Convegno della Fondazione Giorgio Almirante a Roma.

 
Una delegazione della Fiamma guidata da Luca Romagnoli, e composta da Lamberto Iacobelli, Alfio Di Marco, Remo Balzerano, Marco Martinelli, Fabrizio Sonaglia, ha partecipato al Convegno “Almirante il Riformatore”, organizzato dalla “Fondazione Giorgio Almirante” presso la “Auletta della Camera dei Deputati, in via del Campo Marzio 78, “Almirante il Riformatore”. Numerosi gli interventi moderati dal Direttore RAI Massimo Magliaro, tra il quale quello appassionato e carismatico di Luca Romagnoli che ha introdotto il suo intervento affermando che con questo convegno si chiude una personale “settimana della commozione” iniziata con la celebrazione del VI Congresso Nazionale MSFT e proseguita con l’iniziativa della Fondazione, che sente non solo come celebrativa ma che auspica sia evocativa e ispiratrice di una nuova sintesi. Romagnoli ha iniziato ringraziando la Fondazione Almirante, Giuliana de Medici e Donna Assunta e i presenti per l’iniziativa, auspicando che sia un primo passo e non un semplice re-incontro. “Qualcuno ha notato che che il nastro della storia non si può  riavvolgere…, per la Fiamma che tanto ha preteso da se stessa in questi anni considerandosi erede del MSI, il filo della storia, certo non si deve riavvolgere, ma può essere riallacciato”. Romagnoli, un po’ per l’età, qualche anno in meno degli altri che sono intervenuti, e soprattutto per un percorso personale di semplice militanza fino alla fine degli anni ‘Ottanta, ha avuto con Almirante sporadici incontri, da militante e non da dirigente dell’allora Partito, ma ricorda gli incontri con il “Grande Segretario” in alcune Sezioni storiche di Roma, quando per difendere il territorio e riaffermare il diritto appunto democratico all’esistenza delle nostre sedi  Almirante era sempre attivamente presente. Romagnoli ha quindi proseguito: ”Se da altri ho imparato un approccio particolare, culturalmente  ed intellettualmente necessario e propedeutico all’attività politica, da Almirante voglio credere di avere appreso, almeno un po’ del suo stile di vita, del suo comportamento da dirigente/militante”. Infine ha concluso “se le nostre s! trade si sono separate 18 anni fa c’erano motivi importanti, differenze fondanti. oggi ci sono urgenze nazionali e una comunità politica, sociale, umana, che ha stringente necessità di ritrovare un’unità d’azione e un  piano valoriale condiviso. ho concluso la mia recente mozione congressuale proprio con l’urgenza di una riforma costituzionale. Un caso, rispetto a quanto abbiamo sentito e ricordato oggi su Almirante riformatore e le sue proposte in tema; un insegnamento antico, un caso, o i fili della storia che si potrebbero riallacciare, o forse fili che non si sono mai interrotti”.
Ha concluso il dibattito Marcello Veneziani il quale si è augura che sorga una “terza destra” per la terza Repubblica, una strada sulla quale c’è molto da lavorare. C’è da ricercare un leader, certo, ma c’è soprattutto da impostare una destra che cavalchi i temi di riferimento per il futuro che poggiano sulla stringente necessità di affermare la sovranità. Insomma mettere insieme i cocci della destra italiana, questo è il tentativo per una riunificazione


Inedita alleanza Buttafuoco-Salvini per l'Europa dei Popoli...


 
Non c’è leghista più leghista di un terrone, o di un mussulmano. Questa, provocazione ma non tanto, la sintesi dell’officina politica messa in campo mercoledì sera a Milano, con l’incontro tra Matteo Salvini e il giornalista Pietrangelo Buttafuoco organizzato dal circolo culturale Il Talebano. La convergenza ideologica tra i due protagonisti era inaspettata ai più, ma in realtà un esito naturale e inevitabile.
Il termine chiave è “Identità”, in nome della quale è ora di ripensare a chi e cosa sono i veri nemici da combattere. Non c’è politica senza geografia, spiega Buttafuoco, per cui non si può ideare un progetto di costruzione della propria società senza fare i conti con ciò che ci circonda. Ma il confronto con l’esterno spaventa e viene vissuto come pericolo da chi è debole. Da qui la bomba lanciata dal segretario della Lega Lombarda: il vero nemico non è l’Islam, siamo noi stessi. E’ un Occidente svuotato di valori e significati per essere asservito alle logiche finanziarie, che teme di essere distrutto dall’avvento di un tipo di società invece fortemente identitaria.
L’obiettivo non è dunque annientare lo spirito di appartenenza degli altri. L’Islam (o chi per esso) può anzi paradossalmente rivelarsi un alleato, nel processo di distruzione dell’Europa che oggi conosciamo, quella del denaro. L’obiettivo è semmai ricostruire la nostra appartenenza, rimediando al fatale errore commesso dall’Occidente che – come sottolineato da Salvini – ha sostituito il cittadino con il consumatore, destituendolo di ogni vitalismo. Compito nostro è batterci per un’Europa che ritrasformi i propri uomini e le proprie donne in cittadini, ristabilendo il senso della comunità. Una comunità fatta, appunto, di identità e Tradizione, che recuperi la memoria della propria storia e delle proprie culture, che riparta dalle sue radici per disegnare il futuro che le spetta. Soltanto un’Europa siffatta, forte delle specificità e dei patrimoni dei tanti popoli che la compongono, può diventare punto di riferimento nel panorama internazionale, senza porsi al giogo di nessuna forza straniera e dialogando con tutte le altre civiltà senza paura di finire annientata.
Questo l’humus di pensiero che ha condotto Salvini e Buttafuoco, apparentemente così distanti ed in realtà così vicini, a delineare insieme la missione politica da qui in avanti. La politica necessita di geografia e quest’ultima ormai snobba i confini nazionali – resi obsoleti dalla perdita di sovranità – per estendersi a quelli europei. Lì, a Bruxelles, è la vera guerra santa da combattere e la Lega Nord, unico movimento identitario presente in Italia, ha la possibilità e la responsabilità di porsi alla guida di tutti coloro (di destra e di sinistra) che vogliono l’Europa vera, quella dei Popoli. Chiamando a raccolta tutte le altre forze identitarie europee per la costruzione di un modello di società alternativo a quello del Dio Mercato. Un padano ed un siciliano che lanciano insieme la sfida alle stelle.
Vincenzo Sofo

giovedì 27 giugno 2013

L'impegno sociale concreto dei militanti di "Lealtà e Azione".

 
 
Anche quest’anno siamo riusciti a far arrivare il nostro contributo alla lotta contro la pedofilia, nonostante le forze notevoli che sono state, incomprensibilmente, dispiegate per impedire una raccolta fondi a sostegno della “Caramella Buona”, ONLUS che da anni combatte contro quest’orrenda piaga.
 
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Per la buona riuscita della manifestazione abbiamo scelto di rimuovere il nostro logo dalla locandina, ma le polemiche dei giorni precedenti sono sembrate veramente una cosa piccola e meschina quando domenica il campo sportivo si è riempito dei giocatori, adulti e bambini, impegnati nel torneo, e i tanti piccoli presenti hanno cominciato a scorrazzare per il centro sportivo presi dalle tante attività ludiche organizzate per loro. Le tante famiglie che han partecipato alla manifestazione hanno trascorso un piacevolissimo pomeriggio tra sport, altre attività ludiche, spazi espositivi ed informativi. Più di trecento persone hanno portato il loro sostegno alla causa della lotta alla pedofilia, con i picchi di presenza durante gli interventi informativi giuridico-psicologici e nel corso dell’intervento della “Caramella Buona”.
Nell’occasione, i rappresentanti della ONLUS e l’organizzazione del torneo hanno ribadito la reciproca stima, andata crescendo nel corso di questi anni di collaborazione. Il Presidente della “Caramella Buona”  ha poi tracciato un sunto delle numerose attività in cui essa impegnata, riscuotendo successi: proprio quest’anno le condanne ottenute dal pool legale della ONLUS hanno superato un totale di cento anni. Ha poi accolto la donazione dei proventi della giornata, duemilacinquecento euro, cifra che ogni anno cresce nonostante la crisi, e che servirà a finanziare le attività delle “case buone”, case di accoglienza per le vittime delle violenze.
Prima di concludere,  è doveroso ringraziare quanti hanno reso possibile questa giornata, mettendosi in gioco in prima persona.
In primis la gestione del centro sportivo che ha ospitato l’evento, anch’essa convinta non solo della liceità dell’iniziativa – cosa che ci pare incredibile dover sottolineare – ma anche dell’urgenza e dell’importanza della difesa dei nostri bambini.
 
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Grazie, per aver resisto nonostante i modi con cui si è esercitata la pressione del Comune di Milano, in chiara confusione su quelle che sono le priorità per la città.
Poi tutti gli sponsor che hanno, nonostante la situazione in cui versa la Nazione, dato il loro contributo economico.
Un ringraziamento speciale non può non andare a chi, nelle istituzioni,  invece di ostacolarci, ha preso vigorosamente  posizione in favore dell’iniziativa: Roberta Capotosti e Max Bastoni, che con la loro presenza all’evento hanno mostrato come questi temi possano (e debbano!) essere motivo d’unione,  e non pretesti per la cura del proprio orticello elettorale. Infine un ringraziamento alla Provincia di Milano e ad Umberto Maerna, che ha trovato la definizione giusta per le polemiche dei giorni scorsi: desolanti.
Ma da quella desolazione è sbocciato, domenica, un bel fiore sano e robusto.
Alle prossime iniziative: c’è ancora molto da fare per difendere i nostri bambini!

mercoledì 26 giugno 2013

Serata identitaria, in birreria, con Mario Borghezio...

 
 
LUNEDI 8 LUGLIO – ORE 20.30
Birreria Bavarese Kapuziner Platz
Viale Lazio – Viale Montenero, MILANO
 
 
 
 
SERATA IDENTITARIA NAZIONALPOPOLARE
(Piatto Unico Bavarese + Birra a volontà = 9,50€)
 
Incontro con l’Eurodeputato
MARIO BORGHEZIO
 
Intervengono :
Diego Martino Zoia (vice Presidente Fondazione Europa dei Popoli)
Massimiliano Bastoni (Consigliere Comunale Lega Nord di Milano)
Rita Cosenza (consigliere circoscrizionale di Destra Civica)
Pier Franco Bruschi (già delegato di “Jeune Europe” per l’Italia)
Alessandro Romei Longhena (già Sindaco di Noviglio)
Roberto Jonghi Lavarini (presidente comitato Destra per Milano)
 
Informazioni e prenotazioni:

 
 
 
 

 


 

 

 

Meglio Berlusconi delle "toghe rosse"!


 
Non condividiamo molte scelte e comportamenti politici di Silvio Berlusconi ma non ci interessa minimamente la sua vita privata (tantomeno i boccacceschi e tragicomici aspetti sessuali) e, soprattutto, non ci piace e non ci fidiamo di questa magistratura, sinistra e faziosa, comunista e giacobina, che perde tutto il tempo ad inseguire qualche puttanella, invece di perseguire i veri criminali che compiono reati gravi, infami e violenti, compresi quelli finanziari che hanno causato questa crisi economica e sociale. Noi non stiamo né con Berlusconi, tantomeno con le "toghe rosse" ma con il nostro Popolo, in difesa della giustizia sociale e della sovranità nazionale.

lunedì 24 giugno 2013

Battaglia per la Sovranità Monetaria: Firma anche Tu!

 

Leggi Il Manifesto!

Innanzitutto la SOVRANITÀ MONETARIA

SENZA SOVRANITÀ MONETARIA CI PUÒ SOLO ESSERE LA RESA INCONDIZIONATA
ALLA DITTATURA DEL POTERE FINANZIARIO

La crisi economica che si è abbattuta sul popolo italiano è stata creata dalla speculazione finanziaria internazionale. Ciò nonostante la gestione del governo e dell’economia è stata sinora affidata proprio ai rappresentanti di quella speculazione, che hanno tutelato il sistema bancario facendo pagare il conto ai cittadini e trasformando un fenomeno finanziario internazionale in una grave recessione nazionale.
Inoltre, l’aver piazzato metà del debito pubblico sul mercato internazionale espone l’Italia ad ogni tipo di ricatto da parte del sistema bancario, delle agenzie di rating e della BCE, un’istituzione la cui proprietà, in grande maggioranza, è in mano alle banche private.
L’euro, una moneta imposta dall’alto, senza passare attraverso un referendum popolare, è uno strumento finanziario controllato non dalle nazioni europee, ma da banche private che, per loro natura, agiscono mirando ai propri interessi e non al benessere dei popoli.
Anche la Banca d’Italia è un’istituzione di proprietà delle banche private: solo il 5,67% delle sue azioni attualmente appartengono a enti di Stato.
Per tutto questo nessuna riforma economica, nessun provvedimento di governo, nessun risultato elettorale, nessun referendum sull’euro, può risultare efficace se non si ottiene innanzitutto la SOVRANITÀ MONETARIA.
Chiediamo quindi:
  1. Abrogazione degli accordi del luglio 1981 tra l’allora ministro del Tesoro Nino Andreatta e il governatore Carlo Azeglio Ciampi. In base ad essi fu sancito il diritto della Banca d’Italia a non sottoscrivere – sia parzialmente che in toto – i titoli emessi dallo Stato, costringendo il governo a mettersi nelle mani del mercato internazionale. Con quegli accordi la Banca d’Italia smise il ruolo di prestatore di ultima istanza dello Stato italiano e il nostro debito pubblico cominciò a crescere dal 57% del PIL fino all’attuale 129%.
  2. Abrogazione della Legge Carli, n. 35 del febbraio 1992, con la quale si attribuì alla Banca d’Italia la facoltà di variare il tasso ufficiale di sconto senza doverlo concordare col governo. Con ciò fu trasferita la decisionalità su tutta la politica monetaria ad un ente che di lì a poco, grazie alle privatizzazioni, sarebbe divenuto di proprietà del sistema bancario privato.
  3. Immediata applicazione della Legge a tutela del risparmio e per la disciplina dei mercati finanziari, n. 262 del 28 dicembre 2005. Al punto 10 dell’articolo 19, essa disponeva che entro il gennaio 2009 tutte le quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia dovevano essere trasferite dai soggetti privati ad enti di Stato. Tale disposizione, a seguito della mancata realizzazione dei previsti regolamenti attuativi, fino ad oggi  è rimasta lettera morta.
  4. Ridiscussione di tutte le norme monetarie europee, a partire dal Trattato di Maastricht, nell’ottica del riacquisto della sovranità finanziaria e monetaria.
Senza la riconquista di una completa e operativa sovranità monetaria e di un ricollocamento del debito pubblico all’interno dell’economia italiana, qualsiasi tentativo di uscire dalla crisi è destinato al fallimento. Qualsiasi alternativa, qualsiasi cambiamento non può avere efficacia. Senza sovranità monetaria ci può essere solo la resa incondizionata alla dittatura del potere finanziario.

Comitato per l'Assemblea Costituente.




PRESENZE ED ADERENTI ALL’INIZIATIVA 

Hanno preso la parola: il Presidente del CESI, prof. Gaetano Rasi, che ha svolto l’introduzione; il Vicepresidente del CESI, prof. Tamassia, che ha svolto la relazione illustrativa del volume, il Segretario del CESI, dott. Marco C. de’ Medici e poi alcuni esperti (presenti al tavolo della presidenza): dott. Gabriele Adinolfi, dott. Ettore Rivabella, prof. Riccardo Scarpa, prof. Angelo Scognamiglio, prof. Carlo Vivaldi Forti, prof. Lucio Zichella ed on. dott. Carlo Ciccioli. Ciascuno di essi ha brevemente trattato alcuni aspetti delle tematiche affrontate nel volume.

Presenti in Sala del Tempio di Adriano, fra il numeroso pubblico, sono stati notati (scusandoci per le eventuali omissioni): Donna Assunta Almirante, dott. Carlo Alberto Biggini,  avv. Italo Centaro,  dott. Giovanni Cinque, dott. Innocenzo Cruciani, dott. Marcello De Angelis, dott. Enea Franza, on. dott. Maurizio Gasparri, sen. Domenico Gramazio, dott. Gian Piero Joime, on. Mario Landolfi, dott. Alessandro Luciano, ing. Claudio Manganelli, avv. Marcella Mariani, on. dott. Nicola Marmo, dott. Claudio Rasi, dott. Cristiano Rasi, on. Luciano Schifone, dott. Anna Vanni Teodorani. Va segnalata in particolare la presenza del Gruppo di giovani studiosi universitari, o di recente laurea, coordinati dal dottor Giovanni Cinque: Alessandro Cinque, Jacopo Colella, Gianluca D’Angelo, Andrea Tuscano.

Hanno inviato messaggi di adesione: on. Roberta Angelilli, on. Gianni Alemanno, sen. Domenico Benedetti Valentini, dott. Mario Bozzi Sentieri, on. Stefania Craxi,on. Liborio Ferrari, dott.  Roberto Jonghi Lavarini, dott. Laura Lodigiani, dott. Paolo Lucci Chiarissi, on. Gennaro Malgieri, on. Ignazio La Russa, on. Altero Matteoli, on. Silvano Moffa, dott. Nazzareno Mollicone, sen. Franco Mugnai, sen. Mario Palombo, dott. Antonio Pezzolo, on. Adriana Poli Bortone, on. Eugenio Riccio, prof. Stefano Rodotà, dott. Armando Siri, prof. Agostino Scaramuzzino, on. Francesco Storace, dott. Claudio Tedeschi, ing. Alberto Tognoli, dott. Simone Turini, prof. Piero Vassallo, ing. Franco Velonà, dott. Marcello Veneziani, on. Pasquale Viespoli, on. Marco Zacchera.

 

 

Manifesto per la Costituente.


 
 
1.    La situazione attuale.

La situazione politica dell’Italia, interna ed esterna, sotto ogni profilo istituzionale, economico e culturale è bloccata. Anche coloro che cercano, costruttivamente e con sincera volontà di far uscire il Paese dallo stallo, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sentono che ciò non è più possibile.

 

1.1.       Fine di un ciclo storico

Tutti si rendono conto che la spiegazione della situazione si trova nella impossibilità del Sistema giuridico-politico di continuare a funzionare.

Non si tratta di criticare o condannare un sistema costituzionale che per molti versi ha bene meritato della Nazione, per il suo equilibrio, per la capacità di conciliare valori in sé assoluti, come l’individuo, il corpo sociale intermedio e la collettività dello Stato nazionale, per le potenzialità interpretative che lo hanno reso duttile alle esigenze dei tempi.

Ciononostante quel principio di filosofia della storia detto della eterogenesi dei fini, per il quale qualsiasi sistema politico e istituzionale ha un suo ciclo vitale, nasce, ha un’acme e si esaurisce storicamente, non ammette eccezioni. I tempi possono essere storicamente più o meno lunghi ma alla fine tutto ha un termine.

Anche le norme di revisione di un testo costituzionale hanno una loro storicità, alla fine del ciclo non sono più funzionali.

 

1.2.       Le soluzioni parziali.

Le soluzioni di riforma parziale non sono pertanto più in grado di fornire strumenti funzionali ad uscire dallo stallo politico e istituzionale. L’ultimo tentativo di nominare una Commissione di giuristi con funzioni di consulenza costituzionale sta destando molti interrogativi e perplessità e pochi entusiasmi. Il nodo sta nella rappresentatività di chi dovrebbe elaborare le riforme: l’attuale Parlamento non rappresenta, a causa della legge elettorale, la società italiana, e questo deficit di rappresentatività si riflette nella stessa scelta dei consulenti il cui equilibrio di orientamento nella Commissione non fa che riflettere criteri e misure della classe politica in Parlamento. Criteri e misure che a loro volta renderanno problematico il lavoro del Comitato dei Quaranta che dovrebbe elaborare i testi.

Un’altra dimostrazione della impossibilità di risolvere i problemi con questi strumenti lo dimostra il fatto che nell’attuale bipolarismo sussistono temi intoccabili. Mentre il Capo dello Stato, nel ricevimento al Quirinale dei magistrati di nuova nomina, afferma che bisogna rivedere “gli assetti” del nostro sistema (il che significa forma di Governo), temi come il presidenzialismo continuano a mantenere divergenze insanabili fra gli schieramenti del sistema che dovrebbe autoriformarsi. Quando Epifani, Segretario del PD, sostiene la necessità “di fermarsi un attimo e discutere seriamente nelle sedi competenti con gli argomenti giusti, con tempi giusti e nell’ordine giusto”, o dice una cosa ovvia e inutile oppure ammonisce che le sedi attuali, gli argomenti attuali i tempi e l’ordine non sono giusti [1].

Tre costituzionalisti, Antonio D’Andrea, Aldo Lo Iodice e Andrea Morrone, sono stati intervistati in merito da “il Fatto quotidiano”. Secondo D’Andrea l’impegnare Governo e Camere sulle riforme è una “patetica scusa” per non impegnarsi nelle questioni di indirizzo politico; non di “spirito costituente” si può parlare in questi momenti ma di “compulsione riformista” che si risolverebbe in un “inganno deprecabile per la comunità politica”; in sintesi si tratterebbe di una truffa “che copre il vuoto di un sistema politico da ricostruire totalmente”. Secondo Lo Iodice non sussiste “un effettivo spirito costituente tale da ribaltare l’intero costrutto costituzionale”. Secondo Morrone infine le riforme sono richieste sia dal Paese sia dal Capo dello Stato ma non possono essere “fatte da una classe dirigente dimostratasi non all’altezza della situazione” come dimostra la debolezza delle politiche nazionali fin qui adottate. Alla fine dell’intervista Morrone conclude che non si deve “continuare a illudere i cittadini che tutto ciò che abbiamo è (ancora) ‘la costituzione più bella del mondo” [2].

Inoltre alcuni dei costituzionalisti della stessa Commissione per le riforme sono addirittura contrari alle riforme, per quanto riguarda sia la Presidenza della Repubblica sia la forma di governo, come la Carlassare che, dichiarandosi pronta a dimettersi, conclude: “Cambi alla forma di governo assolutamente no, perché non si possono scaricare sulla Costituzione le incapacità della classe politica, i partiti hanno perso la bussola …” [3].

Tuttavia, se consideriamo in sintesi le avversioni di una parte delle classi intellettuali e politiche ad una revisione totale, e anche parziale, dell’attuale ordinamento costituzionale possiamo scorgere una intima contraddizione; da un lato si riconosce l’inadeguatezza della attuale classe politica espressa dall’attuale sistema, dall’altra si teme che proprio questa classe politica peggiori il sistema allontanandolo dalle originarie basi democratiche e pluralistiche per avviarsi alle derive leaderistiche, già in atto, di concentrazione del potere.

In altri termini si riconosce la natura dilemmatica del problema di fondo: l’attuale sistema produce una classe politica incapace di difendere il sistema stesso. In effetti le ultime riforme costituzionali hanno dato luogo ad un sistema poliarchico e liederistico insieme che ha esautorato progressivamente lo stesso Parlamento e ha lasciato degenerare i tradizionali protagonisti della politica: i partiti politici. Le conseguenze si sono immediatamente riverberate sull’economia e sul lavoro.

Di qui la proposta di Costituente.

 

2.    La proposta di Costituente

La Costituente, come tutti sanno ma non tengono presente, è una fonte giuridica intrinsecamente extra ordinem, cioè è una fonte che trae la legittimazione non dai poteri costituiti in atto ma direttamente dalla base sociale, dalla costituzione materiale in atto.

Se si vogliono difendere quei principi che stavano alla base della Costituzione del 1948, in quanto fondamenti metastorici della natura Repubblicana dello Stato in sé, allora occorre tornare veramente alle origini, ma in senso procedurale, cioè costituente. Qualche studioso riconosce che l’attuale situazione italiana è analoga, e forse peggiore, di quella di Weimar dalla quale nacque quel che nacque.

 

3.    Caratteri della proposta

Eccoci dunque al nostro Manifesto. Si tratta di un complesso di analisi e di proposte insieme che cercano di riportare gli italiani ad un dialogo di fondo quale forse, nella storia della Nazione italiana, quella nata nel I secolo avanti l’Era volgare, con l’incontro di Roma e delle popolazioni italiche in un programma comune e unitario di civiltà, non si verificò più dalla caduta dell’Impero romano.

Un dialogo di fondo, un dialogo che sappia relativizzare le eterne polarità (guelfi e ghibellini, sinistra e destra) e strapparle alla assolutizzazione assurda che rende le componenti di un popolo impossibilitate a pervenire a conclusioni condivise sui problemi della propria sussistenza e della propria esistenza.

Per questo nella prima parte del Manifesto che presentiamo ci si interroga sulle definizioni di concetti e nozioni fondamentali, come per esempio Stato, ordinamento giuridico e politico, Nazione, classe politica, classe dirigente, classe sociale, ceto, attività politica, attività amministrativa, cultura, lavoro.

In una seconda parte si propongono i valori di principio sui quali dovrebbe fondarsi un nuovo ordinamento, partendo dall’esperienza della crisi in atto.

 

3.1.       I Principio: l’Unità

Il primo principio è dato dall’unità dello Stato Nazione proiettato verso l’unità dell’Europa come momento dell’unità della famiglia umana. Corollari dell’Unità sono l’eliminazione della poliarchia autonomistica in senso politico che impedisce al governo di programmare la vita della Comunità. Come si constata in Europa e fuori le autonomie hanno dimensioni solo amministrative, cioè inerenti ai mezzi e non politiche, cioè inerenti ai fini. Le autonomie politiche producono la superfetazione di classi politiche infrastatuali che portano direttamente al secessionismo.

Un altro corollario è costituito dall’elezione diretta del Capo dello Stato, il cosiddetto, tanto temuto presidenzialismo. La nostra proposta mantiene la figura del Capo dello Stato come organo super partes chiamato a fornire gli indirizzi fondamentali alla Nazione ma distinto dal Capo del governo.

La sua legittimazione popolare serve solo a fornirgli quella autorevolezza e quella forza di intervento nei momenti di crisi che gli attuali Capi dello Stato italiani derivano solo dalla inefficienza degli altri ordini di poteri fondamentali anziché dalle loro effettive funzioni formali.

Pericoli di liderismo? A parte il fatto che ogni istituto con il tempo può degenerare, teniamo presente che una delle piaghe che il sistema costituzionale attuale non ha evitato è proprio il liderismo che caratterizza i partiti e che ha finito per esautorare proprio quel Parlamento che i timorosi di una riforma basilare del sistema vogliono difendere. Il Capo dello Stato eletto dalla base sociale non comporta una concentrazione di potere ma un riferimento ultimo e puntuale della base sociale per difendersi dalle degenerazioni oligarchiche nella loro manifestazione peggiore costituita dalla poliarchia territoriale. È la degenerazione del Partito che porta i leader al populismo demagogico.

 

3.2.       II Principio: la Partecipazione

Il secondo Principio è costituito dalla partecipazione della base sociale alla gestione della politica nazionale intesa non solo e non tanto come un diritto di tutti e di ciascuno ma come un dovere di tutti e di ciascuno a partecipare.

Questo principio assolve innanzitutto una funzione culturale pedagogica che riconcilia l’individuo con la politica, che attenua le contrapposizioni, che agevola il ricambio sociale e limita le differenze e gli squilibri economici e sociali. Partecipando si impara, si comprendono i problemi nella loro reale portata, ci si immunizza contro la demagogia e contro l’incomprensione fra i gradi di potere, perché gli individui sono messi in grado di percorrerli.

 

3.3.       III Principio: la Rappresentanza politica pluralistica.

Il terzo principio è costituito dalla pluralità della rappresentanza politica. L’attuale Costituzione, all’art. 49 recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Si dice dunque: concorrere, concorrere significa correre insieme, si presuppongono pertanto più soggetti titolari del potere politico. Ma chi sono gli altri soggetti oltre i Partiti? La Costituzione attuale non lo dice. Noi proponiamo le categorie produttive, quelle mortificate attualmente nel Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, istituzione della quale il sistema partitico ha voluto bloccare quella che sarebbe stata la sua naturale evoluzione.

Il sistema bicamerale attuale è universalmente condannato per l’identità di funzioni. In realtà non è l’identità di funzioni che rende sterile l’attuale bicameralismo ma l’identità di rappresentatività. La soluzione che si offre alla discussione è che il pluralismo partitico mentre da un lato viene salvato nella sua funzione di far politica sulla base di scelte di valore, dall’altro viene decondizionato dai problemi di natura tecnica e scientifica per i quali i rappresentanti della produzione, sia economica che culturale, si assumono le loro debite responsabilità anch’esse politiche.

Come si vede, se a qualcuno venisse in mente la restaurazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, può constatare che nulla è più lontano dal sistema caratterizzato dal Partito unico e dall’autocrazia come la nostra proposta.

L’altro carattere che si propone per un nuovo Parlamento è la relativizzazione dello schieramento bipolare. Destra e Sinistra sono nella loro ultima sostanza delle differenti accentuazioni di valori che non possono essere contrapposti e istituzionalizzati formalmente in formazioni sociali, quali i Partiti, i quali per giustificare la propria esistenza si sono contrapposti anziché rendersi complementari in nome dell’interesse della Nazione.

Ultimo corollario della riforma della rappresentanza politica è la riscoperta dell’art. 67 dell’attuale Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Si tratta di ridimensionare da un lato la cosiddetta disciplina di partito e dall’altro la natura formalistica dei gruppi parlamentari.

 

4.    Appello all’unione

Come credo di aver evidenziato, una assemblea Costituente si rende indispensabile anche per salvare i valori e quegli istituti che del presente ordinamento debbono e possono essere salvati. Il presente ordinamento ha prodotto gli esiti negativi ai quali esso non può rimediare. La situazione, ripeto, è dilemmatica. Il dilemma è un problema che presenta due soluzioni alternative ciascuna delle quali non risolve ma aggrava il problema portandolo alle ultime conseguenze.

Il caso del Movimento a 5Stelle è paradigmatico. Questo movimento, che costituisce la più recente disperata creazione del sistema attuale, si trova nel dilemma: o disapplicare al proprio interno quei principi per il quale è nato e ha ricevuto il consenso e insieme rinnegare perciò se stesso; oppure applicare al proprio interno quei principi per il quale è nato e ha ricevuto il consenso e perdere quella capacità operativa con la quale ha conquistato il consenso e che gli sarebbe indispensabile per attuare la sua strategia di palingenesi.

 

 

 

5.    Il momento internazionale

Cari amici che avete raccolto il nostro invito ciò che noi proponiamo è un itinerario imposto dalla situazione in atto e dalla natura delle cose. Ci rivolgiamo non soltanto alla base sociale indifferenziata, al mondo della produzione e della cultura che in questa situazione non è più in grado di operare né economicamente né culturalmente, né scientificamente, per cui stanno riprendendo alla grande sia le dislocazioni delle aziende sia la fuga dei cervelli, non ci rivolgiamo soltanto ai cittadini che non vanno a votare e ai disoccupati senza programmi esistenziali.

Ci rivolgiamo anche alla classe politica e dirigente, ai Partiti sia dentro che fuori il Parlamento. Una Assemblea costituente, come tale può essere porsi solo fuori degli attuali poteri costituiti, se no non sarebbe costituente, ma anche i partiti attuali, come quelli nuovi che potrebbero formarsi o riformarsi, sono chiamati ad inserirsi nel movimento rigeneratore per acquisire quella legittimazione necessaria che adesso non hanno e che l’attuale sistema non potrà più loro conferire.

È cosa saggia per essi partecipare ad un movimento che si rafforzerà tanto più quanto più lo si avverserà. È meglio partecipare subito. Il nostro messaggio sta ricevendo sempre più adesione dagli esclusi del sistema, tanto più pericolosi in quanto si tratta di autoesclusi. Assenteismo elettorale e disoccupazione costituiscono una miscela micidiale che purtroppo le classi politiche giunte al capolinea continuano a sottovalutare credendo che più o meno tutto continuerà come prima.

Un richiamo storico: quando in Francia, nel 1789, il Terzo stato lasciò l’Assemblea degli Stati Generali e si autoproclamò Assemblea Costituente, gli altri due Stati, visto che il Terzo Stato faceva sul serio si decisero a entrare nella nuova Assemblea per una nuova legittimazione.

Vedete, tutte le fasi costituenti si verificano in contesti differenti e in situazioni differenti, ma hanno anche dei denominatori comuni: incoscienza della classe politica al potere, distacco profondo della base sociale dalla politica, disoccupazione che della crisi economica costituisce la dimensione più tragica perché costituisce il massimo dell’esclusione.

 

6.        Conclusione.

Quello che, concludendo, mi preme fare presente e non solo a chi fa politica e a chi non la fa, non solo a chi si trova in grave sofferenza economica e di ogni altro genere, ma a chi sente preoccupazione per il destino dell’Italia, della Nazione italiana, dello Stato nazionale italiano, per la sua esistenza. Il pericolo peggiore non è la guerra civile cruenta, c’è di peggio. Al tempo della cruentissima e feroce guerra civile della fine della Seconda Guerra Mondiale le parti contrapposte degli italiani si combattevano senza negare l’Italia ma rivendicandola ciascuna a sé.

Il pericolo più grave, in questi drammatici momenti, è la scissione del nostro Stato nato dal Risorgimento, con il sangue di tanti eroi, per tornare un aggregato di popolazioni divise e conflittuali e sottomesse a qualche potenza d’oltralpe che attende la nostra deflagrazione per tornare a dominarci in modo più duro e irreversibile di quanto non abbia fatto nei secoli passati.

 

 



[1]) Vedi: lettera43.it.politica/riforme-costituzionali, 18.06.13
[2]) Vedi: Thomas Mackinson, ‘Riforme istituzionali, è il momento giusto?’. Accademici divisi, in “il fatto quotidiano.it”, 7 giugno 2013.
[3]) Vedi: “lettera43.it”, 6 giugno 2013.