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giovedì 2 maggio 2013

"Dal Tradizionalismo del Novecento alla Geopolitica del XXI Secolo"

Julius Evola
 
Il maestro del Tradizionalismo italiano del Novecento, Julius Evola, riprendeva le antiche dottrine sulla successione delle epoche. Queste dottrine mostravano una forma assai simile in Grecia come India. Esse narravano di una antichissima Età dell’Oro caratterizzata dalla presenza di una stirpe divina (gli Iperborei) in una terra posta al Nord del Mondo: l’isola di Thule. Isola Bianca, secondo la definizione Indù.
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Ad essa succedeva un’Età dell’Argento. In questa seconda epoca già la presenza divina sulla Terra si velava: gli uomini volgevano lo sguardo al Divino come a qualcosa che si separava da loro e li superava in altezza. In questa epoca aveva pertanto origine il sentimento religioso, nella sua purezza primordiale: un sentimento che presuppone appunto una separazione tra il Divino e l’Orante. L’Età dell’Argento – età lunare – era anche l’Età della Madre; ad essa deve forse riferirsi l’origine degli antichi culti matriarcali della preistoria. All’età dell’Argento si collegava anche il ricordo di un antichissimo continente subequatoriale scomparso: la Lemuria (dalla radice Mu*, Terra della Madre).
La Terza epoca fu quella dei Giganti, di cui parla la mitologia greca ed anche la Genesi. Uomini di straordinaria potenza e di notevole tracotanza (Ybris). Lo scenario delle loro gesta viene individuato da Evola nel luogo mitico chiamato Atlantide: la leggendaria isola ricordata da Platone ma anche dalle tradizioni precolombiane dell’America, posta al centro dell’Oceano che ancora oggi porta il nome di Oceano Atlantico. Atlantide sprofondò in una notte sotto le acque: il mito biblico del Diluvio sembra essere il corrispettivo di questa tradizione leggendaria. Julius Evola non aveva dubbi sul fatto che, nell’Età del Ferro, la stirpe che avesse raccolto l’eredità degli Iperborei fosse la stirpe degli Ary, degli Indo-Europei. Nella stessa figura fisica dei popoli indoeuropei, caratterizzata da altezza e luminosità, Evola vedeva il riflesso dello splendore solare della prima umanità.
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Le stirpi arye si diffondono verso Oriente dando luogo alle civiltà dell’India e della Persia, verso l’Europa generando le civiltà dei Celti, dei Greci e dei Romani, e poi le civiltà Germaniche che diventano protagoniste storiche dopo la caduta dell’Impero Romano. Ma Evola considera diramazioni di una originaria stirpe boreale anche i Cinesi e i Giapponesi, gli Egizi e – al di là dell’Oceano – le tribù pellerossa, gli Azteki e i Maya. Per Evola sulla soglia del Medio Evo avveniva una Translatio Imperi: la fiaccola della Auctoritas imperiale passava da Roma ai popoli germanici e la nascita del Sacro Romano Impero era il segno esteriore di tale evento spirituale. Il concetto di Translatio Imperi era stato già elaborato secoli prima alla corte di Federico Barbarossa per giustificare il solido possesso nelle mani della dinastia sveva dello scettro imperiale, senza dover necessariamente passare attraverso la mediazione del Papato. Storicamente va rimarcato che, ancor prima di dilagare oltre i confine del Limes, i Germani già erano presenti massicciamente nelle Legioni di Roma, e in particolare nel Corpo Pretoriano, la guardia scelta degli Imperatori. In un momento storico in cui la vita politica romana diventava particolarmente infida, la presenza di fedelissime truppe germaniche sembrava rappresentare la garanzia più certa contro tradimenti e accoltellamenti alle spalle. Agrippina e Nerone, furono i primi ad avvalersi della fedeltà di quelle truppe. L’elemento germanico si inserì quindi gradualmente nella compagine dell’impero romano non come una “immigrazione” dettata da ragioni economiche-commerciali, ma appunto dal fatto che tale elemento assolveva sempre di più la funzione guerriera. Dopo la caduta dell’impero romano, i popoli Germanici diventano il nerbo delle nazioni europee: gli Ostrogoti e i Longobardi per l’Italia; i Visigoti per la Spagna; i Franchi e i Burgundi per la Francia; gli Angli, i Sassoni e i Normanni per l’Inghilterra. Le dinastie di origine sassone e sveva (gli Ottoni e poi gli Hohenstaufen) compiono nel Medio Evo il tentativo di rinnovare l’auctoritas dell’Impero Romano sulla base del feudalesimo, ovvero del rapporto libero di fedeltà che è tipico del costume nordico. Ancor più del Feudalesimo, la Cavalleria rappresenta per Evola l’anima della civiltà medievale: una comunità militante di uomini (nel retaggio degli arcaici Männerbund germanici), ordinata come un esercito sovranazionale, che custodisce in sé una vena esoterica, quella del Sacro Graal. L’esoterismo cavalleresco sembra avere il suo sviluppo più significativo nella compagine dei Templari, che nel corso delle Crociate entrano in contatto con le confraternite ismaelite a loro volta custodi di un retaggio esoterico all’interno dell’Islam di tipo sciita (persiano). L’Ordine Teutonico invece esprime lo spirito della espansione delle stirpi germaniche verso Est. Al momento della Riforma Protestante, il Gran Maestro dell’Ordine Teutonico aderisce alla confessione luterana, secolarizza l’Ordine e dalla “laicizzazione” dell’Ordine Teutonico nasce il Ducato di Prussia, al confine orientale della Germania, nel punto di tangenza con la Russia. I Prussiani come popolo scaturiscono appunto dalla mescolanza di sangue germanico e sangue slavo.
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Nel corso dei secoli successivi, il Ducato di Prussia si ingrandisce, si afferma come potenza di prima grandezza in virtù della propria sobrietà, della propria perfetta organizzazione. Evola ammira i Prussiani e con lo pseudonimo di Carlo d’Altavilla si impegna a tradurre Questa fu la Prussia, un testo che esprime una elegiaca nostalgia per l’antica Prussia spazzata via dalla Prima Guerra Mondiale (e condannata ad una “damnatio memoriae” in conseguenza della sconfitta del Nazional-Socialismo nella Seconda). Il Prussianesimo rappresenta un felice esempio di come un Ordine si sia potuto fare Stato, travasando nella vita civile quelle che sono le virtù principali di una Fratrìa guerriera. Nel 1870, nella sala degli specchi di Versailles lo Stato prussiano diventa l’Impero Tedesco: quello che in seguito sarebbe stato definito come il “Secondo Regno” (Reich), il primo essendo rappresentato dal Sacro Romano Impero di Nazione Germanica. Negli anni di Bismarck e della unificazione tedesca avviene anche la piena fioritura degli studi sulle origini dei popoli europei. Si scopre il saldo vincolo di origine che lega Europei, Persiani e Indiani. Il bhramino Tilak si spinge fino a ipotizzare l’origine iperborea di tutte queste genti. Il Paradiso degli Indoeuropei si cela sotto il sole di Mezzanotte che si riflette sui ghiacci polari. Agli studi di filologia e di antropologia si accompagnano i primi tentativi anche un po’ confusi, di stampo teosofico, di elaborare una sintesi tra spirito occidentale e dottrine orientali: si diffondono in Occidente le indicazioni operative dello Yoga e suscitano particolare interesse le descrizioni riguardanti il sistema dei Chakra. Lungo la colonna vertebrale una sequenza di sette vortici rotea, con maggiore energia quando l’individuo diventa spiritualmente attivo, conferendo alla persona doti di illuminazione. Questa rotazione – che apre all’uomo varchi di conoscenza e di azione – è appunto il significato occulto, microcosmico del simbolo ancestrale della Swastika, la Croce Rotante.Tuttavia nella prima metà del Novecento, il simbolo della Svastika viene utilizzato come un simbolo ideologico, come contrassegno di un movimento totalitario – il nazional-socialismo – che a parte alcune suggestioni di carattere esoterico (forse sopravvalutate nella loro effettiva incidenza sulle scelte politiche compiute) agiva prevalentemente nell’ambito politico esteriore e pretendeva di introdurre una sorta di riforma dell’umanità agendo con una politica restrittiva e coercitiva nel campo della riproduzione. Julius Evola cercò di cogliere alcuni motivi positivi presenti nei movimenti totalitari che conquistarono l’Europa Centrale tra le due guerre. Né un fedele adepto, né oppositore preconcetta, Evola fu una forte individualità impegnata in un discorso costruttivo. Purtroppo dovette constatare che la tragedia di una guerra mondiale persa aveva travolto anche i motivi positivi presenti nei passati regimi centro-europei, da qui traeva la necessità di un superamento dello stesso nostalgismo neo-fascista, in nome di una positiva discriminazione tra le luci e le ombre che storicamente si erano manifestate dal 1922 al 1945. Questo è il tema de Il Fascismo visto dalla Destra, saggio di Evola insolitamente trascurato.
cavalcareCon la caduta del III Reich e la fine della II Guerra Mondiale, dice Evola, la tenaglia delle forze tradizionali si stringe sull’Europa: americanismo da un lato, comunismo sovietico dall’altro agiscono secondo una concordia discors. Ma se è vero che il capitalismo americano rappresenta l’ideologia del III Stato, allora la dottrina della regressione delle caste porta Evola a considerare quasi inevitabile un trionfo finale dell’URSS, in quanto rappresentante della massa amorfa, anodina, appiattita verso il basso del quarto stato proletario. Tuttavia in Cavalcare la Tigre Evola immagina che la fine del ciclo possa assumere la forma di una melassa ideologica tra Est ed Ovest, frutto della fusione dell’uomo a una dimensione del consumismo occidentale con l’individuo-schiavo sotto il bastone del partito comunista nel grande formicaio collettivista dell’Est. E negli anni intorno al Sessantotto, quando ormai l’URSS era in piena fase di stagnazione, Evola formulava una ulteriore ipotesi: il punto più basso del ciclo storico sarebbe stato caratterizzato da un avvento di un Quinto Stato, a cui apparterrebbe un tipo umano sfuggente, privo di ogni connotazione qualitativa, un paria che non ha neppure le doti funzionali dell’operaio, privo di ogni riferimento tradizionale o anche ideologico. Se vivesse ai nostri giorni Evola probabilmente sarebbe portato a vedere nell’individuo allevato nel clima della globalizzazione e del melting pot il classico esponente di questo Quinto Stato completamente amorfo. Nella sua Metafisica della Storia, Evola manifestava una fatalistica equidistanza dall’Occidente americanomorfo e dall’Est sovietico. All’atto pratico (negli articoli in cui usava “la clava” e non “l’arco”), il Barone esprimeva invece l’opportunità di un fronte anticomunista che realisticamente includesse tutte le forze che potevano opporsi alla caduta verso il livello più basso.
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Riferendosi alla realtà dell’Unione Sovietica Evola esprimeva l’idea che alcune tendenze presenti nell’anima slava avessero fatto da sostrato all’affermarsi del comunismo. Evola tuttavia non giunse mai a quelle forme di disprezzo verso gli Slavi che caratterizzavano le pagine del razzista tedesco Rosenberg. Ricordiamo in Metafisica del Sesso l’analisi interessante che compì sulla figura di Rasputin e sulla setta cristiana-ortodossa dei Klysti, che sembrava recuperare alcune forme di Eros Magico simili a quelle del Tantrismo. E fu sempre Evola a tracciare con mano da artista il ritratto del “barone sanguinario” Roman von Ungern Sternberg che nel corso della Rivoluzione russa si oppose alla marea montante dei bolscevichi raccogliendo una sorta di compagnia della morte in nome di una idea euroasiatica che congiungeva fedeltà allo Zar e alla religione ortodossa, ma anche interesse per le credenze e i riti centroasiatici. Ungern “Khan” (considerato in alcune contrade dell’Asia Centrale come “l’incarnazione di un Bodhisattva irato”!) vestiva la tunica gialla dei lama tibetani. La sua vicenda si svolse – fino alla fucilazione – in quelle lande cariche di mistero dove nel Medio Evo si collocava la sede del mitico prete Gianni, il Re e Sacerdote, simbolo di Auctoritas universale e sacrale. Le stesse terre in cui si collocava la Agarthi Shamballa: dimora sotterranea del “Re del Mondo”.

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