lo «spirto guerrier» di foscoliana memoria. E quando incrocia un nero, lui vede sempre rosso”.
Fonte:http://www.ilgiornale.it/milano/ferrari_avanguardia_operaia_funzionario_regione/20-05-2010/articolo-id=446808-page=0-comments=1
 
MA NON SOLO …
Mercoledì 4 maggio 2011
“Walter Maggi è morto per cause naturali.
Lo ha stabilito, a quattro anni dal fatto, il Tribunale di Milano che ha
condannato per diffamazione (diecimila euro di multa) Saverio Ferrari 
per un articolo pubblicato sul sito web dell’Osservatorio democratico, “Dove battono i cuori neri”, in cui, a proposito dei funerali del dirigente del Fronte Sociale nazionale e poi dei Socialisti nazionali, morto improvvisamente a 42 anni, scriveva:
La notizia della tragica scomparsa era subito corsa di bocca in bocca. Anche su alcuni siti d’area la “prematura e assurda morte terrena” di Walter Maggi era stata annunciata, accompagnando il comunicato con una “leben rune”, il simbolo della vita utilizzato un tempo dai nazisti.
Silenzio assoluto invece sul motivo, non proprio da “guerrieri”, dell’improvviso decesso: un’overdose di cocaina, si sussurra nel giro“.
Fonte : http://www.fascinazione.info/2011/05/walter-maggi-non-e-morto-di-cocaina.html 
 
Tratto da: http://associazioneculturalemiles211.blogspot.com/2012/05/saverio-ferrari-da-sprangatore.html

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