martedì 5 marzo 2013

Intervento politico di Massimo Corsaro.

 
 
Da qualche giorno, complice il risultato elettorale che ha consentito solo al neonato movimento Fratelli d’Italia di avere una rappresentanza parlamentare, è tutto un fiorire di considerazioni circa l’assenza della destra politica e – seppure con diverse sfumature – una richiesta a tutti quelli che ne fanno o ne hanno fatto parte a mettersi insieme per ricostituire un unico soggetto politico.
Con toni e sfumature diverse, e con argomenti spesso accattivanti, se ne sono occupati da Marcello Veneziani a Renato Besana, da Michele de Feudis a Pietrangelo Buttafuoco da Angelo Mellone a Marco Valle.
Da parte mia, senza avere la presunzione di rappresentare piú di me stesso, non voglio lasciare senza risposta le considerazioni prodotte, aggiungendovi qualche personale riflessione.
Anzitutto, voglio smentire la vulgata secondo la quale le diverse anime della destra si siano osteggiate nel corso della recente campagna elettorale; è piuttosto vero che, magari sbagliando, ciascuno abbia fatto corsa a sè senza coordinarsi, ma nemmeno intralciandosi con gli altri. E, d’altra parte, non poteva che essere così, provenendo nel recente passato da percorsi differenti, con linguaggi, sostenitori e platee non esattamente sovrapponibili.
In secondo luogo, tengo a precisare che a mio avviso sarebbe altamente riduttivo e privo di ambizione se il nostro progetto fosse circoscritto ad una “riunione dopo la diaspora”. Un simile scenario potrebbe, nell’ipotesi migliore, cementare una tribuna di mera testimonianza, con scarso e decrescente appeal verso qualunque interlocutore che non abbia già fatto parte di un percorso passato, affrettatamente archiviato per colpa non solo dell’immobiliarista monegasco, ma anche di una vasta comunità che ne ha ostinatamente difeso una leadership mai basata su un saldo riferimento politico e culturale.
Ciò che, piuttosto, mi piace pensare, è che si sia ancora in grado di gettare un seme per la ricostruzione di un centrodestra serio, chiaramente ancorato sotto il profilo valoriale, ma pronto ad accettare le complesse sfide della modernità e del confronto con i nuovi linguaggi della comunicazione.
Intendiamoci, non ho motivo di essere insoddisfatto della scelta di aver dato vita, insieme a tanti, al movimento Fratelli d’Italia cui hanno aderito in principal modo persone deluse dal profilo che il PDL aveva assunto negli anni. In 40 giorni dalla sua costituzione, e avendo gettato alle ortiche la rendita di posizione che la gran parte di noi avrebbe mantenuto se fosse rimasto alla corte di Silvio (mi piacerebbe che di questo almeno ci venisse dato atto), siamo riusciti ad affermare una presenza parlamentare, nonostante la forte polarizzazione abbia spazzato via Di Pietro, Ingroia, Giannino e il cognato della Tullliani, ferendo le ambizioni di Monti e Vendola e riducendo Casini al lumicino.
Ma, se vogliamo essere seri, non ci può bastare.
Se, del PDL, abbiamo denunciato un calo di tensione morale che ha prodotto una classe politica poco avvezza all’impegno per l’affermazione di idee e modelli sociali, quello che oggi ci deve coinvolgere è la costruzione di un ambito credibile per chi si sente alternativo alla sinistra, ai suoi riferimenti culturali ed al relativismo diffuso che l’affermazione di quei principi ha trasformato in linguaggio comune.
In altre parole, dobbiamo ricominciare da dove Alleanza Nazionale prima ed il PDL poi si sono fermati, quando hanno rinunciato ad ampliare le stanze di una casa comune per offrire tutela agli inquilini esistenti. E dobbiamo farlo, a differenza di qualche personalissimo e miserrimo tentativo della scorsa legislatura, rimanendo dalla nostra parte del campo; giacchè come si è visto ogni voltafaccia, oltre che essere eticamente intollerabile, non porta nemmeno fortuna a chi lo attua.
Non si tratta di aprire un circolo in cui regolare le maggiori affinità al pensiero di Gentile, Evola o De Benoist, ma di rifare una chiamata alle armi per tutti quelli che credono ancora nella possibilità di incidere profondamente nel disegno della società italiana, costruendo un idem sentire diffuso che sappia fronteggiare quella deriva sinistra che, dalla cultura all’informazione passando per i criteri educativi ed i modelli di welfare, ha continuato indifferente a dilagare nel ventennio berlusconiano la cui principale, storica colpa, resterà proprio quella di aver rinunciato a permeare di valori la coscienza collettiva della Nazione.
Penso quindi alla costituzione di un soggetto politico, che non abbia timore di affermare che non tutto può essere accettato nel nome della libertà individuale, e che ci sono cose giuste che vanno sostenute e difese ed altre sbagliate che vanno avversate, con buona pace dei soloni del pensiero unico e dell’insopportabile ricorso al politicamente corretto.
Inutile, tra di noi, tracciare i confini di ciò che certamente condividiamo: l’etica della responsabilità individuale in luogo della collettivizzazione delle colpe; l’affermazione del merito sulla truffa egualitarista; la difesa ad oltranza del diritto naturale, pur nel riconoscimento a tutti dei diritti civili; il rispetto per la storia e la tradizione nazionali; la ridefinizione del rapporto tra il cittadino e lo Stato, partendo da una modifica del sistema fiscale che fissi un limite al prelievo e imponga a chi amministra la cosa pubblica di limitare la spesa entro quanto può essere chiesto al contribuente; la difesa dell’Italia che produce senza assistenze e protezioni sindacali, la piccola impresa ed il professionista con i loro addetti; il ripensamento del ruolo e della rappresentatività dell’Europa, la cui direzione va sottratta a massoni e banchieri.
Se non fosse che in Italia ne è stata affermata un’accezione negativa, proverei a dire che ciò che ancora manca è un vero soggetto conservatore, o che almeno sia tale senza imbarazzo nei valori e nei principi, non mancando in cambio di essere determinato e trasgressivo nel linguaggio e nelle ricette. Si tratta, volendo banalizzare, di dare rappresentanza al semplice buon senso del padre di famiglia, quello che sa che per fare un bambino ci vogliono un uomo e una donna; che drogarsi non è mai un diritto ma la fuga dalla realtà di un vigliacco; che se lo Stato ti chiede troppo, prima soffochi tu e poi fallisce esso stesso.
Un tale soggetto, deve essere partecipato da tutti quanti provengono da destra, ma non può essere limitato a questi; se così fosse, non riuscirebbe ad attirare alcuna ulteriore adesione e fallirebbe per naturale involuzione ed estinzione.
Non so quanto la stella di Berlusconi vorrà e potrà durare nella competizione politica; troppe volte dato per finito, ha reagito e ruggito come un leone anche questa volta. Ma questo, paradossalmente, non fa che prolungare l’agonia di un percorso che ormai di politico ha poco, essendo in modo troppo evidente condizionato dalla cortigianeria verso il Capo e dalla necessità di questo di mantenersi un ruolo condizionante a tutela, legittima ma non di interesse universale, di obiettivi personali. Nulla più, di quella rivoluzione che venti anni fa aveva fatto credere agli italiani nel sogno di una vera rivoluzione sociale, capace di vincere le resistenze e liberarci dai vincoli di poteri forti e veti incrociati.
Ne è riprova, ove ce ne fosse stato bisogno, la fretta con cui autorevoli esponenti del PDL si sono affannati a dichiarare la disponibilità a partecipare a “governissimi”, venendo platealmente meno alla parola data agli elettori solo 7 giorni fa per ottenerne il consenso, e rieditando i vizi del peggior doroteismo capace di farsi andar bene tutto ed il suo contrario pur di poter stare al tavolo in cui si spartisce la torta.
Un centrodestra che non sia miope deve occuparsi di ciò che dovrá divenire in futuro.
La vera sfida, è allora quella di essere capaci di pensare a medio periodo, lasciando ad altri la gestione delle alchimie contingenti, volte a tenere una mano purchessia nella stanza dei bottoni.
Se il “se ci sei batti un colpo” che mi è sembrato di leggere nelle parole di chi si è occupato di noi può essere rubricato in questo senso, credo che tutti assieme si abbia molto da dire e da fare.
Sol che si abbia, tutti, la volontà di provarci, rinunciando a quel troppo di altezzoso distacco che a volte ci ha consegnato, dall’interno stesso della nostra area culturale, critiche superiori ai demeriti, finendo per fare il gioco di chi ha convenienza a dipingerci come vecchie comari perennemente in lite fra loro per piccole beghe di cortile.
 
Massimo Corsaro

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